20.02.17 Corriere economia – Se il giovane avvocato diventa dipendente

Svolte Alleanza tra Cgil e Anf a tutela dei mono-committenti
Raccolta di firme per l’abolizione del muro tra lavoro subordinato e libera professione
Giovani e futuro. Gli avvocati si interrogano ormai da anni su questi temi cercando una soluzione alla crisi della categoria. Adesso si muove qualcosa in questo senso e si assiste a movimenti mai visti prima: è iniziata una raccolta firme, promossa dalla Cgil, per l’abolizione dell’incompatibilità tra lavoro dipendente o parasubordinato e la professione di avvocato. A questa proposta hanno aderito l’Associazione nazionale forense e l’Associazione «Mobilitazione generale avvocati» per regolamentare la figura dell’avvocato mono-committente.
La proposta
Un’insolita alleanza che però parte da una constatazione concreta: sono moltissimi ormai gli avvocati (per lo più giovani) che hanno come unico cliente lo studio legale presso il quale lavorano.

Già nel 2010 l’Anf battezzò questi legali col termine «sans papier» ma adesso il tema è particolarmente caldo anche se rimane ancora forte l’opposizione una parte dell’avvocatura che vede una qualsiasi forma contrattuale come inconciliabile con la libera professione. Eppure un anno fa, all’inaugurazione dell’anno giudiziario, lo stesso ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha fatto riferimento al tema: «Credo che siano maturi i tempi per avviare una riflessione sul praticantato e sulle modalità di lavoro della giovane avvocatura, per valutare la possibilità di delineare forme di riconoscimento contrattuale per praticanti e giovani avvocati che sia compatibile con l’autonomia del professionista».

I numeri
L’elaborazione di Anf, dal 2010 ad oggi, ha evidenziato che, per gli avvocati «sans papier», dichiarazione Iva e dichiarazione ai fini dell’Irpef coincidono. Se si tiene poi conto che il reddito di questi avvocati è il più delle volte assai modesto e di poco superava i minimi previsti per l’iscrizione alla cassa (prima dell’entrata in vigore della legge professionale del 2012) si comprende come questi legali non saranno mai in grado di costituire il loro percorso previdenziale. In questo modo, secondo l’Anf, poi si pone a carico di tutta la collettività degli avvocati il peso della previdenza di colleghi il cui lavoro, di fatto subordinato, va a vantaggio degli studi che li utilizzano. «Un criterio di giustizia sociale dovrebbe indurre ad imporre – sostengono all’Anf – a questi studi professionali il pagamento, ad un fondo separato, sempre all’interno della Cassa previdenziale forense, di contributi percentualizzati sulla retribuzione corrisposta al giovane collega che garantisca la costituzione di una rendita matematica tale da garantirgli anche in un futuro remoto il mantenimento dello standard sociale raggiunto».

Ma la questione previdenziale è strettamente collegata a quella retributiva: basti pensare che nell’ultimo anno, un quarto degli avvocati italiani ha dichiarato meno di mille euro al mese, attestandosi su soglie di povertà mai raggiunte prima. Su un totale di circa 240 mila avvocati iscritti, 60 mila non superano i 10.300 euro l’anno; 40 mila arrivano a 20 mila euro, altri 20 mila hanno un reddito pari a zero e ce ne sono 20 mila che addirittura non hanno neanche inviato, alla Cassa, il modello dichiarativo per il pagamento dei contributi previdenziali.

Secondo i dati di Cassa forense in media, gli avvocati del Nord hanno dichiarato un reddito pari a 55.559 euro, quelli del Centro 42.512 euro e quelli di Sud e Isole 22.822 euro. A incassare di meno sono gli avvocati calabresi (con circa 16.920 euro all’anno). Malgrado tutto però i redditi bassi non hanno disincentivato l’accesso alla professione: aumenta infatti il numero di giovani che decidono di iscriversi all’Albo e, quindi, anche alla Cassa. E così, dai 235 mila dell’anno scorso le iscrizioni sono salite alle 239 mila di quest’anno. Paradossalmente però è proprio la Calabria la regione con il maggior numero di avvocati rispetto alla popolazione: sono 6,8 ogni mille abitanti: un sovraffollamento che crea eccessiva concorrenza e un crollo delle tariffe.

 

Isidoro Trovato