15.05.17 Corriere economia – Diciamolo: l'(in) giustizia ci frena

Una causa civile in Italia dura sette anni e mezzo, un tempo irreale che vale un arretrato di 2,7 milioni, quasi il triplo di Francoforte. La lentezza giuridica spesso scoraggia gli investitori esteri. La macchina della giustizia tricolore nel suo complesso costa 8 miliardi l’anno, pari all’1,3% della spesa pubblica. Angela Merkel spende di più, ma con risultati ben diversi Servono 1.120 giorni per risolvere una controversia commerciale, il doppio della media dei Paesi Ocse
u na causa in Italia dura in media 2.807 giorni, pari a sette anni e mezzo. Ai cinesi ne servirono circa 10 per costruire la famosa Muraglia. E il paragone non è per nulla azzardato perché la lentezza della giustizia rappresenta davvero un muro: per gli stranieri che vogliono investire in Italia, per gli imprenditori che chiedono certezza di diritto, per i normali cittadini che aspettano la soluzione di una controversia legale.
Una realtà descritta dallo studio di «Italia decide» svolto tra alcuni paesi europei assimilabili per dimensioni demografiche e tradizione giuridica. Dallo studio emerge l’istantanea di un’Italia con un arretrato di 2 milioni 700 mila cause, quasi il doppio della Francia e più del triplo della Germania. Le cause della criticità e le possibili soluzioni si intrecciano: il numero delle controversie denuncia un patologico eccesso della litigiosità che intasa la macchina della giustizia allungando a dismisura i tempi di risoluzione delle controversie.

Ma da cosa dipende l’eccesso di litigiosità? Secondo la ricerca concorrono diverse motivazioni: l’incertezza sull’esito (dovuta a una normativa che lascia troppo spazio a interpretazioni soggettive), i costi di accesso (fin troppo bassi), il ruolo degli avvocati (che, a seconda delle motivazioni, possono favorire o ridurre l’accesso alla giustizia).

«Attenzione però, bisogna intendersi sui numeri – avverte Luigi Pansini, presidente dell’Associazione nazionale forense -. Nel calderone dei contenziosi non si può mettere tutto. È doveroso da parte mia dire che è anche giusto che i procedimenti durino quanto devono durare, vi sono giudizi che sono complessi e richiedono un’attività istruttoria lunga a articolata (responsabilità professionale, divisioni ereditarie in cui è necessario ricostruire massa ereditaria ed individuare eredi, in materia commerciale, ecc). Non si può ridurre tutto a bisogna fare presto»

La soluzione naturale all’ingorgo giuridico sta nell’adeguata risposta delle strutture del sistema: servono risorse umane e finanziarie in grado di fronteggiare il diluvio di cause che si abbattono ogni anno sui tribunali italiani. Un ruolo fondamentale lo svolge anche l’organizzazione e gli strumenti utilizzati (il processo telematico, per esempio viene considerato uno degli strumenti migliori per contrastare l’intasamento di cancellerie e aule di tribunale). C’è poi il tema degli ostacoli istituzionali che finiscono per intasare le aule di tribunale. «L’articolazione della pubblica amministrazione in mille strutture, enti, regioni – continua Pansini – e la difficoltà di esercitare i controlli si traduce nel fatto che i cittadini si rivolgono al giudice per chiedere l’esercizio del controllo che spetterebbe alla sfera pubblica e che questa non è in grado di esercitare. Inoltre, non è raro che ci si senta dire: non posso riconoscere un diritto o provvedere a un pagamento a meno che non me lo ordini un giudice con la sentenza».

I costi
Ogni macchina per essere messa a punto ha bisogno di investimenti, quella della giustizia italiana avrebbe bisogno di una revisione completa e quindi di un budget adeguato. Lo studio di «Italia decide» ci dice che il costo totale della macchina è di quasi 8 miliardi di euro pari a circa l’1,3% della spesa pubblica. Una spesa tra le più alte, superata da Francia e Germania che però hanno ben altri risultati sul piano dello smaltimento degli arretrati.

L’industria
Il danno, per nulla collaterale, della lentezza della giustizia è quello che si calcola in campo economico e industriale dove da tempo le imprese italiane gridano all’allarme. «Nonostante i progressi degli ultimi anni – ricorda Marcella Panucci, direttore generale di Confindustria – l’inefficienza del sistema giudiziario continua a essere percepita dagli attori economici come uno dei principali ostacoli al “fare impresa” in Italia. Lo conferma anche il rapporto 2017 Doing Business della Banca Mondiale, che confronta la regolamentazione di 190 paesi e colloca l’Italia alla posizione 108. Tanto per fare un esempio, il tempo necessario per risolvere per via giudiziale una controversia sull’applicazione di un contratto commerciale (1.120 giorni) è il doppio della media dei Paesi Ocse (553 giorni)». Un ritardo abissale che negli anni ha finito per scoraggiare anche gli investitori stranieri. «L’incertezza su tempi e costi del recupero di un credito commerciale non può non scoraggiare l’investitore straniero che, invece, ha necessità di programmare gli investimenti e di risolvere velocemente eventuali controversie – continua Panucci -. Anche l’indice del 2016 realizzato dal Censis con l’Associazione italiana delle banche estere (Aibe) evidenzia che, nonostante il fascino dell’Italia per gli investitori esteri sia cresciuto, i tempi troppo lunghi della giustizia civile (promossa soltanto dal 2,6% degli intervistati) restano tra le principali debolezze del nostro sistema».Eppure lo scenario, sia pure lentamente, migliora: secondo lo studio il contenzioso civile arretrato(in primo grado) è passato dai 3 milioni e 800 mila cause del 2010 ai 2 milioni e 700 mila del 2014. Cos’altro serve?«Gran parte delle misure auspicate da Confindustria sono state introdotte. Penso alla riforma della geografia giudiziaria, all’introduzione del Tribunale per le imprese e al rafforzamento della mediazione assistita. Ora occorre implementare e monitorare gli effetti. Inoltre, l’adozione del decreto delega per la riforma del processo civile, rappresenterebbe un ulteriore passo avanti. Più in generale, sarebbe auspicabile una riflessione sul riequilibrio del sistema di responsabilità e sull’introduzione di misure di specializzazione del giudice anche nel settore penale», conclude Panucci.

Isidoro Trovato