27.09.16 Legal Community – Governance nel mirino

mag_logoLa strada verso il Congresso forense
L’assise di Rimini discuterà un possibile nuovo assetto per la rappresentanza istituzionale e politica dell’avvocatura. Ma tra le proposte allo studio non c’è unità. Si rischia un nulla di fatto
IL 23esimo Congresso nazionale forense si terrà a Rimini il 6, 7 e 8 ottobre. Il tema che dà il titolo all’appuntamento è: ” Giustizia senza processo? La funzione dell’avvocatura “. Ma stando al dibattito che si registra nei giorni che precedono l’appuntamento, la questione in cima all’agenda dei delegati che prenderanno parte ai lavori congressuali è quella della rappresentanza della categoria forense. Cresce la domanda di una nuova governance. Ma le soluzioni che le diverse anime dell’avvocatura propongono sono molto variegate e in alcuni casi inconciliabili. Il punto centrale che infuoca il dibattito è la creazione di un nuovo organismo che dovrà eseguire le deliberazioni del Congresso, così come previsto dall’art. 39 della legge professionale, la n. 247/2012. Accanto alla creazione di questo nuovo attore nel sistema della rappresentanza forense, l’altro nodo sembra essere proprio il ruolo dell’Oua, l’Organismo unitario dell’avvocatura. Istituito nel 1995, rappresenta e tutela gli interessi dell’avvocatura nei confronti delle istituzioni. Per lo meno questo è stato finora il suo ruolo ufficiale. Secondo quanto appreso da MAG nei giorni precedenti l’assise di Rimini sono circolate diverse bozze di proposte di riforma del sistema di rappresentanza. È probabile che nelle prossime settimane ci sarà una sintesi tra i contenuti di questi documenti, che, pur avendo alcuni punti in comune, differiscono in altrettanti aspetti. Certo è che l’avvocatura si trova a un bivio importante; come è emerso dalle parole di alcuni dei prossimi partecipanti al Congresso. Dalle loro testimonianze appare chiaro che l’assetto del sistema di rappresentanza della categoria forense è destinato a cambiare. Ma in quale direzione? LA QUESTIONE DELLA RAPPRESENTANZA Per l’avvocata Mirella Casiello , presidente dell’Oua, l’organo che presiede è già l’espressione del voto e della partecipazione di tutti gli avvocati italiani e rimane l’attore in grado di esprimere le posizioni dell’avvocatura sui temi più rilevanti relativi alla giustizia e alla professione stessa. «Sono vent’anni che si parla della questione della rappresentanza. Ogni volta s’immagina un nuovo sistema che funzioni meglio, ma quello vigente si può ritenere perfetto sia dal punto di vista della rappresentanza che del funzionamento. I Consigli dell’Ordine non devono fare politica ma occuparsi dei compiti assegnati loro dalla legge. Cosa ci si potrebbe aspettare dal ministero della Giustizia se ci fosse un organismo di rappresentanza dell’avvocatura formato solo da consiglieri? Semmai c’è necessità di un organismo articolato, ma che non può essere solo di natura ordinistica. Dovrebbe contenere tutte le istanze provenienti dalle diverse componenti dell’avvocatura: quella d’affari, quella attiva nel settore penale, quella dei giovani». Per Casiello «un organismo composto da pochi e che voglia rappresentare l’avvocatura intera mina la democraticità del sistema di governo della categoria stessa. Infatti un sistema democratico per essere tale deve essere rappresentativo e partecipato. Mettere insieme in un unico organo tutti i poteri è contrario anche alla Costituzione» sostiene. «Né del resto», aggiunge, «regge la proposta di ridurre il numero dei delegati in funzione dell’esigenza di spending review, dal momento che si potevano rivedere i costi degli eventi mondani oppure poteva contribuire il Consiglio nazionale forense (Cnf)». Di parere diverso l’avvocato Luigi Pansini , segretario generale dell’Associazione nazionale forense (Anf), soprattutto sulla capacità dell’Oua di continuare a svolgere il suor ruolo: «La questione della rappresentanza sembra una partita tra ordini territoriali e Cnf. L’Oua è riuscito a distruggere se stesso e l’esperienza è da tutti ritenuta ormai superata». «La rappresentanza dell’avvocatura è un tema difficile da domare, anche perché le regole che ne governano i principi sono assai distorte e di regole non si parla più. Il fine giustifica i mezzi». Pansini spiega a MAG che l’Anf a Venezia propose il suo modello, a loro avviso più inclusivo, capace di attenuare le storture contenute nella legge professionale rispetto all’attuale formulazione dell’articolo 39 che disciplina il congresso. E a quel tavolo, due anni fa, parteciparono anche associazioni come l’Unione delle Camere penali e l’Aiga (Associazione italiana giovani avvocati), tradizionalmente lontane dall’organismo unitario. «Oggi chi si sfilò all’ultimo minuto», sottolinea, «opta per soluzioni diverse o critica la mancanza di proposte da parte