Avvocati, processo al processo breve
Venerdì 10 Settembre 2010
di Chiara Brusini
Il provvedimento potrebbe essere (per ora) congelato. Ma l'idea di accorciare i tempi... La strada del processo breve, stralciato all'ultimo minuto dai cinque punti programmatici annunciati dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi , si preannuncia in salita. Ma, come ha fatto capire il ministro per la Giustizia, Angelino Alfano , durante il workshop Ambrosetti di Cernobbio, il disegno di legge che prevede l'estinzione dei procedimenti non arrivati a sentenza dopo un tempo «ragionevole» resta in agenda. Così, al di là delle polemiche politiche (al centro del dibattito c'è la norma transitoria che prevede la cancellazione dei processi relativi a reati commessi prima del maggio 2006 e in corso da più di due anni), in queste settimane il mondo dell'avvocatura si sta interrogando sia sulla fattibilità del provvedimento, approvato dal Senato e ora in commissione Giustizia alla Camera, sia sulle conseguenze che ne deriverebbero per l'attività professionale.
CACCIA ALLE LUMACHE I legali italiani condividono, sulla carta, l'obiettivo della lotta ai processi lumaca, accumulatisi fino a formare una massa di quasi 9 milioni di procedimenti pendenti (di cui 3,3 milioni in materia penale). Ma sul metodo sono più che perplessi. «Parlare di processo breve non ha senso se prima non si riorganizza la macchina giudiziaria nel suo complesso», ragiona Maurizio de Tilla , presidente dell'Organismo unitario dell'avvocatura (Oua). «Fissare termini stringenti (rispettivamente tre anni, due anni e sei mesi per primo grado, appello e giudizio in Cassazione nel caso di reati con pene massime inferiori a dieci anni, mentre tempi più lunghi sono previsti per i reati più gravi, ndr ) è inutile se la giustizia non viene riformata in modo da garantirle di fatto, e non solo in astratto, di poter operare nel rispetto delle norme costituzionali e dei principi europei». Ecco perché, secondo de Tilla, il Guardasigilli dovrebbe al più presto confrontarsi con la categoria sulle necessarie innovazioni organizzative, partendo da un decalogo di proposte stilato dall'Oua ( articolo nella pagina a fianco ). «Metterle in atto consentirebbe di per sé di evitare ulteriori condanne presso la Corte europea di giustizia per l'irragionevole durata dei processi. Se a quel punto si vorrà anche regolamentarla per legge, ben venga». Anche per Oreste Dominioni , presidente dell'Unione delle camere penali, prestabilire i termini entro cui devono essere contenute le diverse fasi processuali potrebbe in linea di principio aiutare a prevenire lungaggini ingiustificate. «Su questo ddl, però, siamo sempre stati critici. Per molte ragioni. Innanzitutto, non tiene conto della fase delle indagini preliminari, durante la quale (è statisticamente provato) matura la maggior parte delle prescrizioni, perché il gip tende ad accogliere de plano tutte le richieste di proroga del pm. Inoltre, non distingue in modo razionale tra reati inclusi ed esclusi dal circuito del processo breve». Di conseguenza potrebbe accadere che illeciti più gravi godano della nuova disciplina mentre reati di minor gravità non rientrano nel suo ambito di applicazione. «Esiste, poi, un problema di attuazione concreta», continua Dominioni. «La determinazione dei tempi è troppo drastica e non prevede alcuna flessibilità per situazioni in cui a causare l'allungamento della vicenda processuale sono circostanze particolari». Infine, il nodo delle risorse: «C'è il rischio concreto che la fissazione di termini rigidi in assenza delle risorse materiali indispensabili per rispettarli si traduca in una riduzione degli spazi difensivi dell'imputato». Più tranchant Ester Perifano , segretario dell'Associazione nazionale forense: «Il disegno di legge 1880 è un'aberrazione giuridica. Il merito si può anche condividere, ma nella realtà italiana, in cui disorganizzazione e carenza di organico degli uffici giudiziari non consentono quasi mai di rispettare i termini previsti, l'unico effetto sarebbe l'estinzione di moltissimi processi penali. Con il corollario che il nostro lavoro verrebbe vanificato e il cittadino danneggiato dal reato resterebbe senza giustizia e senza risarcimento».
PROBLEMI CIVILI Per quanto riguarda poi i processi civili, sottolinea Perifano, «il ddl non interviene davvero per velocizzarli, ma rende più difficile richiedere l'indennizzo previsto dalla legge Pinto per chi è stato coinvolto in un procedimento esageratamente lungo (gli indennizzi pagati hanno raggiunto i 25 milioni nel 2008 e i 34 milioni lo scorso anno, ndr ). Non solo l'iter diventa più complesso, ma si prevede anche che l'interessato non venga assistito da un avvocato». Osservazione, questa, che apre la strada a un dubbio malizioso e di portata più ampia: non sarà che ai legali i processi lumaca convengono, perché le parcelle lievitano con il passare dei mesi? La provocazione, lanciata pochi giorni fa dallo stesso ministro Alfano («processo che pende, processo che rende», si è lasciato scappare a Cernobbio), fa però insorgere gli interessati: «Questo è un alibi dei magistrati, veri responsabili del rinvio dei processi sine die. Oggi gli avvocati puntano proprio all'opposto: arrivare a sentenza rapidamente e riscuotere il dovuto», ribatte Salvatore Grimaudo , presidente dell'Unione delle camere civili, che «brunettianamente» ascrive gran parte delle lentezze del sistema alla scarsa produttività dei giudici. Marco Ubertini , presidente della Cassa nazionale di assistenza e previdenza forense (convinto, «a titolo personale», che il disegno di legge non farebbe che mandare al macero molti processi e quindi anni di lavoro), assicura che «anzi, dal punto di vista della remunerazione, il processo breve sarebbe nel nostro interesse».
PRESTO FA RIMA CON PARCELLA In che senso? Semplice: come osserva pragmaticamente de Tilla, «prima si chiude la pratica, prima si incassa. E se questo avviene in un tempo ragionevole, il cliente sarà soddisfatto e in futuro ricorrerà volentieri allo stesso avvocato». Dominioni, infine, fa notare che «la durata esorbitante dei processi è determinata soprattutto dai tempi morti. Cioè i momenti in cui i fascicoli giacciono in cancelleria e gli avvocati non lavorano, quindi le parcelle non crescono. Anzi, spesso in quegli intervalli si creano le condizioni che fanno sì che il processo finisca in prescrizione».
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