06.10.16 La relazione del segretario generale Pansini al XXXIII Congresso Nazionale Forense di Rimini

XXXIII CONGRESSO NAZIONALE FORENSE, Rimini (6, 7 e 8 ottobre 2016)

Dici: per noi va male.

Il buio cresce. Le forze scemano.

Dopo che si è lavorato tanti anni noi siamo ora in una condizione più difficile di quando si era cominciato.

E il nemico ci sta innanzi più potente che mai. Sembra gli siano cresciute le forze, ha preso una apparenza invincibile.

E noi abbiamo commesso degli errori, non si può negarlo.

Siamo sempre di meno. Le nostre parole sono confuse. Una parte delle nostre parole le ha stravolte il nemico fino a renderle irriconoscibili.

Che cosa è errato, ora, falso di quel che abbiamo detto? Qualcosa o tutto? Su chi contiamo ancora?

Siamo sopravvissuti? Respinti via dalla corrente? Resteremo indietro, senza comprendere più nessuno e da nessuno compresi? O dobbiamo contare sulla buona sorte?

Questo tu chiedi. Non aspettarti nessuna risposta oltre la tua.

(A chi esita – Bertold Brecht)

A due anni di distanza dall’ultimo congresso possiamo forse affermare che l’esperienza lagunare era necessaria. Il primo congresso, quello di Venezia, all’indomani dell’approvazione della legge professionale, il primo congresso con un’idea nuova di rappresentanza dell’Avvocatura.

Potremmo anche dichiarare a nostra discolpa che la legge professionale necessitava dei regolamenti attuativi perché potessimo valutarne compiutamente i pro e i contro e che la realizzazione dell’unità o dell’unitarietà dell’Avvocatura necessitava di altri due anni di metabolizzazione e riflessione.

Ma oggi siamo a Rimini e non possiamo più far finta di vedere ciò che è sotto gli occhi di tutti quanto alla condizione e al futuro dell’Avvocatura nel nostro paese.

Certo, la presenza dell’Avvocatura nei consigli giudiziari o negli uffici legislativi dei ministeri o la sottoscrizione di protocolli per ricorsi più o meno snelli rappresentano segnali apprezzabili di apertura verso il nostro mondo, ma questi segnali non hanno nulla a che fare con le condizioni della nostra professione, non la migliorano oggi e non la proiettano nel domani.

Il rapporto CENSIS di marzo 2016 sullo stato dell’Avvocatura italiana è impietoso e descrive una professione, la nostra, fortemente ancorata sull’attività giurisdizionale e su un mercato locale, strutturata in forma individuale per il 70% e poco propensa a fare network con altri professionisti e a sfruttare le potenzialità della comunicazione e dell’informazione; ciò nonostante, l’Avvocatura interpellata, pur consapevole della forte crisi d’identità ed economica nella quale si imbatte, ha lanciato segnali per una maggiore dinamicità “senza arroccamenti elitari”, per una “maggiore rappresentanza degli interessi di categoria”, per la necessità di “favorire il ricambio generazionale” e di contrastare le “inefficienze dell’amministrazione giudiziaria”.

Allora, se queste sono le esigenze dell’Avvocatura, se queste sono le nostre esigenze, ci dobbiamo chiedere se siamo in grado di leggerle, comprenderle e dare qualche risposta.

Parte del nostro mondo ha fatto affidamento sulla nuova legge professionale e, dopo averla considerata come la cornice di un quadro da dipingere, ha fatto successivamente affidamento su regolamenti ministeriali e regolamenti interni che a Venezia, due anni fa, non erano stati emanati e che oggi ci sono.

E oggi abbiamo regolamenti ministeriali attuativi della L. 247/12 adottati in violazione di norme primarie, ne abbiamo altri che addirittura creano disparità di trattamento tra chi ha conseguito il titolo in Italia e chi lo ha conseguito all’estero, a vantaggio di questi ultimi, e altri ancora che rischiano di legittimare, con il titolo di specialista, quelle targhe dalla dicitura “Avvocato in diritto civile e in diritto penale” che un’idea seria di specializzazione vuole combattere e superare.

