C’è giustizia e giustizia

Sette, Corriere della Sera, di Giuseppe Ferrarella –

Appena pochi giorni dopo aver meritoriamente presentato la raccolta di tutte le «buone prassi» organizzative sperimentate in giro per l’Italia dagli uffici giudiziari, il Consiglio Superiore della Magistratura, nel votare tra una proposta di maggioranza e una di minoranza, è stato tacciato di aver nominato 25 nuovi giudici di Cassazione sorvolando qualche buona prassi come l’ascoltare le esigenze dell’ufficio (non servono giudici del lavoro perché ce ne sono già in sovrannumero, aveva chiesto il presidente Gianni Canzio, e invece il Csm glie ne ha mandati 7), o il non stravolgere con vertiginosi testacoda le valutazioni della Commissione Tecnica prevista per legge. «Segnalo l’insoddisfazione dell’intera Corte di Cassazione per non aver tenuto conto della metodologia fondamentale in questi casi», ha fatto mettere a verbale Canzio. Si è andati «evidentemente oltre il segno», ha lamentato il ministro Andrea Orlando. La vicenda, al di là di torti e ragioni nel caso specifico, è interessante perché mostra quanto le diatribe correntizie ancora annebbino l’impatto che la scelta dei posti di vertice può avere sulle prestazioni di un ufficio giudiziario. La diseguale geografia dei tempi e della quantità di risposta del sistema giudiziario, spesso trattata su queste colonne, è il cuore di un prezioso studio ( Uguale per tutti, il Mulino) nel quale la professoressa bolognese Daniela Piana argomenta come non sia soltanto la variabile delle risorse (organici dei magistrati, numero dei cancellieri, fondi per le spese) a fare la differenza tra uffici virtuosi e uffici in difficoltà, e come la faglia non necessariamente passi tra Nord e Sud ma «spacchi» persino uffici limitrofi. Nel civile, ad esempio, la media nazionale di 403 giorni nasconde che i primi 10 tribunali per minor durata media stanno sotto i 180 giorni, osserva Piana, mentre gli ultimi 10 sfondano il tetto dei 700 giorni. Allo stesso modo, ad un estremo si possono trovare 10 tribunali dove ogni magistrato ha meno di 500 fascicoli iscritti a ruolo, e all’estremo opposto altri 10 tribunali da 1.000 fascicoli a cranio di magistrato. Neanche stare nel medesimo distretto giudiziario promette uniformità. Piana mostra ad esempio come nel distretto della Corte d’Appello di Milano un procedimento di lavoro venga definito in 230 giorni a Milano o 220 a Como, che diventano 346 a Pavia e 450 a Lecco e 514 a Varese, dove dunque il lavoratore e l’impresa attendono quasi un anno più di Como. i numeri ingannano. Proprio le statistiche, peraltro, a volte tacciono una verità sostanziale quando ne dicono una formale. Quand’è arrivato 3 anni fa alla I sezione civile del Tribunale di Siracusa (dove il Cerved calcola in 16 anni il tempo medio di chiusura di un fallimento contro ad esempio i 3 anni di Trieste), il presidente Antonio Alì racconta a Sette d’aver trovato, oltre al 28% di scopertura d’organico, «molti fallimenti addirittura ultratrentennali. D’accordo con i giovani colleghi (ora ridottisi da tre a due), abbiamo avviato un programma straordinario teso a chiudere i fallimenti più vecchi, studiando i motivi che ne hanno impedito la chiusura e rimuovendoli, anche attraverso la sostituzione di curatori neghittosi». E l’inversione c’è stata. Ma con un paradossale effetto statistico: «Proprio perché l’ufficio, con uno sforzo quasi disumano, ha chiuso fallimenti molto vecchi, la rilevazione della durata media (che riguarda appunto solo i fallimenti chiusi e non anche quelli pendenti) fornisce un dato “drogato”. Se in ipotesi chiudo nell’anno 100 fallimenti che erano stati aperti tra il 1980 e il 1990, la durata media di quei fallimenti risulterà pari a 30 anni; computando la durata media degli altri fallimenti “normali”, che pure vengono chiusi nell’anno, è facile giungere alla durata media di 16 anni rilevata dal Cerved». Rischia insomma di passare per maglia nera chi, volendo, avrebbe quasi potuto ciurlare nel manico dei numeri: «Se l’ufficio, invece di impegnarsi (come ha fatto) in un serio programma di smaltimento, avesse voluto cavalcare l’onda statistica per fare bella figura e indossare la maglia rosa, avrebbe potuto semplicemente non porsi il problema e accelerare le chiusure dei fallimenti più giovani, che spesso possono essere chiusi nell’anno per mancanza di attivo».