26.08.2013 Il Mattino – Tribunali, via ai tagli ma è boom di proroghe

Senza la grancassa che accompagna le riforme della giustizia da sempre preannunciate e mai realizzate, la vera rivoluzione dei tribunali italiani sta per partire in sordina, soffocata dal clamore delle polemiche del post sentenza Berlusconi. Alla mezzanotte del 13 settembre scatterà il d-day: dalla cartina geografica spariranno formalmente 947 uffici giudiziari, pari al 47,27% di quelli esistenti, quasi uno su due. Cesseranno di esistere 30 tribunali, 30 procure, 220 sezioni distaccate e 667 sedi di giudice di pace (che però avranno un «bonus» fino alla prossima primavera per consentite ai comuni di verificare se potranno farsi carico del mantenimento degli uffici). Non ci saranno né esuberi né messa in mobilità: nelle sedi che accorperanno quelle soppresse saranno trasferiti 7.300 dipendenti amministrativi e oltre 2.700 magistrati (di cui 265 giudici e 112 pubblici ministeri delle 30 sedi prossime alla chiusura, circa 500 toghe ordinarie delle sezioni distaccate e 1.900 tra giudici onorari di tribunale e vice procuratori onorari). La macchina è già in moto. E i risparmi calcolati dal ministero della Giustizia ammontano, a regime, a circa 80 milioni di euro l’anno, cui vanno sommati i tagli di circa il 25% di spese per acqua, luce, gas etc. Ma il vero senso della riforma non sta nell’abbattimento dei costi, quanto nell’obiettivo di recuperare efficienza e di avere magistrati più specializzati. «È una riforma epocale»: il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri usa le stesse parole del suo predecessore, Paola Severino, che un anno fa aveva avviato con tenacia un percorso ad ostacoli, tra le proteste dell’avvocatura e della politica locale, e non solo. Resistenze, queste, che non sono venute meno e con le quali Cancellieri dovrà ancora confrontarsi. «Può darsi che all’inizio ci saranno problemi di avvio – dice il ministro – ma bisogna ragionare con buon senso, perché il meglio è nemico del bene. La legge ci dà due anni di tempo per mettere mano ad eventuali correttivi, se necessari. Ma la riforma ora deve partire e partirà. Da parte mia, ho preso un impegno e alla ripresa dei lavori parlamentari sarò in commissione Giustizia per fare un punto». Non chiude al dialogo, il ministro, ma è decisa ad andare avanti senza cedere ad alcuno slittamento nell’avvio della riforma. Anche se i segnali ostili continuano. La commissione Giustizia del Senato, alla fine di luglio, ha dato il via libera, con il voto unanime di Pdl, Pd, Scelta Civica e M5S, a un ddl di rinvio di un anno della riforma. Il provvedimento, per ovvi motivi di tempo, non potrà essere esaminato dall’aula prima del 13 settembre. Ma il fronte del no ha perseverato, e in occasione del voto sul decreto del Fare, all’inizio di agosto, il Senato ha approvato un ordine del giorno, anch’esso bipartisan, che impegna il governo a correggere la riforma prima del 12 settembre. Ma la riforma partirà in ogni caso. Del resto, a tuonare contro i «ciechi particolarismi» del mondo della politica era stato il Capo dello Stato in persona, lo scorso giugno, quando anche il Consiglio superiore della magistratura e l’Associazione nazionale dei magistrati, da sempre favorevoli alla riorganizzazione dei tribunali, avevano registrato con preoccupazione il fioccare di ordini del giorno e di disegni di legge pro-rinvio. Niente di più anacronistico, soprattutto se si considera che la mappa dei tribunali è ferma ai tempi dell’unità d’Italia. «Ma oggi non viaggiamo più in carrozza. Senza contare che stiamo puntando molto sull’informatizzazione della giustizia », fa notare il ministro Cancellieri. A dare ulteriore impulso alla decisione di andare avanti è stato anche il verdetto della Corte Costituzionale, che il mese scorso ha respinto le decine di ricorsi contro il taglio ai «tribunalini». L’unica sede salvata dalla Consulta è stata quella di Urbino. Per il resto, i giudici costituzionali sono stati categorici: la nuova geografia non comporta alcun «impedimento o limitazione». Anzi, garantirà una «giustizia complessivamente più efficace». Prima e dopo il verdetto della Consulta la voce contraria degli avvocati si è fatta sentire. Eccome. Soprattutto nel napoletano. L’acme dello scontro è stato raggiunto lo scorso luglio, quando il ministro Cancellieri ha indicato nell’avvocatura una delle grandi lobby al lavoro per bloccare le riforme. Per quell’infelice frase, poi meglio precisata e rettificata, il ministro ha ottenuto come risposta una adesione massiccia allo sciopero di avvocati penalisti e civilisti. Le acque si sono ora un po’ calmate, ma su geografia giudiziaria e mediazione civile l’ostilità di fondo dei legali resta. Secondo il Consiglio nazionale forense la riorganizzazione dei tribunali è stata compiuta su «criteri astratti e dannosi», che porteranno «all’aumento dei costi che ad effettivi risparmi». L’ordine degli avvocati di Perugia starebbe addirittura meditando un esposto per interruzione di pubblico servizio in vista degli inevitabili disagi. Nel frattempo, al secondo piano del ministero della Giustizia, lavora a pieno ritmo una task-force, coordinata dal capo del Dipartimento dell’organizzazione giudiziaria, Luigi Birritteri, che «a costo zero» e «senza consulenze» da due anni elabora dati e strategie per far partire la riforma. A quella porta hanno bussato a centinaia, tra parlamentari, avvocati, esponenti politici locali. Per chiedere un rinvio o per perorare la salvezza di questo o quel tribunale. Ma oramai il dado è tratto. E l’unica soluzione-ponte per non provocare scossoni in vista del 13 settembre è rappresentata dallo strumento delle proroghe previsto dall’art.8 del decreto legislativo sui «tribunalini», che permette di mantenere, per non più di cinque anni, gli immobili degli uffici soppressi al servizio dell’ufficio giudiziario accorpante. Non sarà un escamotage per aggirare la riforma – sottolineano al ministero – quanto un modo per consentire la conservazione temporanea di vecchi archivi oppure lo smaltimento delle cause pendenti, mentre quelle future saranno incardinate nelle nuove sedi. I decreti di proroga firmati dalla Cancellieri sono fino ad ora 42, di cui 22 per gli archivi. E così, ad esempio, il tribunale di Cuneo potrà ancora utilizzare i locali delle soppresse sedi di Mondovì e di Saluzzo per tre anni e sei mesi. E nella eliminanda sezione distaccata di Terracina i giudici di Latina continueranno a tenere udienza per altri due anni. È ancora presto per sapere con precisione cosa sarà dei palazzi di giustizia che dal 14 settembre ceseranno di funzionare. Dovrebbero essere riconvertiti in scuole, asili, alloggi per la polizia penitenziaria, o comunque in strutture ad uso pubblico delle comunità locali. A Chiavari ancora protestano perchè il nuovo palazzo di giustizia, costato 13 milioni di euro, non aprirà mai i battenti. Chiavari è infatti tra le sedi che spariranno. E così quel palazzo dovrà essere destinato ad altro. Ma per le nuove polemiche c’è ancora tempo.