A distanza di due anni dal congresso di Venezia e con la legge n. 247/12 quasi interamente attuata abbiamo l’obbligo di fare i conti con l’entità e l’ampiezza di fenomeni come quello dei sans papier, avvocati giovani e monocommittenti, che necessitano – qui ed ora – di una precisa regolamentazione all’interno della legge professionale modificando le norme sulle incompatibilità con l’esercizio della professione e prevedendo una qualche forma di tutela che sia, anche dal punto di vista previdenziale, rispettosa della natura della prestazione resa.

A due anni da Venezia ci ostiniamo a schernire nuove forme possibili di organizzazione del lavoro e a rifiutare aprioristicamente le società tra avvocati e quelle multidisciplinari quando vi sono norme e regolamenti, proprio nella legge professionale, che ne permettono già la realizzazione, sia pure in forma associata. Le società tra avvocati, con i paletti contenuti nel DDL concorrenza e con una regolamentazione dal punto di vista previdenziale e fiscale, non rappresentano il male dei mali né la soluzione delle soluzioni ma soltanto un’opportunità che, al pari di altre, possiamo e dobbiamo sfruttare.

Non possiamo più permetterci, con la visione del mondo di chi vuole riportarci ad una realtà che non esiste più, che sia l’Autorità garante per la concorrenza, con le sue multe salate, che peraltro paghiamo sempre noi, a dirci che forme di pubblicità della professione sono possibili senza che ne siano lesi il decoro e la dignità.

Abbiamo il dovere di pensare alle giovani generazioni non solo perché lo prevede l’art. 1 della nostra legge professionale ma soprattutto perché chi vuole essere il rappresentante degli Avvocati ha il preciso compito di guardare più in là, con uno sguardo a medio-lungo termine, e non può nascondere la testa nella sabbia chiudendo sistematicamente le porte a quelle giovani generazioni di cui si dovrebbe preoccupare e rinunciando ad intervenire e ad interloquire con la politica e il ministero competente per la riforma del percorso universitario.

In altre parole, dobbiamo avere cura innanzitutto di noi stessi per poi poterci presentare all’esterno, nella giurisdizione e nella società civile, nella migliore forma possibile e nelle migliori condizioni possibili.

Perché solo un’Avvocatura sana, capace di reagire alla sua crisi interna, e non solo di reddito, e di guardare in faccia la realtà affrontandola anche con nuovi mezzi e assumendosi qualche rischio può continuare ad essere quell’Avvocatura autorevole, con il suo rilievo costituzionale e la funzione sociale nella comunità civile, che abbiamo sempre voluto e che oggi vogliamo riaffermare.

Sicuramente l’autorevolezza non la si conquista in una sala da thè del Ministero di Giustizia, ammesso che ve ne sia una, e non la si conquista nemmeno rendendoci editori di testate giornalistiche cartacee ed elettroniche dalla dubbia opportunità e legittimità.

E l’autorevolezza non la si conquista nemmeno in via derivata dalle parole della politica e del parlamento e da affermazioni secondo le quali l’Avvocatura, con i suoi numeri, rappresenta una risorsa, e non un problema, per il Paese.

Perché se l’Avvocatura, a dire della politica, è una presenza importante nella società civile e nel sistema giustizia del nostro Paese, non si comprende perché, a due anni dall’entrata in vigore di un regolamento elettorale ministeriale definitivamente annullato, molti ordini circondariali, e tra questi quelli con il maggior numero di iscritti, versino ancora in regime di prorogatio e non possano contare su un presidente legittimamente eletto e nel pieno delle sue funzioni, anche per svolgere quelle funzioni nell’organizzazione della macchina amministrativa della giustizia cui lo Stato ha abdicato.

