25.09.15 Italia Oggi – Calo del fatturato per il 44% degli avvocati. Ma tiene l’occupazione

La crisi lascia il segno nel mondo dell’avvocatura. E il gap tecnologico e la formazione universitaria insufficiente non aiutano. Negli ultimi due anni, infatti, il 44% dei legali ritiene di aver visto diminuire i propri guadagni. Percentuale che sale al 49% nel Mezzogiorno. Solo per un avvocato su quattro, invece, il fatturato è aumentato. Ma il calo dei redditi, per fortuna, non ha portato con sé uno speculare calo dell’occupazione che risulta in controtendenza. Il 76% degli studi, infatti, ha mantenuto invariato il numero degli addetti mentre e il 9% lo ha aumentato. E tra le principali difficoltà denunciate dagli avvocati figura, al primo posto, il mancato o ritardato pagamento da parte dei clienti, lamentato dal 79% dei professionisti interpellati, mentre il 66% indica il peso crescente degli adempimenti burocratici. Questa la fotografia fornita dal «Primo rapporto sull’avvocatura italiana» realizzato da Censis per conto di Cassa forense e presentato, ieri, nel corso del primo pomeriggio di lavori dell’Undicesima edizione della Conferenza nazionale dell’ente di previdenza, in corso a Rimini. L’analisi, illustrata dal segretario generale dell’istituto di ricerca Giorgio De Rita, è stata condotta su un campione di circa 8 mila legali e mostra come, nonostante il periodo di difficoltà il 51% degli avvocati abbia scelto il mestiere per passione, relegando al solo 8% coloro che hanno scelto la strada dell’avvocatura perché figli di avvocati. Tornando all’aspetto strettamente legato all’attività di studio, l’analisi del Censis mostra che circa il 70% degli avvocati è titolare di uno studio unico e a prevalere sia sul loro fatturato sia sulla loro organizzazione è l’attività giurisdizionale, mentre solo nel 30% dei casi l’attività di consulenza è quella principale, lasciando come fanalino di coda il 5% dei casi nei quali la principale attività risulta essere la mediazione e gli arbitrati. Non solo. La professione, infatti, è ancora fortemente incanalata verso le materie civilistiche che coprono il 54% dei casi, contro un solo 3% di legali che si occupano di diritto societario e un solo l’1% in diritto internazionale. Dato che non può che essere legato al fatto che, come ha sottolineato il Censis, in Italia il 74% del fatturato dei legali deriva da clienti localizzati sullo stesso territorio di attività. Elemento a sua volta connesso al fatto che nell’87% dei casi la conoscenza del professionista avviene attraverso il passaparola tra i clienti. A pesare, poi, sulla situazione dei legali, anche altri due aspetti, il gap tecnologico e l’università. Sotto il primo profilo solo il 26% degli studi ha, infatti, un sito web e, fra questi, solo il 5% lo usa per interagire con i clienti, mentre, per quanto riguarda l’università il 41% dei legali ritiene che la formazione universitaria sia carente rispetto alle competenze necessarie per l’esercizio della professione. E in tutto questo la categoria guarda con speranza alla Cassa, sia per la formazione (nel 74% dei casi) sia per la rappresentanza e per un welfare professionale, al punto che il 78% degli avvocati ritiene che il nuovo regolamento dell’ente, che stabilisce i criteri per la fruizione dei servizi di previdenza e assistenza, sia uno strumento importante per rispondere alle esigenze dei professionisti. Il 65%, inoltre, è d’accordo sulla destinazione degli investimenti della Cassa per il fi nanziamento di opere e interventi a sostegno della ripresa economica del paese. «La ricerca dimostra che è il cambiamento la prospettiva più urgente con cui fare i conti», ha dichiarato il presidente di Cassa forense, Nunzio Luciano, «e, con il cambiamento, anche l’esigenza di una rappresentanza più incisiva degli interessi degli avvocati. È per questo che la Cassa ha varato il nuovo regolamento sull’assistenza, uno strumento nato per aiutare soprattutto le categorie più deboli, come i giovani e le donne. Particolarmente signifi cativo», ha aggiunto Luciano, «è il bisogno di formazione che emerge dalla ricerca, rispetto al quale la Cassa forense ha già intrapreso un percorso virtuoso che intende potenziare sempre più nel futuro». Dopo la presentazione della ricerca del Censis si è svolta una tavola rotonda dove hanno partecipato le componenti maggiormente rappresentative dell’avvocatura, concentrandosi in particolare sul problema della mancanza di rappresentanza avvertita dalla quasi totalità del campione di avvocati intervis t a t i . A partire dal presidente del Consiglio nazionale forense, Andrea Mascherin, che ha ricordato come «le rappresentanze debbano partire oggi da un presupposto: l’assunzione di responsabilità. La nostra sfi da è capovolgere il sondaggio e conquistare la fiducia degli iscritti. Abbiamo bisogno di leadership e di eliminare i frazionamenti interni». Riguardo invece l’ipotesi che il nuovo codice deontologico del Cnf restringa la possibilità, per gli avvocati, di sfruttare appieno le potenzialità di Internet, Mascherin ha sottolineato che «tutto ciò che è modernizzazione va promosso e sviluppato, ma il principio della dignità e del decoro è un paletto non superabile». A parere di Mirella Casiello, presidente dell’Oua «il problema della rappresentanza politica è evidente perché c’è uno scollamento con la base, e in particolare con la fascia più giovane, come evidenziato dall’indagine». È intervenuto poi Maurizio de Tilla, presidente Anai, ricordando come quella dell’avvocatura «è una attività intellettuale. La politica ci voleva imporre un avvocato mercificato ma noi non entriamo nell’attività di impresa». Luigi Pansini, segretario generale dell’Associazione nazionale forense ha sottolineato invece che «l’autorevolezza dell’avvocatura è strettamente legata alla rappresentanza. Anche all’avvocatura serve una separazione dei poteri a livello centrale e una legge elettorale che finalmente dia sfogo al bisogno di rappresentanza della base». Critico, invece, nei confronti del regolamento sulle specializzazioni è il presidente dell’Ucc, Renzo Menoni. «Siamo convinti da un lato che le specializzazioni rappresentino il presente e il futuro della professione», ha spiegato, «ma il regolamento non ci convince perché se da un lato alcuni settori come il penale o l’amministrativo sono rimasti uniti nel loro insieme, il civile è stato scomposto». Il presidente Aiga, Nicoletta Giorgi, ha invece evidenziato come «dare uno strumento alla giovane avvocatura per superare la crisi significhi, per esempio, avere il coraggio di parlare della riforma dell’università per consentire che questa riforma sia legata non solo al numero ma alla qualità dello studente che esce da giurisprudenza».

 

 

BEATRICE MIGLIORINI E GABRIELE VENTURA