11.09.14 Corriere della Sera – Csm, passano solo in due, fumata nera sulla Consulta

 L’ennesima giornata di trattative, avvelenata da faide interne ai partiti e da veti incrociati, non è bastata al Parlamento per chiudere il pacchetto di nomine in sospeso da mesi per la Corte costituzionale (due giudici) e il Consiglio superiore della magistratura (otto membri laici). A mezzanotte, alla Camera, si è concretizzata l’ottava «fumata nera» per la Consulta, con Luciano Violante (in quota maggioranza) lontano dal traguardo (quorum dei 3/5 degli aventi diritto: 570 voti) con 429 voti e Antonio Catricalà (opposizione) letteralmente impallinato (64 voti lui, 68 Donato Bruno) dagli azzurri di Forza Italia. Mentre per il Csm hanno raggiunto il quorum (3/5 dei votanti: 489 voti) solo le «new entry» del Pd: il potente sottosegretario chietino all’Economia Giovanni Legnini (524 voti) e il sindaco di Arezzo Giuseppe Fanfani (499 voti). Ora si apre la corsa alla poltrona di vice di Giorgio Napolitano al Csm, che in partenza sembrava destinata a Massimo Brutti (18 voti), con Fanfani che potrebbe anche contendere la carica a Legnini. Mentre la docente di Procedura penale Teresa Bene (485 voti) non ce l’ha fatta per sole 4 schede, nonostante fosse stata in qualche modo caldeggiata dal ministro della Giustizia Andrea Orlando di cui è stata consulente all’Ambiente. 

L’accordo tra Pd e FI stavolta ha retto solo in minima parte. Fermati non lontanissimi dal traguardo i candidati azzurri Luigi Vitali (427) ed Elisabetta Casellati (441) che hanno sofferto anche la faida interna alimentata dai simpatizzanti di Ciro Falanga (32) e Antonio Marotta (25). Non ce l’ha fatta, forse a causa del «fuoco amico» di FI, il candidato di Alfano, Antonio Leone (471), che una volta al Csm lascerebbe il suo scranno di deputato al primo dei non eletti nel Pdl (Altieri) fedele a Fitto. Bloccato poi anche l’ex ministro di Scelta civica Renato Balduzzi (430), mentre i due professori candidati dai grillini, Nicola Colaianni (217) e Alessio Zaccaria (129) sono rimasti ostaggio di una sorta di voto strabico, forse maturato in casa Pd.

 

Stamattina infatti, prima della nuova votazione per i due giudici costituzionali e i sei laici del Csm ancora in ballo, il Pd potrebbe teoricamente fare una proposta ai grillini: voi votate Violante alla Corte (la somma di 429, più 150 del M5S, più l’Ncd e SC supera quota 570) e noi votiamo compatti per uno dei vostri candidati al Csm. Ovviamente il fatto sarebbe politicamente rilevante perché in questo modo la maggioranza si renderebbe autonoma da Forza Italia.

 

Ma potrebbe invece tenere l’accordo con gli azzurri anche se tra di loro regna il caos. Oltre alla guerriglia interna (tutta campana e cosentiniana) per il Csm, il partito di Berlusconi sconta una spaccatura netta nel voto sulla Corte. Le due fazioni hanno chiesto al Pd di non interferire, per contarsi: Antonio Catricalà, già capo dell’autorità per le telecomunicazioni in era berlusconiana e sottosegretario a Palazzo Chigi con Mario Monti, è stato sconfitto se pur di poco da un forzista di indubbia fede, l’avvocato senatore Donato Bruno che ieri, a Montecitorio, ha ricevuto molte pacche sulle spalle («Tu sì che sei uno dei nostri…») dai compagni di partito.

 

Il risultato del passo indietro di FI su Catricalà (che ancora ieri sarebbe stato sponsorizzato ad Arcore direttamente da Gianni Letta) ha però bloccato l’elezione del candidato ufficiale del Pd, l’ex presidente della Camera Luciano Violante al quale sono mancati i voti di Forza Italia e (per ora) quelli dei grillini che hanno votato per l’avvocato Besostri (165) artefice del ricorso vincente contro il Porcellum.

 

L’insediamento del nuovo Csm cade in un momento di tensione tra il governo e la magistratura. Così, dopo lo strappo dell’Associazione nazionale magistrati che ha sparato contro la riforma Renzi, il Guardasigilli Andrea Orlando ha incontrato i vertici del sindacato delle toghe: un’ora di colloquio con il presidente Rodolfo Sabelli che ha prodotto dichiarazioni assai fredde su entrambi i fronti. Orlando, pur smussando i toni usati dal premier («Anm in rivolta? Brrrr…che paura») ha ribadito che il governo non fa alcuna retromarcia. Gelida la reazione dell’Anm: «Passi indietro non ne abbiamo fatti nemmeno noi, sul tema delle ferie si è rotto un metodo improntato al confronto. Non siamo stati noi a produrre questa rottura».