11.10.14 Il Sole 24 Ore – Naufraga il tentativo di cambiare la governance

Naufraga il tentativo degli avvocati di cambiare il volto della governance. Da anni l’avvocatura discute su come modificare il meccanismo di elezione dell’Organismo unitario dell’avvocatura, sia per la giunta sia per l’assemblea. Sul cambio di passo sono nate nel tempo scuole di pensiero, dal partito di “un uomo un voto” per l’elezione diretta da parte della base, ai fautori delle quote secondo i quali la migliore rappresentanza era il risultato di un voto suddiviso tra ordini, associazioni maggiormente rappresentative e la base.

La chiave di volta per cambiare passo era offerta dall’articolo 39 della legge forense che riconosce il potere sovrano del Congresso. E Venezia 2014 doveva essere il luogo di una svolta, alla quale ci si era preparati con consultazioni e un tavolo di lavoro, il cosiddetto “Tavolo 39” e “ritiri” last minute. Il primo tentativo fallito è stato quello di presentarsi con una proposta unitaria ai delegati per il voto: alla fine le mozioni sottoposte all’attenzione dell’assemblea sono state sei ma nessuna di queste è stata approvata. Il quorum era fissato a 461 voti pari alla metà più uno dei delegati, ma nessuna lo ha raggiunto. Dopo una votazione che ha rischiato di saltare fino all’ultimo, perché non funzionavano i telecomandi, gli avvocati hanno mostrato il pollice verso a qualunque modifica.

Da oggi si vota dunque per rinnovare l’Oua con il vecchio sistema: verranno eletti i delegati e entro circa 30 giorni questi sceglieranno la nuova governance. Delusa il segretario dell’Associazione nazionale forense Ester Perifano, che aveva firmato una mozione. «Avevamo aderito al meccanismo delle quote – dice Perifano – inserendo però un elemento di democrazia: delegati eletti dal territorio che facessero da trade union con la giunta. Abbiamo scontato le divisioni interne che ci hanno impedito di presentare un’unica proposta. Erano troppe e tutto è rimasto com’era».

Amareggiata anche la presidente del giovani avvocati Nicoletta Giorgi – anche lei firmataria di una mozione quote – che però non dà la colpa alla pluralità dell’offerta. «L’avvocatura aveva la possibilità di scegliere tra tante proposte e alla fine ha deciso di non cambiare niente – dice la presidente dell’Aiga -. Non credo che ai legali italiani vadano bene le cose così come sono, sono invece certa che non abbiano compreso la l’occasione che hanno perso».

Chi si considera un po’ il vincitore morale è il delegato Oua uscente, Domenico Monterisi, che rivendica la paternità della battaglia contro le mozioni che volevano stravolgere l’attuale modello: la sua prevedeva correzioni sulla scia dell’attuale impostazione e ha raccolto il consenso di gruppi di base e di parte delle associazioni non riconosciute. «Era importante che questo congresso respingesse l’idea delle quote precostituite riservate a ordini e associazioni. Molto meglio l’elezione diretta dei delegati da parte del congresso».

Alla disputa sulla rappresentanza vecchia o nuova maniera non si appassiona il neo presidente dell’Unione camere penali Beniamino Migliucci, che interviene al Congresso per spiegare le ragioni che avevano indotto anche la precedente giunta ad uscire dai lavori del “Tavolo 39” e per ribadire il giudizio negativo sull’operato dell’Oua, accusata di aver espresso in passato istanze corporative e sindacali a danno dell’immagine dell’avvocatura. Oggi legali ancora alle prese con l’infida tecnologia dei telecomandi per votare le mozioni politiche, circa ottanta. Mentre alle 10 è previsto l’arrivo del ministro della Giustizia Andrea Orlando.

Patrizia Maciocchi