20.06.17 Legal – Il DDL concorrenza fa ancora discutere

Il giudizio di Giovanni Pitruzzella è stato caustico. «L’attuale testo del ddl concorrenza», ha detto il presidente dell’Antitrust in occasione della relazione annuale, «presenta una pluralità di disposizioni tra loro molto eterogenee, che non sembrano presentare una stretta connessione con il tema della libera concorrenza». Il problema, ha sottolineato, è che durante il lunghissimo iter parlamentare, oltre 600 giorni, «il testo ha perso alcune importanti previsioni presenti nel progetto governativo e si è arricchito di una serie di previsioni spurie, per effetto delle quali da provvedimento concepito per rimuovere gli ostacoli regolatori ingiustificati al funzionamento dei mercati, si è trasformato in un provvedimento omnibus di ri-regolazione». Alla luce di ciò, ha sintetizzato Pitruzzella, «si può concludere che la prima esperienza applicativa dello strumento del ddl concorrenza non appare del tutto soddisfacente». Tra le norme che sono scomparse e quelle che sono state aggiunte al testo durante l’esame della Camera, poi recepito in maniera quasi integrale dal maxiemendamento con cui il governo, grazie al voto di fiducia, è riuscito a far passare il provvedimento al Senato, non ci sono quelle che riguardano l’attività forense e quella notarile, già presenti nella prima versione. Ma anche su questo terreno, i rimpianti di Pitruzzella sono molti. I rilievi dell’Antitrust II presidente dell’autorità per il mercato e la concorrenza aveva infatti segnalato al governo una serie di proposte che, puntualmente, non sono state accolte. L’auspicio era quella di rimuovere una serie di limiti ai principi della concorrenza contenuti nella legge di riforma della professione forense (legge 247 del 2012). Uno dei suggerimenti arrivati da Pitruzzella riguardava l’eliminazione della riserva di competenza degli avvocati per l’attività di consulenza legale e stragiudiziale prevista dall’art. 2, comma 6, della legge 247/2012. Fuori dei casi in cui ricorrono competenze espressamente individuate relative a specifici settori del diritto e che sono previste dalla legge per gli esercenti altre professioni regolamentate, era la proposta, l’attività professionale di consulenza legale e di assistenza legale stragiudiziale, ove connessa all’attività giurisdizionale, se svolta in modo continuativo, sistematico e organizzato, è di competenza degli avvocati. L’Antitrust aveva poi chiesto l’abrogazione dei parametri per i compensi professionali in caso di mancato accordo tra le parti (per la generalità delle professioni, i parametri si applicano solo in caso di loro liquidazione da parte del giudice) nonché l’eliminazione del ruolo dei Consigli dell’Ordine circondariale nelle controversie sul compenso tra cliente e avvocato (l’art. 13, comma 9, della legge 247 prevede che il Consiglio competente possa esperire un tentativo di conciliazione e, in caso di mancato accordo, su richiesta dell’avvocato, rilasciare un parere sulla congruità della pretesa del legale in relazione all’opera prestata) e la rimozione del divieto del patto di quota lite (divieto stabilito dall’art. 13, comma 4, della legge 247/2012). Infine, si auspicava la rimozione del regime delle incompatibilità di cui all’art. 18 della legge 247, ritenendo, invece, opportuno un intervento sugli obblighi di astensione in caso di conflitto. Le società di capitale Snobbate queste richieste, nell’ambito del settore legale Pitruzzella si è dovuto accontentare di altre norme, alcune relative agli avvocati e alcune ai notai. La novità che ha fatto più discutere è sicuramente il via libera all’ingresso di soci di capitale negli studi legali. Il comma 141 del maxiemendamento al ddl introduce nella legge del 2012 l’articolo 4-bis, secondo cui «l’esercizio della professione forense in forma societaria è consentito a società di persone, a società di capitali o a società cooperative iscritte in un’apposita sezione speciale dell’albo tenuto dall’ordine territoriale nella cui circoscrizione ha sede la stessa società; presso tale sezione speciale è resa disponibile la documentazione analitica, per l’anno di riferimento, relativa alla compagine sociale». Il provvedimento prevede alcuni paletti per garantire l’autonomia e l’indipendenza degli avvocati: i soci dovranno essere per due terzi professionisti iscritti all’albo, pena «lo scioglimento della società»; «la maggioranza dei membri dell’organo di gestione deve essere composta da soci avvocati»; i componenti dell’organo di gestione non potranno essere estranei alla compagine sociale; l’incarico difensivo potrà essere «svolto soltanto da soci professionisti in possesso dei requisiti necessari per lo svolgimento della specifica prestazione professionale».

