C’è bisogno di concorrenza

Il Sole 24 Ore, di Andrea Goldstein –

I servizi professionali svolgono un ruolo fondamentale nell’economia e nella società e liberalizzarne l’esercizio ha molteplici benefici.
Come in qualsivoglia settore in cui operino i segnali del mercato, la concorrenza incoraggia l’innovazione, fatti salvi i rischi di azzardo morale e asimmetria informativa per cui va comunque garantito l’intervento del regolatore.
Di tali dinamiche traggono beneficio i consumatori, che per i servizi professionali sono spesso le imprese che operano sui mercati internazionali, ma anche i professionisti più capaci. 
 Inoltre, come ricorda il rapporto dei cinque Presidenti del 2016, per completare l’Unione economica e monetaria c’è bisogno di una più fluida integrazione dei mercati del lavoro nazionali, facilitando la mobilità anche attraverso il riconoscimento mutuo delle qualifiche professionali (che rimangono regolate a livello nazionale secondo i principi di non-discriminazione e proporzionalità). Un obiettivo che la Commissione europea indicava già 12 anni fa, con la direttiva 2005/36/Ec che gli Stati membri dovevano trasporre entro gennaio 2016. L’Italia lo fece già nel 2007 e poco più di un anno fa è stato altresì licenziato il Piano nazionale di riforma delle professioni.
La Commissione stima che poco meno di un lavoratore italiano su cinque eserciti una professione regolamentata (come in Gran Bretagna, poco più che in Francia, molto meno del 33% in Germania, la culla delle corporazioni). Dove sorgono i problemi è che la presenza di una licenza crea rendite che, ovunque in Europa, acuiscono le ineguaglianze salariali (Koumenta e Pagliero 2016); in Italia, oltretutto, sembra che nepotismo e networking giochino un ruolo nella sorprendente (in termini statistici) propensione dei figli di liberi professionisti a seguire le tracce genitoriali (Aina e Nicoletti 2014). Con effetti negativi sulla mobilità sociale e sull’integrazione degli immigrati: pur con le difficoltà di arrivare a una stima econometrica precisa con i dati disponibili, le barriere all’ingresso costano 700mila posti di lavoro a livello europeo.
Analizzando gli indicatori Ocse sulle professioni liberali (architetti, avvocati, ingegneri e revisori), è incoraggiante notare che l’Italia ha fatto dei passi in avanti importanti nell’apertura tra il 2008 e il 2013, passando dal penultimo al secondo posto tra i G7 (esclusi gli Usa per cui non ci sono standard federali e quindi l’indice nazionale non viene calcolato). Ma siamo ancora sopra la media dei paesi dell’Organizzazione e lontani dalla best practice (la Svezia, dove da sempre architetti e ingegneri possono esercitare liberamente, senza che ne abbia sofferto il paesaggio, o che crollino gli edifici).
Rimangono, insomma, sacche importanti di regole che ostacolano la concorrenza, senza che la loro introduzione e/o conferma vengano giustificate in maniera rigorosa e trasparente. Anzi, dal punto di vista della produttività le professioni stanno vivendo in Italia una stagione disastrosa: in termini reali, il valore aggiunto per addetto è diminuito del 30% dal 2000 (nel commercio, difficilmente un paradigma di virtù, si è contratto “solo” del 5% – Imf 2016).
Senza dimenticare che, oltre alle libere professioni più prestigiose dove sicuramente il consumatore ignaro va difeso, sono soggetti a limitazioni difficilmente proporzionali ai benefici attesi anche mestieri come il parrucchiere o lo steward per l’accoglienza in ambito sportivo. Va detto che l’Italia è in buona compagnia: serve la licenza per essere agent d’accueil funéraire a Parigi e art, music or drama therapist a Londra.
La celebre (soprattutto perché è stata presentata a febbraio 2015) legge annuale per il mercato e la concorrenza prevedeva qualche intervento migliorativo, ma ha perso pezzi per strada. Né sembrano richiamarsi allo spirito d’Italia Semplice, lo slogan con cui venne inizialmente presentata la legge, le voci che si levano contro l’abolizione delle tariffe minime, la possibilità per i professionisti di pubblicizzare i propri servizi e di esercitare in forma societaria. Restano in ogni caso ancora invalicabili alte montagne di distorsioni, come l’eccessivo numero di servizi professionali soggetti al sistema ordinistico, il monopolio degli ordini, l’esclusiva in capo agli avvocati per l’esercizio dell’attività stragiudiziale, la disomogeneità della disciplina delle professioni, il divieto di stipulare contratti di lavoro dipendente.
Se anche nel Belpaese i tempi sono oramai maturi per l’introduzione di maggior concorrenza nel settore delle professioni lo è perché la battaglia delle idee sembra essere stata vinta. Senza negare che in certe circostanze la regolamentazione serve per incoraggiare i professionisti italiani a investire nelle proprie competenze e per proteggere i consumatori (basti citare l’eccellenza di certe pratiche notarili, riconosciuta anche dalla Banca mondiale), prevale l’argomento della Scuola di Chicago che lacci e laccetti servano innanzitutto per creare opportunità di rent-seeking.
Probabilmente concorre a creare questo sentimento nell’opinione pubblica la folta presenza degli iscritti a ordini nelle istanze legislative ed esecutive (sono 237 in Parlamento, e nella passata legislatura i soli avvocati erano 134). Il 26 giugno la legge sulla concorrenza e il suo articolo unico (con 193 commi) dovrebbe approdare alla Camera – l’occasione per partorire infine il topolino aspettando che la prossima legislatura produca celermente qualche lenzuolata coerente e ambiziosa.