ANF scrive al Presidente del CNF Mascherin e al Comitato organizzatore del XXXIV Congresso Nazionale Forense

Caro Presidente,

cari Sigg. Componenti del Comitato Organizzatore del XXXIV Congresso Nazionale Forense,

il prossimo congresso nazionale forense, che si celebrerà a Catania probabilmente nel mese di ottobre del 2018, si avvicina e sarà compito del comitato organizzatore individuare i temi da discutere in seno alla massima assise dell’Avvocatura italiana.

In attesa della prossima convocazione del comitato, mi permetto di condividere con Te e con tutti Voi, nelle rispettive qualità, alcune riflessioni maturate in seno all’Associazione Nazionale Forense che muovono dagli avvenimenti che hanno interessato l’Avvocatura in questi ultimi mesi e dai provvedimenti legislativi che ne sono scaturiti.

Mi riferisco all’introduzione nel nostro ordinamento delle società di capitali tra avvocati, alla possibile ed auspicata abrogazione dell’obbligo della polizza per gli infortuni a carico degli avvocati, al dibattito sull’equo compenso per le prestazioni legali.

Argomenti che, pur nelle diversità di opinioni in seno all’Avvocatura italiana rispetto ad essi, toccano, da un lato, la necessità – più volte rimarcata – di “contrastare la visione esclusivamente mercatista” della professione, di “una rivoluzione culturale e di un riequilibrio tra lavoro e mercato”, di salvaguardare il ruolo e la funzione dell’Avvocato quale soggetto preposto alla tutela dei diritti, e, dall’altro, gli aspetti concreti legati all’esercizio quotidiano della professione e alle nuove forme di organizzazione del nostro lavoro.

Il tema dell’equilibrio tra economia e giustizia sicuramente impone qualche considerazione e soprattutto, per una proposta dell’Avvocatura a medio termine che riguardi la giurisdizione del nostro paese e il nostro ruolo, esige parole chiare.

Perché su questo tema, oggi, non vi è chiarezza.

Sull’equo compenso, ad esempio, l’Avvocatura istituzionale afferma che la sua introduzione contribuirebbe a stabilire “(stabilisce) un principio fondamentale: che l’economia non prevale sulla giustizia” e che “non dobbiamo infatti dimenticare che l’avvocatura svolge un ruolo fondamentale nella difesa anche e soprattutto dei cittadini più deboli, penso al patrocinio a spese dello stato o alle difese penali d’ufficio”.

D’altra parte, però, quando il legislatore interviene sulle disposizioni dei codici di rito, quella stessa componente dell’Avvocatura non rivendica mai nè afferma che la prevalenza della giustizia sull’economia deve riguardare, innanzitutto e soprattutto, la giurisdizione e il processo.

Questo lo dico perché, pubblicamente e con cadenze sempre più ravvicinate, “il processo civile” è definito come “quello in cui i rapporti economici trovano la loro espressione più intensa e la cui buona salute è determinante per costruire un ordinamento favorevole alla crescita economica” e “la giustizia” è come “infrastruttura per la crescita, fattore attrattivo per gli investimenti e per la ripresa economica” (da ultimo il Ministro della Giustizia nel suo intervento al 33° Congresso Nazionale dell’ANM, ottobre 2017); i mezzi di informazione, dal canto loro, amplificano l’eco del dibattito snocciolando statistiche sul funzionamento della giustizia in rapporto al PIL del paese e guardando alla giustizia come un “freno all’economia” e ai tribunali come entità “disinteressate agli effetti delle loro decisioni”.

La specializzazione della magistratura togata e la devoluzione ad essa delle materie dal carattere più squisitamente economico [(società, concorrenza, insolvenza, mercato, fatta eccezione per il diritto di famiglia), con ricadute (e l’aspetto non è da sottovalutare) anche sulla geografia giudiziaria (basti vedere, da ultimo, la legge delega sulle procedure di insolvenza)], la tendenza ad un sempre minore coinvolgimento del giudice dell’esecuzione nel momento della effettiva realizzazione del credito e il tentativo (naufragato) di far approvare, in sede di conversione del decreto fiscale n. 148/17, l’emendamento volto ad introdurre il rito sommario di cognizione quale nuovo rito esclusivo per la trattazione dei procedimenti di competenza del tribunale in composizione monocratica, sono sintomi di una connotazione della giurisdizione più prossima all’economia che al diritto.

L’Avvocatura, rispetto a queste evoluzioni, ha sempre “inseguito”, mai governato, i provvedimenti imposti e scritti da altri e ne hanno risentito il suo prestigio, la sua autorevolezza, il suo ruolo e le sue funzioni.

Una presa di posizione non può assolutamente rinvenirsi nell’aver sposato quasi fideisticamente, pur riconoscendone le potenzialità e l’efficacia, i sistemi di risoluzione alternativa delle controversie che oggi, purtroppo, soffrono dell’invasività del processo e della giurisdizione laddove è il giudice del processo che pretende di regolarli quanto al funzionamento, alla partecipazione delle parti, ai compiti del mediatore, “al bonario” invito alla conciliazione pena, in difetto, conseguenze processuali non trascurabili.

