E scoppia la battaglia dell'incompatibilità
Martedì 2 Novembre 2010
Il Corriere Economia del 1° novembre 2010
Il caso: dopo l'apertura dell'Albo a chi fa anche il dipendente
L'Anf: attacco alla nostra indipendenza
C' è stata la contesa delle tariffe, la battaglia sulle specializzazioni e lo scontro sul numero chiuso. Ma in pochi si attendevano che potesse esplodere una nuova contesa all'interno dell'avvocatura in vista dell'approvazione della riforma forense: la causa è stata l'approvazione in Senato di una mozione che ha eliminato la incompatibilità tra iscrizione all'albo e rapporto di lavoro subordinato privato.
A prendere una posizione di protesta è stato lo stesso Consiglio nazionale forense che ha subito diramato una nota in cui ribadisce che «la nuova previsione travolge alcuni dei principi cardine della professione di avvocato quali quelli dell'autonomia e dell'indipendenza del professionista, peraltro ribaditi con forza dall'articolo 1 del disegno di legge». Non solo. Gli avvocati ricordano pure che la nuova norma che permette a lavoratori dipendenti di iscriversi all'albo va nettamente in contrasto con lo spirito della riforma: «non si vede come un avvocato che svolga la propria attività nei ritagli di tempo lasciati disponibili dal suo lavoro dipendente, possa garantire adeguata e qualificata assistenza al proprio cliente».
Ma c'è anche chi, come l'Associazione nazionale forense teme che questi siano i primi attacchi per compromettere l'autorevolezza dell'avvocatura.
Anche il segretario generale dell'Associazione nazionale forense, Ester Perifano in merito alla discussione sull'approvazione della riforma in Senato punta il dito contro l'abolito l'incompatibilità con il lavoro dipendente. «Da una parte - afferma Perifano - si ripristinano le tariffe minime obbligatorie abrogando tacitamente la Bersani e ci chiediamo perché ci si siano voluti due anni e mezzo di questo governo per arrivare a questa decisione che non è nemmeno definitiva, dall'altra si spalancano gli Albi ai lavoratori dipendenti di enti privati, quindi anche banche ed assicurazioni, ovvero coloro i quali avevano ricavato il vantaggio maggiore dalle liberalizzazioni». Un atto che, secondo l'Anf porterà gravi conseguenze anche in merito a quell'affollamento che viene considerato uno dei «mali» della categoria.
«Questa norma non solo cancella di fatto il carattere di indipendenza della professione - aggiunge Perifano -, ma porterà almeno 50.000 avvocati in più in un colpo solo, anche a distanza di molti anni dal conseguimento dell'abilitazione e senza alcuna verifica che ne accerti la attuale preparazione, (e senza un controllo sulla qualità delle prestazioni), ovvero l'esatto contrario di quanto gli avvocati si auguravano che accadesse quando hanno consegnato il progetto al ministro».
Per questo motivo l'Anf chiede che l'emendamento in questione venga riconsiderato e che venga reintrodotta l'incompatibilità con il rapporto di lavoro dipendente, fatta eccezione per l'avvocato dipendente di studio legale. Norma che andrebbe a sanare la situazione delle decine di migliaia di giovani avvocati che lavorano in regime di monocommittenza, in condizione di dipendenti di fatto ma senza averne diritti e tutele. (I. Trov.)
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