17.03.15 il Garantista – Intervista a Renzo Menoni (Unione Camere civili italiane)

Sì, la riforma del processo civile ha i suoi chiaroscuri. E poi le stesse valutazioni fatte dagli organismi internazionali sulla qualità della giustizia italiana hanno un grado d’attendibilità analogo alle agenzie di rating: saranno ascoltatissime ma si tratta pur sempre di valutazioni soggettive. E’ innegabile però che il problema delle cause arretrate pesi come un macigno. E allora l’avvocatura civile ha una proposta molto chiara, per il guardasigilli Andrea Orlando: bisogna introdurre più ingranaggi nella macchina, innanzitutto più magistrati. Ed ecco perché «una delle prime cose da fare, a questo punto, dovrebbe essere il richiamo dei giudici in distacco presso i ministeri. Devono tornare a scrivere sentenze. Vorrà dire che negli uffici legislativi, a cominciare da quello di via Arenula, ci sarà qualche toga in meno e qualche avvocato o professore universitario in più». A parlare è Renzo Menoni, avvocato di Parma che presiede l’Unione Camere civili italiane. Anticipa al Garantista quanto proporrà al ministro Orlando dopodomani, alla presentazione del “Quarto rapporto della giustizia civile in Italia”: «Investire di più innanzitutto in termini di risorse umane già disponibili», appunto. Lo studio dell’Unione Camere civili è elaborato con il Centro studi dell’avvocatura. Diventerà oggetto cruciale della due giorni che si terra appunto giovedì e venerdì prossimi, nell’aula magna della Corte di Cassazione a Roma. Alla presenza ovviamente dello stesso ministro della Giustizia.

