Avvocati, un esame che non funziona

La Repubblica – Affari&Finanza, di Patrizia Capua –

C’era una volta Catanzaro, il distretto di Corte d’appello dove la percentuale dei promossi all’esame di Stato per diventare avvocato arrivava fino al 95 per cento. La pietra dello scandalo. Dal 1996 la prova si tiene nella sede in cui si è iscritti al registro dei praticanti. La correzione dei compiti però avviene a sorte, in base a un sistema incrociato tra le città col maggior numero di candidati, per cui a Milano tocca Napoli, a Napoli si valuta Roma, Roma corregge Milano e così via. Ma trucchi, copiature e furberie di vario genere continuano indisturbati. L’esame dura sei ore. In tempo quasi reale, dopo la dettatura della traccia, sui network specialistici ci sono già i compiti sviluppati. Smartphone e cellulari trasmettono, copiare in aula è spesso un gioco. Il caso più clamoroso è scoppiato a Napoli durante l’ultima sessione a dicembre 2015: su tremila concorrenti, un numero da caos, il 20 per cento degli elaborati risultava copiato. L’allarme poi, secondo i dirigenti dell’Ordine nazionale, si è rivelato infondato. Ma in varie sedi si sono visti anche commissari dettare i compiti ai ragazzi. E un’inchiesta del Corriere.it ha documentato in un video girato a Roma come fosse facile infilarsi nel concorso, prendere posto, farsi passare il compito dal vicino di sedia. Senza contare che “il Sud nelle correzioni è flessibile e generoso, il Nord più rigido” rileva Maurizio De Tilla, avvocato, 22 anni all’Ordine nazionale e per dieci presidente della Cassa nazionale. Tant’è. A conquistare il tesserino di avvocato ci provano in migliaia, 20 mila all’ultimo concorso, perché la laurea in Giurisprudenza non basta da sola per esercitare la professione. Ma appena il 40 per cento supera la ‘lotteria’. E la metà dei partecipanti non punta alla professione di avvocato ma a quella di magistrato o di notaio, perciò la pratica in uno studio legale è spesso un atto solo formale. «L’accesso agli albi va permesso soltanto a chi fa la professione a tempo pieno», sostiene Remo Danovi, presidente del Consiglio forense di Milano, «promuovere mediamente 1500-2000 persone ogni anno crea un numero esagerato di professionisti. Di questo come categoria dobbiamo essere preoccupati. Tra gennaio e febbraio ho iscritto agli albi altri 450 nuovi avvocati a fronte di 18 mila in totale. Ed è lo stesso trend in tutta Italia, come un fiume con tanti affluenti». La riforma del ministro della Giustizia in base alla legge 247 del 2012, che disciplina l’ordinamento della professione forense, sarà attuata entro l’estate. Sono firmati e in dirittura di arrivo per la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, il regolamento sul tirocinio, articolo 41, il 44 che dà il via libera al praticantato presso gli uffici giudiziari, e gli articoli 46, 47, 48 e 49 che disciplinano modalità e procedure per l’esame di Stato, e lo rendono più rigoroso a partire dal divieto per gli esaminandi di consultare in aula i codici commentati. Ma entrerà in vigore soltanto dal 2017, in virtù del decreto cosiddetto milleproroghe del 2014. Si prevedono tempi più lunghi per l’articolo 43 sui corsi di formazione per l’accesso alla professione di avvocato, con le norme sulla frequenza obbligatoria e con profitto dei corsi tenuti da ordini e associazioni forensi, perché occorre il parere degli consigli forensi regionali, alcuni dei quali hanno già formulato un giudizio negativo sullo schema presentato dal ministero. «Da via Arenula ci è arrivata una bozza per le scuole che non ci convince», dice il presidente dell’Ordine di Palermo, Francesco Greco che intanto ha organizzato un corso con l’università. «Il paradosso – osserva Greco – è che gli esami non hanno corrispondenza col tirocinio. Il nostro Consiglio prevede un tutor che segue il praticante e fa verifiche periodiche. Al termine c’è un colloquio e in alcuni casi siamo stati costretti a non rilasciare il certificato di compiuta pratica». Sulla bozza esprime forti perplessità anche l’Ordine di Firenze che ha 4300 avvocati iscritti a fronte di 400 mila abitanti: «Si tratta – ragiona il presidente Sergio Paparo – di 160 ore di formazione costruite in funzione dell’esame, mentre si dovrebbe insegnare ai laureati ciò che non hanno studiato all’università. Qualche esempio: il processo civile telematico, la negoziazione assistita e le soluzioni alternative delle controversie». Per bypassare queste forche caudine sempre più spesso si espatria. “In base alle norme europee – ricorda De Tilla -, si può andare in Spagna, con otto esami integrativi ci si iscrive all’albo degli avvocati spagnoli e al rientro in Italia basta un semplice colloquio presso il consiglio dell’Ordine per diventare avvocato. Ora si può fare anche in Romania”. Dal ministro della Giustizia viene la spinta al numero programmato. «È un’ipotesi condivisibile», osserva Andrea Mascherin, presidente del Consiglio nazionale forense, con 250 mila avvocati iscritti, secondo cui «l’esame richiede una completa rivisitazione. Schermiamo le aule per mettere fuori gioco le tecnologie e chiediamo molta professionalità ai commissari. Attraverso le scuole forensi l’esame deve diventare un punto di arrivo, guardando alla professione di avvocato come a una scelta consapevole e non a un parcheggio in attesa di una carriera diversa». Mascherin sottolinea l’importanza di «un tirocinio meritocratico e formativo che consentirebbe immediati sbocchi sul mercato. Per contrastare la grande crisi delle professioni – avverte – bisogna approfondire le conoscenze in settori specifici come le difese di fronte alle corti europee di giustizia per i diritti umani, il mondo dell’informatica e delle consulenze in materia di antiriciclaggio, la privacy, l’anticorruzione, la contrattualistica internazionale». Sergio Bolognesi è dal 2012 il direttore della scuola forense Vittorio Emanuele Orlando di Roma che ha 250 giovani iscritti con frequenza gratuita. «In cinque anni – dice – ho rilasciato 800 attestati. Preparo i giovani alla professione prima ancora che all’esame di abilitazione. Insegniamo a redigere un parere, a predisporre un atto, a confrontarsi con la deontologia: il saper fare e il saper essere».