Avvocato pagato anche se presenta in ritardo l’istanza

S. Pascasi, Il Sole 24 Ore –

Salvo il diritto al compenso, per l’avvocato della parte ammessa al patrocinio statale che depositi in ritardo l’istanza di liquidazione. Ciò, anche se, decorsi i termini previsti dal Testo Unico sulle spese di giustizia, il Tribunale abbia pronunciato il «non luogo a provvedere» sulla domanda. Il legale, infatti, pur senza impugnare tale decisione, può sempre attivarsi con giudizio ordinario per chiedere il pagamento delle spettanze. A precisarlo, è il Tribunale civile di Milano, con ordinanza del 17 settembre 2016.
Protagonista il legale di una signora ammessa, per la causa di separazione dal coniuge, a fruire del patrocinio a spese dello Stato. Di qui, l’istanza del difensore tesa ad ottenere, a processo concluso, la corresponsione del proprio onorario. Pretesa respinta dal collegio, che pronuncia il non luogo a deliberare, aderendo, così, all’indirizzo della Nona sezione civile espresso, ad esempio, con decreto del Tribunale di Milano del 22 marzo 2016 (si veda Il Sole 24 Ore del 20 ottobre 2016) in occasione dell’entrata in vigore, il primo gennaio 2016, del riformato testo dell’articolo 83 del Dpr 115/2002.
Con la legge 208/15 – spiegano i giudici – l’articolo 83 si arricchisce del comma 3-bis, a norma del quale il decreto di pagamento (da pronunciarsi con atto separato e distinto dalla sentenza, rileva la Cassazione con la pronuncia 7504/2011) «deve intervenire contemporaneamente alla pronuncia del provvedimento definitivo del giudizio, a seguito di rituale istanza del difensore». Del resto, prosegue il Tribunale milanese, il giudice, con il provvedimento che chiude il giudizio davanti a sé, perde il potere di assumere decisioni, compreso quello di provvedere alla liquidazione.

Un eventuale intervento, annota la giurisprudenza di legittimità (tra le altre, la sentenza n. 18204/08, con la quale la Cassazione aveva precisato, seppur con riferimento alla liquidazione del compenso degli ausiliari del giudice, come essa vada effettuata dal giudice dinanzi al quale pende il processo, posto che, una volta dichiaratane l’estinzione, perde il potere di provvedere alla liquidazione, che potrà avvenire solo in esito ad un giudizio ordinario o per ingiunzione) sarebbe «illegale o comunque abnorme». Tuttavia, si puntualizza, il difensore il cui compenso non sia stato liquidato nel corso del processo non decade dal diritto di ottenerlo, ben potendo agire con procedimento ordinario o con ingiunzione di pagamento.

Soluzione abbracciata, nel caso concreto, dall’avvocato della separata, il quale – anziché impugnare il decreto con cui il Collegio aveva optato per il non luogo a deliberare sull’istanza di liquidazione – chiede, proprio sulla scorta dell’interpretazione seguita dai giudici, autonoma liquidazione della sua parcella in via ordinaria, mediante ricorso al procedimento sommario di cognizione. Domanda proposta, correttamente, nei confronti del ministero della Giustizia, quale soggetto legittimato passivo a resistere (Cassazione, sentenza 10239/13).

La controversia promossa, d’altro canto, non rientra – si osserva nell’ordinanza in esame – tra quelle indicate dall’articolo 170 del Testo unico sulle spese di giustizia 115/2002, non costituendo un’opposizione «al già intervenuto decreto di pagamento del compenso bensì una autonoma istanza giudiziale di liquidazione del monte retributivo di competenza».