Ebbene, il congresso nazionale forense di Catania rappresenta la sede più idonea per dare una risposta complessiva al tema dei rapporti tra economia e diritto nella “giurisdizione e nel processo” in Italia.

L’Avvocatura vuole ancora una giurisdizione pubblica? L’Avvocatura italiana vuole ancora un processo con un giudice naturale, terzo ed imparziale?

Se la risposta è positiva, a quali regole deve rispondere il processo: a quelle dell’economia o a quelle del diritto?

E, infine, il processo deve essere a cognizione sommaria o a cognizione piena? E il valore di “precedente” delle pronunce della Corte di legittimità spinge il nostro ordinamento verso un regime “soft” di common law?

Affrontare nel corso del congresso catanese il tema della “giurisdizione e del processo”, che trova peraltro conforto in quei programmi di ampio respiro individuati in seno all’“Agorà dei progetti”[1] e rivolti al “rafforzamento nella Carta Costituzionale del ruolo dell’Avvocato e alla salvaguardia dei diritti dei più deboli ponendo al centro del sistema sociale il Diritto”, consentirebbe all’Avvocatura di elaborare principi e proposte da offrire ad una politica e ad un governo all’inizio della loro legislatura e di porsi quale soggetto autorevole e capace di contribuire al buon governo del paese.

La riflessione, che deve tener conto degli stravolgimenti della nostra società (calo dei redditi, precarietà, innovazione tecnologica che incide sul lavoro, crisi del ceto professionale) in un contesto nazionale e sovranazionale in continua evoluzione, deve essere seria e scevra da pregiudizi, qualunque sia la conclusione cui si dovesse pervenire.

La sfida del congresso di Catania è tutta qui: il rafforzamento del ruolo dell’Avvocato nella nostra Costituzione non può prescindere dalla difesa o da un’idea precisa “di giurisdizione e di processo”.

E per il conseguimento di un obiettivo così ambizioso occorre chiedere agli Avvocati di riscoprire il gusto dell’impegno (e tale richiesta è possibile trattando un tema che l’Avvocatura intera ritiene ineludibile e attingendo da tutte le sue componenti) e conquistare la loro fiducia concentrandosi sull’esercizio della professione, innanzitutto nella giurisdizione.

A margine delle considerazioni che precedono, approfitto dell’occasione per spendere due parole anche su aspetti della legge ordinamentale che, al pari dell’equo compenso, non meno importante rispetto a quello del ruolo dell’Avvocato nella Costituzione, nella giurisdizione e nel processo, riguardano la professione.

Il pensiero corre all’esame di abilitazione, all’avvocatura in regime di mono-committenza e al procedimento disciplinare; le modalità di svolgimento del primo devono essere assolutamente riviste e, quanto al terzo, non possono essere più eluse le difficoltà che i consigli distrettuali di disciplina incontrano nella gestione del relativo procedimento.

Quanto all’avvocatura in regime di mono-committenza, poi, una riflessione generale al riguardo permetterebbe di fare tesoro delle esperienze passate (le società di capitali tra avvocati): proporre e governare i cambiamenti, senza subirli, perché il fenomeno è sotto gli occhi di tutti e non può essere più eluso.

Affrontare – senza tentennamenti e nel breve periodo – queste tematiche sarebbe un segnale di attenzione verso i Colleghi: l’accesso, il patrimonio culturale e scientifico rappresentato dalle giovani generazioni e il rispetto dei valori dell’Avvocatura rappresentano una ricchezza per la professione del presente e del futuro che abbiamo il dovere di salvaguardare.

Mi auguro che le riflessioni con Voi condivise possano essere utili alla discussione e al confronto nel corso delle prossime sedute del comitato organizzatore del XXXIV Congresso Nazionale Forense.

L’ANF Associazione Nazionale Forense continuerà a discuterne al suo interno offrendo alle componenti dell’Avvocatura il suo contributo per un fattivo confronto.

A Te e a Voi tutti, da parte mia e dell’ANF Associazione Nazionale Forense, i più cordiali saluti.

 

Luigi Pansini, ANF – Associazione Nazionale Forense

[1] Temi individuati dall’“Agorà dei progetti” (incontro del 7.4.2017): 1) la predisposizione di una carta dei valori dell’avvocatura per una buona politica; 2) il rafforzamento in Costituzione del ruolo dell’Avvocato; 3) l’individuazione di regole di economia che dovranno guardare ad un sistema di mercato solidale, che non sacrifichi dei diritti dei più deboli e ponga al centro del sistema sociale il Diritto; 4) la migliore definizione normativa della natura degli Ordini, ad oggi esposti ad interpretazioni giurisprudenziali oscillanti; 5) l’individuazione di attività sussidiarie tra i compiti della pubblica amministrazione da affidare all’avvocatura e agli ordini; 6) lo studio di forme di protezione di dati personali sui media, in particolare sui social, con contrasto al linguaggio d’odio ed al fenomeno dei processi mediatici.

IL TESTO DELLA LETTERA IN FORMATO PDF 2017 11 13 nota ANF CNF – Comitato Oranizzatore Catania 2018