03.07.17 Corriere L’Economia – Avvocati in società, lo strappo generazionale

Professioni il conflitto
I giovani contro la legge forense che vieta la nascita di spa tra gli specialisti del diritto «Dalla presenza dei soci di capitale alla governance ci sono tutte le garanzie necessarie»
mentre il ddl concorrenza si avvicina al traguardo, si alza la temperatura dello scontro all’interno del mondo dell’avvocatura. Contrapposizioni che sembravano sopite tornano in auge prendendo come spunto alcuni temi contenuti nel nuvo testo di legge: primo fra tutti le società tra professionisti. Del tutto contrari il Consiglio nazionale forense (Cnf) e l’Organismo congressuale forense (Ogf), favorevole l’Associazione nazionale forense e quelle di molti giovani avvocati.
«La richiesta congiunta di Cnf e Ogf di stralciare le norme del disegno di legge sulla concorrenza sulle società tra avvocati è irragionevole e deleteria – attacca il segretario generale dell’Associazione nazionale forense Luigi Pansini -. Il ministro Calenda respinga al mittente l’idea che, visti i tempi e i modi, non tiene conto dell’imminente entrata in vigore del Job’s Act dei lavoratori autonomi, il cui impatto sulla professione è comunque tutto da valutare, e della necessità di favorire l’aggregazione tra professionisti e tra avvocati per rispondere ad esigenze della società civile in continua evoluzione. Il lunghissimo percorso parlamentare della norma ha portato a una formulazione che rende del tutto pretestuosa l’asserita minaccia di una compromissione dell’autonomia della professione legale».

Le divisioni 
Quello delle società, tra l’altro, è un tema affrontato già nelle riforma delle professioni, quando si trovò un accordo generale: possibile l’ingresso di soci esterni solo fino al 33% del capitale. Una norma non riconosciuta dalla legge di riforma forense, che prevede una riserva assoluta a favore degli avvocati. Malgrado tutto però resta immutata l’opposizione del Cnf alla forma societaria. «Stupisce – continua Pansini – che anche recentemente, dopo più di due anni di passaggi parlamentari, autorevoli rappresentanze dell’avvocatura abbiano invocato lo stralcio delle misure sulle società tra avvocati, nel segno di resistenze anacronistiche e malcelate rendite di posizione. Ribadiamo che l’avvocatura dovrebbe sempre fare dell’autonomia e dell’indipendenza i suoi valori fondamentali ed irrinunciabili, ma se quasi il 50% degli avvocati dichiara redditi inferiori ai 10.300 euro annui, dati pubblicati da Cassa Forense, sbandierare il vessillo dell’autonomia significa ignorare che quasi un avvocato su due è in difficoltà economiche».
Schieramenti
Un contrasto che fa riaccendere le divisioni profonde che lacerarono l’avvocatura in occasione della legge di riforma forense e che oggi tornano in auge alla luce dello strappo generazionale sempre più evidente. «In questi anni – continua Pansini – abbiamo profuso il nostro massimo sforzo nell’illustrare agli avvocati, ma anche alla politica e al legislatore, le incongruenze e le criticità presenti nella legge professionale forense che, giorno dopo giorno, dal 2012, prendeva forma: un ordinamento dall’assetto non democratico e che penalizza le giovani generazioni tanto nell’accesso quanto nell’esercizio della professione e che si dimostra debole in tema di formazione, aggiornamento, specializzazioni e procedimento disciplinare. L’Anf è stata l’unica a farsi carico della necessità di una corretta attuazione di una legge già di per sé insufficiente e inadeguata rispetto alle finalità che con essa si volevano perseguire. La professione forense non è un gioco dell’oca, per cui si può pensare di ricominciare dal via come se le condizioni fossero le stesse di un’epoca ormai passata: in gioco ci sono il futuro degli avvocati e dei professionisti più giovani».

Isidoro Trovato