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DOCUMENTI E DELIBERATI
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Rassegna Stampa
Conciliazione sotto attacco
Venerdì 18 Marzo 2011
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Mediazione: LA MOBILITAZIONE DI ROMA |
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La protesta contro il debutto di lunedì infiamma gli avvocati |
Il ministro deve «dimettersi», il presidente del Consiglio nazionale forense «va sostituito». I poteri forti, nemici dell'avvocatura, devono essere rintuzzati con l'arma elettorale: «Ognuno di noi oggi torni in studio e raccolga venti, 50, cento firme dei propri clienti per "denegata giustizia": quando ne avremo milioni, andremo dal premier a trattare, non più a subire». Cinque mesi dopo l'arena e i fischi al congresso di Genova, destinatario il ministro Alfano "colpevole" di aver varato la mediaconciliazione, il termometro dell'avvocatura torna a salire con progressione esponenziale, accompagnando il varo dello sciopero di cinque giorni indetto dall'Oua in coincidenza con il debutto (lunedì prossimo) dell'istituto più odiato dai legali. Dal palco di un teatro stracolmo - il Capranica, a due passi da Montecitorio - addobbato con striscioni da stadio contro il Cnf e contro i parlamentari in toga, gli interventi dei leader, da Maurizio de Tilla a Paolo Giuggioli, da Francesco Caia a Sergio Paparo, assecondano la pancia della base e infiammano una platea già predisposta di suo a riversare frustrazione, rabbia, risentimento. Il ministro non c'è «è andato dai commercialisti a offrirgli altro lavoro» tuona il presidente dell'Oua nell'arringa finale, e in sala rimbomba per l'ennesima volta l'applauso con annesso coro «dimissioni». La diagnosi è impietosa, ma tocca senza esclusioni anche gli stessi colleghi parlamentari («sono lì per curare interessi di altri, non i nostri»), quelli delle Camere penali («da lunedì muore il processo civile ma loro pensano solo alla separazione delle carriere»), i presidenti degli Ordini che hanno aderito alle camere di conciliazione («si dimettano, l'avvocatura è quella presente qui, oggi»), e infine chi «dopo Genova è andato a chiedere scusa al ministro senza essere delegato da nessuno. Oggi questo è un Responsabile...»). Ce n'è abbastanza anche per tendere la mano al Triveneto «che qui non è rappresentato, ma sbagliano» e per annunciare la prossima iniziativa di massa «entro trenta giorni a Venezia» tuona de Tilla, sommerso dagli applausi. Spazio per la mediazione, volendo usare un paradosso linguistico, non ce n'è più: «Basta con il dialogo e il piattino in mano verso la politica, è ora di recuperare la nostra forza, la nostra dignità, il peso e gli euro che hanno deciso di levarci di tasca» urla Paolo Giuggioli in un tripudio di folla e tra i cori di chi lo vuole «presidente del Cnf». Uno spartito identico unisce le varie voci: «È il disegno politico del partito dei poteri forti - dice Giuseppe Sileci, presidente dei giovani avvocati - che dopo avere sottratto alla gestione dello Stato innumerevoli servizi pubblici, ha deciso di privatizzare anche la giustizia. E il costo lo pagheranno i cittadini». Ester Perifano, dell'Anf, rimarca che «il ruolo della giurisdizione pubblica è insostituibile. È inaccettabile la mancanza di un serio confronto sul punto tra governo ed operatori della giustizia». La risposta dei commercialisti è a stretto giro di posta: «Una riforma che porterà benefici ai cittadini, specie ai meno abbienti» scrive il presidente Claudio Siciliotti, che riconosce al ministro Alfano «non solo di aver concepito la riforma, ma di fronteggiare con coraggio le tante pressioni di chi, con logica spesso corporativa, vuole bloccarla». Presa d'atto finale di una guerra interprofessionale ormai aperta e dichiarata. |
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