della nostra associazione». E quindi, quale dovrebbe essere oggi l’assetto della rappresentanza per Anf? «La nostra idea di organismo», sottolinea Pansini, «poggia sul ruolo primario del Congresso nazionale forense, sull’effettiva attuazione dei deliberati congressuali a cura dell’organismo e sulla necessità di un organismo di rappresentanza politica il più possibile unitario e comprensivo delle diverse componenti dell’avvocatura, sempre con la prevalenza di rappresentanti eletti in sede congressuale. Ma anche sulla eventuale elezione diretta del presidente dell’Organismo e della giunta da parte del Congresso, necessariamente subordinata alla previsione di idonei meccanismi, quali la sfiducia e con l’introduzione dei necessari contrappesi atti a impedire eventuali derive presidenzialiste. Primari sono anche gli aspetti della riduzione del numero dei delegati congressuali e dei componenti dell’Organismo, e del finanziamento obbligatorio del Congresso e dell’Organismo da parte degli Ordini territoriali, anche come condizione alla partecipazione al congresso ed all’organismo». Per Pansini «le proposte che circolano non sembrano ricalcare tali principi». Sul tema della rappresentanza MAG ha interpellato anche l’avvocato Marco Martorana , vicepresidente dell’Aiga, che ritiene l’argomento importante più per l’immagine dell’avvocatura, che per la sostanza. «Il fallimento del Congresso di Venezia, dove l’avvocatura non è riuscita a dotarsi di un organismo di rappresentanza, assieme al dualismo Oua – Cnf, che ha disorientato il governo e in generale la politica, hanno prodotto un danno all’immagine della categoria, già piegata dalla congiuntura economica». Intanto, l’Ordine di Roma, secondo due dei suoi delegati, l’avvocato Claudio Visco e l’avvocato Damiano Lipani , sta convergendo verso una proposta che vede l’istituzione di un nuovo organismo di rappresentanza dell’avvocatura, indipendente dal Cnf ma con all’interno una presenza più forte degli ordini. Anche se, secondo Visco, il rischio che si arrivi a un nulla di fatto come in passato, esiste, vista la diversità delle proposte che stanno circolando.
COME SUPPLIRE ALLE CARENZE DEL SISTEMA GIUSTIZIA? L’altra questione che impegnerà i partecipanti al congresso è quella che dà il titolo all’evento. Le misure alternative alla giurisdizione per la definizione delle liti sono aumentate negli ultimi anni, ma sulla loro capacità di ridurre il contenzioso giudiziario sussistono molti dubbi. Secondo l’avvocato Lipani, attraverso i lavori assembleari si cercherà di implementare le misure alternative di composizione delle controversie che già ci sono, anche se sarebbe opportuno unificarle. «Ma probabilmente, sul punto ci sarà un grande scontro con gli organismi di mediazione e i mediatori» ritiene. Per Pansini invece fino a quando nei commenti e nei provvedimenti di legge si parlerà di Adr come misure per smaltire il carico del processo civile sarà difficile diffondere e affermare la cultura dei sistemi alternativi. «Un procedimento che funziona, in termini di giustizia senza lungaggini, è il migliore strumento per spiegare al cittadino che ci sono valide strade alternative. Sino a quando ci sarà questa asimmetria i risultati saranno deludenti», dice Pansini. «Mediazione, negoziazione assistita, camere arbitrali, trasferimento delle liti in sede arbitrale: sono misure adottate una dietro l’altra. A distanza di anni si possono fare valutazioni su materie che riscuotono minore o maggior successo e intervenire. Ma l’ossessione di deflazionare oscura la discussione e vanifica le migliori intenzioni», sostiene il segretario generale dell’Anf. Per Martorana le Adr potrebbero essere unificate in un unico sistema di mediazione seguito da arbitrato in caso di mancato accordo. «Potrebbe ad esempio essere previsto che per le controversie in determinate materie con valore fino a 5 mila euro le parti debbano prima tentare una mediazione e solo in caso di mancato accordo potrebbe essere prevista l’obbligatorietà di un arbitrato con arbitro unico a costi contenuti. Tutto questo potrebbe essere gestito da avvocati, infatti la nostra categoria, contrariamente a quanto a volte si possa pensare, è pronta a fare la propria parte nello sviluppo della ADR». Si potrebbe «abbandonare l’esperienza relativa alla negoziazione assistita, mentre dovrebbero essere a mio avviso aumentate le attuali agevolazioni fiscali per le altre forme di conciliazione extragiudiziale». Il punto, secondo Martorana, resta «l’accesso a queste forme di tutela da parte dei cittadini meno abbienti che non hanno diritto a un’assistenza legale di parte con le attuali previsioni di patrocinio a spese dello Stato e questo in alcuni casi può precludere l’accesso di questi cittadini alle procedure stesse». ( g.l. )
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