15.09.16 Corriere del Mezzogiorno – «Avvocati ridotti a bancomat»

corr_mezzo_logoGiustizia L’Ordine ha versato oltre 160 mila euro in quattro anni per gli uffici del Tribunale, ma i disagi restano

Pansini, dell’Associazione nazionale forense: «Non siamo la stampella dello Stato»

«Non vogliamo diventare la stampella economia del governo»; e poi ancora: «Non possiamo essere trattati come un bancomat di Stato». Così il segretario dell’Associazione nazionale forense, Luigi Pansini, interviene sul contributo volontario dell’Ordine degli avvocati per la giustizia. «Noi disponibili – dichiara – ma i servizi in Tribunale non sono cambiati»

Gli avvocati pagano di tasca propria pur di contribuire al miglioramento del funzionamento della giustizia, il governo ringrazia. Ma oltre a questo non è che lo Stato faccia granché per assicurare una vera inversione di rotta in aule e uffici del Tribunale di Bari. Al punto che il segretario dell’Associazione nazionale forense, Luigi Pansini, non le manda a dire e afferma senza mezzi termini: «Non siamo il bancomat dello governo, se le cose dovessero continuare in questo modo meglio cambiare atteggiamento».

Solo per il 2015 il consiglio dell’Ordine degli avvocati di Bari presieduto da Giovanni Stefanì, il quarto in Italia per numero di iscritti, ha versato al ministero 42.777 euro: si tratta di un contributo volontario mirato al miglioramento dell’apparato giustizia, alle prese con una cronica carenza di organico e mezzi. Soldi che vengono utilizzati per l’acquisto di computer, impianti di videoconferenza oppure anche per la semplice copertura assicurativa del personale che presta la sua opera in modo gratuito. È il caso, ad esempio, dei carabinieri in congedo. «Gli avvocati fanno la loro parte, non si tirano mai indietro, pagano di tasca propria e attraverso convenzioni assicurano persino l’assunzione a tempo determinato di stagisti: di fatto si tassano per un servizio che dovrebbe spettare allo Stato», dice Pansini. Il quale però si sofferma sulla situazione degli uffici e dell’andamento generale dell’amministrazione della giustizia, comunque rallentata da problemi enormi che si trascinano da tempo. Uno di questi è la carta. Che spesso i legali si portano direttamente dallo studio per non correre il rischio di arrivare in udienza e trovarsi di fronte a problemi di verbalizzazione. «A me in effetti è capitato diverse volte», racconta Paola Violante, civilista. «In alcune circostanze – prosegue l’avvocato – mi è stato tranquillamente spiegato che non c’erano soldi per l’acquisto dei fogli». Insomma, nell’era della (presunta) giustizia hi-tech la carta resta in cima ai pensieri di quanti ogni giorno si ritrovano in Tribunale per assicurare l’amministrazione della giustizia e fornire almeno una speranza a chi decide di far valere le proprie ragioni dinanzi a un giudice. «La verità è – dichiara Pansini – che ormai i legali sono costretti a riempire le borse professionali di fogli per non farsi cogliere impreparati e consentire il proseguimento delle udienze». Che in caso contrario si bloccano e innescano nuove lungaggini procedurali. «Noi come categoria siamo abituati a lavorare con carta e penna», precisa Pansini. «Il problema purtroppo – prosegue – non è soltanto circoscritto ai fogli delle udienze ma è molto più esteso: sia chiaro, non è mancanza di buona volontà», tiene a sottolineare il segretario dell’Associazione nazionale forense. «Abbiamo sempre fatto la nostra parte – prosegue Pansini -, e tutti gli avvocati sono disponibili a sforzi e sacrifici nell’interesse dei cittadini anche se tante iniziative degli Ordini professionali non vengono messe in atto pur di smistare risorse per la giustizia; tuttavia – conclude – non vogliamo diventare la stampella economica dello Stato».

BEPI CASTELLANETA

 

LEGGI L’ARTICOLO IN FORMATO PDF IN PRIMA PAGINA 15set16_cor_mezz_prima

LEGGI L’ARTICOLO IN FORMATO PDF ALL’INTERNO 15set16_cor_mezz