10.02.14 Italia Oggi – Tavolo ad hoc per le Stp

Un tavolo per mettere a punto un modello societario con caratteristiche riservate alle professioni. Lo ha chiesto l’Associazione nazionale forense al mondo delle professioni al termine del convegno «Società tra professionisti e società multidisciplinari» organizzato nei giorni scorsi a Roma dall’Anf presso la Cassa di previdenza. Gli avvocati guidati dalla combattiva Ester Perifano, Segretario generale del sindacato, nelle more dell’inattuata e ormai scaduta delega al governo che, ex articolo 5 della legge di riforma professionale, avrebbe dovuto disciplinare le società tra avvocati, ribadiscono «un approccio laico a un tema», dichiara in apertura Perifano, «che interessa molto la categoria, soprattutto la fascia giovane, che vuole sfruttare la normativa vigente per essere al passo con i tempi e non tagliata fuori dal mercato. Vogliamo capire bene cosa fare di questa normativa nell’interesse dell’avvocatura perché riteniamo che, se consentito dalle norme, gli avvocati vadano incoraggiati a usare questi nuovi sistemi di organizzazione delle professioni come le StA o le società multiprofessionali». A fare chiarezza nel guado normativo e oggetto dello scontro politico-istituzionale tra Cnf e ministero sulla delega, la relazione introduttiva di Matteo Rescigno, avvocato e professore ordinario di diritto commerciale all’Università degli Studi di Milano a cui è affi data l’analisi dell’evoluzione normativa in materia di società tra professionisti dalla prima, la legge 183 del 2011 alla legge di riforma professionale del 2012. «Abbiamo di fronte», considera con ItaliaOggi/Sette, «un quadro complesso in cui nessuna delle normative che si sono succedute, ci dice cos’è la gestione della società e cosa l’esercizio dell’attività professionale proprio perché al momento ne manca la distinzione. Oggi siamo qui per capire se il mancato esercizio della delega», rileva il professore, «faccia cadere la normativa per tornare così alla legislazione del 2011 come sostiene il ministero oppure se, come sostiene il Cnf, rifacendosi alla funzione di rilevanza costituzionale del diritto di difesa, non possa proprio riconoscersi all’avvocato l’esercizio professionale in forma societaria. Per quanto mi riguarda, sono convinto che agli avvocati debbano essere riconosciuti quegli aspetti di modernità già propri di altre professioni». Il segretario Perifano ha dato quindi lettura della risposta del sottosegretario alla Giustizia Cosimo Maria Ferri arrivata via mail: «L’Esecutivo» scrive l’ex consigliere Csm, «non ha esercitato nei termini tale delega, verosimilmente al fi ne di non creare una disciplina derogatoria e speciale, rispetto a quella generale dettata per le società tra professionisti, applicabile alle sole società tra avvocati. Infatti», spiega, «pur dovendosi riconoscere la peculiarità della professione forense, una disciplina molto distante da quella dettata dalla legge di Stabilità 2012 (legge 12 novembre 2011, n. 183) e il decreto ministeriale 8 febbraio 2013 n. 34 (Regolamento in materia di società per l’esercizio di attività professionali regolamentate nel sistema ordinistico), avrebbe potuto ingenerare dei dubbi di compatibilità comunitaria». Per il governo, infatti, «la nuova disciplina», scrive Ferri, «potrebbe essere potenzialmente in contrasto con il principio di libertà di concorrenza, soprattutto nella parte in cui si escludeva la possibilità a soggetti privi dell’abilitazione all’esercizio della professione forense di far parte del capitale sociale». L’animata tavola rotonda interprofessionale ha quindi fatto il punto sulle ambiguità previdenziali e fiscali dell’istituto a cominciare dall’impossibilità di fallimento oggi risparmiato alle società tra avvocati. Per Gaetano Stella di Confprofessioni, «in un mondo dove il professionista deve fare molta gavetta prima di raggiungere l’autonomia professionale, le società di persone piuttosto che di capitali possono essere una soluzione utile riducendo i costi in una fase di recessione come l’attuale, la più pesante negli ultimi trent’anni».

Marzia Paolucci

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