Va bene, presidente Menoni, alla Giustizia urgono più uomini e risorse. Ma conterà pure l’impatto della riforma del processo civile varata col decreto del 29 agosto. Oppure no? Certo che conta la riforma. E anzi, una parte del rapporto è costruita attraverso un sondaggio effettuato tra tutte le Camere civili, in cui chiediamo innanzitutto una valutazione sull’efficacia degli ultimi provvedimenti. E cosa viene fuori? Bisogna distinguere tra i due principali interventi: un conto è l’arbitrato, cioè la cosiddetta traslatio iudicii, il trasferimento di una causa, già incardinata in tribunale, davanti a un collegio arbitrale. Altra cosa è la negoziazione assistita, che consiste nel tentativo di definire una controversia prima che sia attivata l’azione civile vera e propria. Vuole sapere l’esito del sondaggio? E come no. Ecco, l’arbitrato prende zero. Nel senso che secondo il risultato del nostro sondaggio non l’ha attivata nessuno. Nemmeno un caso. Non ce ne risultano. E’ allarmante. No. Intanto il nostro è un sondaggio effettuato con criteri valutati vi, non strettamente scientifici. Certo, è esteso a tutti i fori italiani, tutti gli uffici giudiziari del Paese, ma è chiaro che qualche arbitrato potrebbe essere stato chiesto ed è sfuggito ai nostri questionari. In ogni caso si tratterebbe di rari episodi. E’ vero dunque che siamo dinanzi a una norma sostanzialmente disapplicata. Come mai? Guardi, noi avvocati siamo sempre stati favorevolissimi. Di fatto l’abbiamo proposta noi. Ma è evidente che l’arbitrato come alternativa alle cause civili già pendenti, per come è stato disegnato, non può avere effetti deflattivi. Se non ci sono incentivi non funziona. Quando la soluzione viene prospettata al cliente, quest’ultimo si trova ad aver già pagato il contributo unificato, e di fronte alla prospettiva di doversi sobbarcare anche le spese degli arbitri si scoraggia. Anche perché si dovrebbe fidare della loro competenza e imparzialità. Ma non se li sceglie lui? Se si mette d’accordo con la controparte. Se non c’è accordo, decide il presidente del Consiglio dell’Ordine in questione. Il quale deve agire secondo uno schema meramente burocratico: ha un elenco precostituito in base a requisiti molto semplici: il collegio arbitrale può essere costituito da tutti gli avvocati di quel foro iscritti all’albo da almeno 5 anni e che non abbiano ricevuto gravi sanzioni disciplinari. Criteri molto larghi. Se il presidente del Consiglio dell’Ordine volesse saltare un nome dell’elenco perché lo ritiene inadatto e volesse passare al nome successivo, non potrebbe farlo. Ma il problema vero è che non ci sono gli sgravi fiscali. E sì. Il ministro ci aveva detto che sarebbe stato possibile introdurli. Evidentemente le risorse scarseggiano. Ma l’arbitrato in questo modo è già fallito. Discorso diverso per la negoziazione assistita. Anche qui purtroppo non ci sono gli incentivi fiscali promessi. Ma almeno devi pagare il tuo avvocato, che avresti pagato comunque e che, con il legale della controparte, prova a definire la controversia prima ancora che inizi la causa vera e propria. Da marzo questa soluzione alternativa a quella giudiziale è obbligatoria per l’infortunistica stradale e per tutti i giudizi ordinari in cui si chiedono somme fino a 50mila euro. Su questo ci vorrà forse una maturazione di carattere culturale, sia da parte dei clienti che di noi avvocati. Ma pur gradualmente, darà i suoi risultati. Quelle che invece non ci piacciono sono le separazioni davanti all’ufficiale di stato civile liberamente definite dai coniugi. Cosa c’è che non va? Prima erano coinvolti molti più attori: dal presidente del Tribunale al pubblico ministero. Ora si rischia che un marito o una moglie concordino con il coniuge condizioni che poi si accorgono essere insostenibili. Il governo ha riposto eccessive attese in misure come questa. Ma si sa, Renzi spara sempre a un alzo notevole. Cosa intende dire? Che punta molto sugli annunci, che in effetti restano impressi nella mente degli elettori più dell’effettivo grado di realizzazione degli impegni. Comunque gli avvocati faranno la loro parte. Noi al cliente abbiamo il dovere di rappresentare la soluzione più conveniente a costo di rimetterci. Nel senso che se si attiva la negoziazione assistita anzichè un’azione giudiziale, l’avvocato guadagna meno. Ma magari cresce il numero degli affari definiti. E cresce la fiducia dell’utenza. Comincia a circolare la notizia che quel certo avvocato propone soluzioni convenienti per la clientela prima che per se stesso. Dicono che al Sud questa famosa negoziazione assistita andrà più lenta. Sì, c’è questa storia che conviene stare in causa anziché pagare un debito, visto che gli interessi sono bassi. Solo che intanto con la riforma non si calcola più l’interesse legale che è dell’1 per cento ma quello commerciale, e cioè l’8 per cento. Poi va detto che in Puglia, per esempio, le cose vanno diversamente che a Napoli. Dove ci sono 12mila avvocati, e allora sa, ut vivere possim: se mi hanno dato la patente cerco di guidare, di poter sopravvivere. Questo è negativo, pericoloso. Più c’è concentrazione di avvocati più la cosa potrebbe pesare sul numero di negoziazioni assistite realizzate. Lei dice: pur di guadagnare di più, un avvocato potrebbe finire per sorvolare sulla possibilità della negoziazione assistita, non proporla neppure al cliente. Sì, ma sono convinto che si tratterà di un problema marginale. E comunque, ci sarebbe molto da dire rispetto ai giudizi spesso catastrofici dati sul nostro sistema giudiziario. Perché, la situazione non è catastrofica? Rapporti come Doing business sono elaborati dalla Banca mondiale, provengono dai cosiddetti poteri forti, rispondono a precise logiche e interessi. E l’Italia è molto periferica in fondo rispetto ai Paesi dove hanno sede questi interessi, e cioè gli Stati Uniti, il Regno Unito. Che la nostra giustizia civile non sia una cosa meravigliosa è sotto gli occhi di tutti. Ma se dicono che siamo a livello di Zambia o Uganda, be’ allora non ci siamo. In Uganda la giustizia è certamente più rapida: se uno ruba gli tagliano le mani e non ruba più…

In effetti… Bisogna cercare la ragionevole durata ma anche la ragionevole qualità. Le statistiche spesso sono fallaci. Negli Stati Uniti sono veloci ma se un comune cittadino vuole intentare un’azione contro le grandi compagnie deve obbligatoriamente rivolgersi a studi che richiedono spese insostenibili. Perché mai dovremmo considerare quel modello come un punto di arrivo? Siamo d’accordo. Ma l’Italia come può smaltire l’arretrato? Mario Barbuto, nuovo responsabile del dipartimento Organizzazione giudiziaria del ministero, ha finalmente diffuso dati seri. Emerge che soprattutto in primo grado le sopravvenienze, cioè le nuove cause, sono inferiori alle cause definite. Quindi il debito giudiziario non è in una situazione drammatica come quella del debito pubblico vero e proprio. Detto questo, se è vero che la giustizia è così importante allora perché abbiamo scoperture enormi nell’organico dei magistrati e delle cancellerie? Qui non si invocano costosissimi potenziamenti, ma il semplice utilizzo di quei 400 milioni di euro che, come detto da Barbuto, se ne vanno in risarcimenti per giustizia negata, al fine di un miglior funzionamento della macchina. Si tratta tutto sommato di un milione di cause civili in primo grado. Richiamiamo i magistrati dispersi per i vari ministeri, mettiamoli dietro le scrivanie a scrivere sentenze e automaticamente abbiamo risolto il problema. Un giudice non può stare una vita all’ufficio legislativo di un ministero. O quando torna in un’aula di tribunale non capisce nemmeno più dov’è finito.