Non riusciamo ancora a comprendere – se l’Avvocatura ha realmente un suo ruolo nella giurisdizione e nella società civile – perché, sebbene non sia realizzabile una simmetria all’interno della Costituzione tra magistratura e avvocatura, la politica abbia a cuore soltanto un CSM elettivo e con la ripartizione dei poteri al suo interno e non abbia a cuore anche un Consiglio Nazionale Forense eletto democraticamente e che non sia più contemporaneamente legislatore, amministratore, giudice. Perché, poi, è naturale che la “fatica” per tre poteri in uno richieda anche gettoni e rimborsi spese!!

L’Avvocatura ha fatto sempre la sua parte. Da ultimo, ha sostenuto l’introduzione e l’affermazione del processo civile telematico, contribuendovi anche economicamente, e oggi vorremmo risposte precise e concrete circa la sua definitiva implementazione perché la riforma della magistratura onoraria, con l’ampliamento delle sue competenze per materia e per valore e senza alcuna informatizzazione, rischia di vanificare il lavoro fin qui svolto.

Ma il senso di responsabilità e di collaborazione dell’Avvocatura non può, sulla lunga distanza, rendere l’Avvocatura l’eterna stampella di uno Stato che, nonostante la buona volontà e l’impegno del Ministro della Giustizia in carica, ha sempre meno mezzi e risorse per far fronte alle necessità e al mantenimento della giurisdizione pubblica. E forse, ha sempre meno volontà ed interesse rispetto alla giurisdizione pubblica.

E il tema di questo congresso, una giustizia senza processo, può essere affascinante ma pericoloso al tempo stesso. L’Avvocatura ne deve discutere liberamente senza farsi impressionare dai numeri dei processi, che fotografano semplicemente lo stato dell’arte della giustizia civile in Italia e non il reale impatto della continua decretazione di urgenza sul processo, senza rassegnarsi alla compressione della giurisdizione pubblica e senza accettarla come atto di fede in cambio del riconoscimento di una nostra rappresentanza istituzionale e politica.

Il processo, i sistemi alternativi, la ricostruzione di un intero sistema giudiziario necessitano di un’Avvocatura protagonista nelle scelte e non comprimaria nell’esecuzione del progetto perché sono in gioco la tenuta democratica del paese e le regole della convivenza civile.

E, poi, la rappresentanza istituzionale e politica dell’Avvocatura la sceglie e la decide l’Avvocatura, non la decide la politica con i suoi se, quando, come e con chi interloquire.

La nostra rappresentanza la decidiamo qui, nel corso di questi tre giorni. La decide il Congresso, la massima assise dell’Avvocatura, luogo in cui si confrontano idee diverse tra loro e si assumono decisioni coraggiose come quella di Genova nel 2010, quando fu chiesta la revoca del regolamento sulle specializzazioni.

Ma il confronto e il coraggio presuppongono una massima assise aperta alla partecipazione dei colleghi nelle scelte che riguardano la professione, una partecipazione che non può essere preclusa o limitata dalla previsione di percentuali poco comprensibili e da compromessi, anche terminologici, che non urtino le suscettibilità di chi partecipa alla vita politica forense. Poter esprimere preferenze con un sistema che ha garantito, per anni e sino ad ora, la massima partecipazione alla massima assise dell’avvocatura un valore irrinunciabile.

E se il Congresso è posto al centro dell’ordinamento forense e il suo è un ruolo di primazia rispetto alle componenti istituzionali e associative, la sua volontà deve trovare attuazione e l’organismo che vi deve provvedere, lasciandosi definitivamente alle spalle un modello che non ha funzionato, deve essere inclusivo e completamente autonomo, e non solo dal punto di vista economico.

L’Avvocatura ha bisogno di risposte e molte di queste, le più importanti, devono provenire proprio dall’Avvocatura e dal Congresso di Rimini, con uno scatto di orgoglio e abbandonando miopie e ipocrisie del recente passato.

Se vogliamo quel ruolo nella nella società civile, politica ed economica del paese che rivendichiamo ma che facciamo fatica a conquistare e a riaffermare.

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