Tanto è bastato all’Associazione nazionale forense per accogliere con soddisfazione il ddl. Secondo il segretario Luigi Pansini il testo «delinea la figura dell’avvocato nelle mutate esigenze professionali di una società ben diversa da quella in cui intere generazioni di professionisti hanno operato nei decenni scorsi, si favorisce l’interdisciplinarietà e al contempo si salvaguarda l’avvocato quale professionista garante dell’interesse del cittadino, al riparo da indebite interferenze e influenze». Tutt’altra, però, l’opinione del Movimento forense, che invece guarda con preoccupazione alle nuove norme. Per l’associazione, la novità aveva bisogno di essere accompagnata da ben altri vincoli e limitazioni. Disposizioni specifiche atte a «disinnescare il pericolo di ingresso di capitali di dubbia provenienza, scongiurare il pericolo di abuso monopolistico con il travaso orizzontale di clientele governate dalla forza di pressione del socio avente altrove posizione dominante, tutelare l’autonomia della difesa, impedendo l’assunzione di incarichi difensivi verso il medesimo socio di capitale che condizionerebbe poi l’attività del procuratore, garantire l’indipendenza del ministero difensivo, impedendo che un socio di capitale abbia accesso all’organo amministrativo della società». In assenza di tali interventi, il ddl concorrenza «comporta il rischio di un mero assoggettamento dei professionisti operanti all’interno della nuova forma societaria ai cosiddetti poteri economici forti, con conseguente spersonalizzazione e massificazione dell’attività professionale forense, nonché con potenziale o concreta moltiplicazione dei conflitti d’interesse palesi e occulti; una scelta di tal fatta porterebbe alla generale costituzione di studi legali vincolati a potentati economici in grado di sovvertire, solo con l’apporto della moral suasion della loro forza esterna alla professione, anche le stesse leggi del mercato». La bocciatura del Cnf Critiche che, seppur con toni diversi, sono state condivise anche dagli organismi istituzionali di rappresentanza. Secondo il membro del Consiglio nazionale forense, Francesco Marnilo di Condojanni, e il presidente dell’Organismo congressuale forense, Antonio Rosa, che fanno parte del tavolo tecnico istituito per valutare i contenuti della legge, la formulazione delle norme relative alle società di capitali comporta «il rischio che la presenza, pur minoritaria, negli studi legali, di soci di capitale non professionali possa pregiudicare seriamente l’autonomia e l’indipendenza nell’esercizio della professione forense. Tanto più se si considera che il ddl concorrenza non esclude affatto che la società allargata a finanziatori/clienti non avvocati possa svolgere la propria attività in favore o nell’interesse di quegli stessi soci di capitale». Il provvedimento, inoltre, «non esclude neppure la partecipazione di un socio non professionista privo dei requisiti minimi di onorabilità, o che abbia riportato condanne definitive per pene anche superiori a due anni di carcere relative a reati non colposi: eppure tali limiti erano stati previsti, nel 2011, per le società costituite da altre categorie professionali». La conclusione, per i rappresentanti dell’organismo guidato da Andrea Mascheriti, è una sonora bocciatura delle nuove disposizioni. E infatti difficile, spiegano Marnilo di Condojanni e Rosa, «non cogliere tutti i pregiudizi che possono derivare per l’utente da società di avvocati partecipate, seppur nel limite di un terzo, da soci non professionali, con la mortificazione delle aspettative che legittimamente i cittadini conservano nei confronti degli avvocati in quanto custodi di fondamentali garanzie di tutela di tutti i diritti, e non certo degli interessi dei cosiddetti poteri forti». La trappola dei testimoni Analoghe perplessità sono state avanzate anche rispetto a un’altra novità che riguarda gli avvocati, contenuta nel pacchetto del ddl dedicato all’Ile auto. La norma in questione è quella contenuta nel comma 15 del maxiemendamento, che introduce il comma 3-bis all’articolo 135 del Codice delle assicurazioni private. «In caso di sinistri con soli danni a cose», si legge nel testo, «l’identificazione di eventuali testimoni sul luogo di accadimento dell’incidente deve risultare dalla denuncia di sinistro o comunque dal primo atto formale del danneggiato nei confronti dell’impresa di assicurazione». Se questo non avviene, il danneggiato e la compagnia avranno 60 giorni di tempo per integrare la lista. Dopodiché, la pratica si chiude: «l’identificazione dei testimoni avvenuta in un momento successivo comporta l’inammissibilità della prova testimoniale addotta». Per i rappresentanti del Cnf, in questo modo si introduce «ancora una volta una penalizzazione per gli utenti e i cittadini in generale, a vantaggio delle assicurazioni e dunque, di nuovo, di quei poteri forti già troppe volte favoriti in questi anni da altre scelte del legislatore». Secondo il testo passato al Senato, spiegano Marullo di Condojanni e Rosa, «chi denuncia un sinistro è obbligato a indicare i nomi di tutti gli eventuali testimoni già nel primo atto con cui comunica il sinistro. Cosicché eventuali successive indicazioni di testimoni non potranno valere come prova in giudizio. Lo squilibrio si manifesta nel fatto che tali vincoli non sono previsti per le compagnie assicurative». La lista della spesa Ancora più duro il giudizio del Movimento forense, secondo cui il «curioso rito processuale assicurativo, cadenzato da preclusioni incostituzionali a carico solo dei danneggiati che intendono agire in giudizio nei confronti delle imprese assicurative” sarebbe addirittura in contrasto non solo codice di procedura civile ma anche con gli articoli 111 e 24 della Costituzione. La norma, a parere dell’associazione, crea una vera e propria «trappola per i danneggiati che, privi di informazioni specifiche e di assistenza tecnica, in sede di denuncia di sinistro fatta magari telefonicamente o davanti a personale amministrativo di agenzia, non provvedano a indicare eventuali testimoni sul luogo di accadimento dell’incidente, decadendo così dal diritto previsto dal codice di procedura civile di indicare i testimoni nei termini di legge». Meno polemiche ha suscitato l’ultima novità per gli avvocati, che riguarda l’obbligo di presentare un preventivo in forma scritta o digitale al cliente prima di avviare l’attività. Anche qui, con il comma 151 del maxiemendamento, si va a modificare la legge professionale del 2012 aggiungendo alla previsione che il professionista debba rendere note le spese, contenuta nell’articolo 9 comma 4, le parole «obbligatoriamente, in forma scritta o digitale». Una modifica che ha comunque incontrato il parere contrario del Movimento forense. «Il percorso lavorativo ipotizzabile nella fase pre-incarico», spiega l’associazione, «è, e non può che essere, limitato all’individuazione delle attività da svolgersi con le conoscenze che si hanno in quel preciso momento storico. E il cliente non avrà alcun giovamento da una lista della spesa errata, tanto in eccesso che in difetto»