Una crisi senza precedenti Fatturato sceso di un terzo
Lunedì 21 Febbraio 2011
Negli ultimi due anni il 19 per cento degli studi professionali ha chiuso,
mentre il calo di fatturato per chi si guadagna la vita lavorando in proprio
si è attestato sul 37 per cento
Quello del 2008 era stato un Capodanno memorabile, che si lasciava alle spalle dodici mesi di abbondanza e un incremento del giro d'affari di 20 miliardi di euro. Ma non c'è stato neanche il tempo per finire le bottiglie di champagne che i professionisti hanno dovuto togliersi la giacca e rimboccarsi le maniche della camicia. Quando la crisi economica è arrivata a colpire questo esercito variegato che produce quasi il 17% del Pil italiano, l'ha fatto con inaspettata durezza. Da allora gli indici dei fatturati sono andati a picco, i budget delle consulenze sono crollati, i contratti ridotti e i posti di lavoro tagliati. Ad oggi, circa 300mila i professionisti rischiano di appendere l'abito grigio nell'armadio. Del resto, le statistiche non lasciano spazio all'ottimismo: secondo i dati dell'Associazione Contribuenti Italiani confermati dagli ordini professionali, il giro di affari di avvocati e commercialisti è crollato nel 2010 del 46%; un -37% lo ha fatto segnare il fatturato medio di medici, veterinari e biologi; mentre la picchiata si è fermata al 30% per ingegneri e architetti, ma anche per giornalisti e sociologi. In media, per tutte le professioni il fatturato è sceso di oltre un terzo. Ma cosa è accaduto per far ingolfare in questo modo la macchina produttiva? A detta dei medici, i pazienti rimandano a tempi migliori gli interventi più importanti; per architetti e ingegneri, ristrutturazioni, opere pubbliche, e progettazioni di case sono ferme al palo; gli avvocati assistono a una tendenza a preferire soluzioni conciliatorie nelle controversie piuttosto che intraprendere la lunga e costosa strada legale; per i notai si sono ridotte le stipule dei mutui, le costituzioni di società e le compravendite, mentre i commercialisti scontano la sempre maggiore competizione internazionale dovuta al divieto imposto dalla legge italiana di riunirsi in società. Il risultato è una crisi generalizzata «diffusa - come spiega Gaetano Stella, il presidente di Confprofessioni (l'associazione che rappresenta i liberi professionisti) - a macchia di leopardo». E sono proprio i circa 800mila professionisti autonomi o titolari di studi che hanno subito più degli altri il contraccolpo della crisi. In prima fila di questa lunga classifica ci sono gli avvocati che hanno assistito a un'erosione costante del reddito, anche se nettamente inferiore rispetto al crollo del fatturato. Questo perché, negli ultimi due anni, il 19% degli studi professionali ha chiuso facendo abbattere il valore del giro di affari, mentre chi è rimasto ha contenuto le perdite. «Dai dati della Cassa forense - spiega Maurizio De Tilla, il presidente dell'Oua (l'Organismo unitario dell'avvocatura) - emerge che tra il 2008 e il 2009 il reddito medio annuo degli avvocati è diminuito dell'1,1%. Il dato peggiora se si guarda al valore reale del reddito, c h e r i p o r t a u n a f l e s s i o n e dell'1,8%». I più colpiti sono le donne e i giovani: nella fascia di età che va dai 25 ai 35 anni il reddito annuo oscilla intorno ai 20mila euro che, al netto dei contributi, si traducono in circa 1.200 euro al mese. «Nonostante i professionisti al di sotto dei 45 anni siano il 57% degli iscritti alla Cassa forense - dichiara il presidente della Cassa, Marco Ubertini - il reddito è 2,2 volte inferiore a quello dei più anziani». La crisi, insomma, oltre ad aver impoverito le professioni, ha inasprito la lotta generazionale per la sopravvivenza tra la rendita di posizione difesa dai più anziani e la voglia di emergere rivendicata dai più giovani. Lo stesso è accaduto nella famiglia dei medici, dove le prenotazioni sono crollate nel corso del 2010 del 41% e le forniture professionali del 51. Situazione difficile anche per gli ingegneri il cui reddito medio (37.927 euro nel 2010) è calato dell'8% rispetto al 2005. A questo si è aggiunta la difficile situazione delle gare dove le commesse sono state assegnate nell'anno scorso con un ribasso medio del 43,1%. «L'ingegnere - dichiara Giovanni Rolando, presidente del Consiglio Nazionale - non dev'essere più visto come un privilegiato perché lo stipendio da dipendente di un neolaureato è di circa 1.000/1.300 euro». Non molto diversa è la condizione degli architetti. La loro fotografia, scattata dal Cresme alla fine del 2010, rivela che il 40% della categoria soffre per la crisi, il 35% resiste, ma c'è un 25% che ha saputo capitalizzare le opportunità e sta crescendo. Il problema più grave, anche in questo caso, sono i ritardi nei pagamenti: per gli enti pubblici la media è passata dai 100 giorni del 2008 ai 140 del 2010; per le imprese da 63 a 119 e per le famiglie da 46 a 81. Ad aggravare il quadro interviene lo status riconosciuto dalla legge ai professionisti, obbligati a giocare come battitori liberi e solitari. «Non essendo imprenditori - spiega Guido Alpa, presidente del Consiglio Nazionale Forense - i professionisti non possono contare sui sussidi mascherati dello Stato, su incentivi e agevolazioni fiscali e, non essendo lavoratori dipendenti, non possono contare sull'assistenza e sulle altre previdenze assicurate ai salariati». A subire quella che gli ordini definiscono «una discriminazione» sono milioni di anime: 2,1 milioni iscritti agli albi; 1,5 milioni alle casse di previdenza degli ordini, e 1,6 milioni i titolari di partita Iva. Insieme formano un esercito invisibile, frammentato nella rappresentanza e diviso negli interessi che si impegna difendere. Ed è proprio su questa debolezza che la crisi economica ha penetrato la corazza di un benessere oggi improvvisamente a rischio. Un rischio confermato dalle evoluzioni del mercato, che richiede sempre più professioni legate a servizi dal basso profilo culturale e sempre meno professionisti superpreparati e superspecializzati, aprendo così il futuro a scenari nuovi dai contorni incerti.
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