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Rassegna Stampa
Su tariffe e facoltà a numero chiuso le riforme che vogliamo noi avvocati
Martedì 7 Giugno 2011

 

 Cari Alesina e Giavazzi, l'articolo a vostra firma comparso domenica scorsa con il titolo «Giustizia lenta, imprese piccole» e nell'occhiello „ «gli ostacoli alla crescita», mi impone di rispondere subito alle affermazioni riportate nel testo. Alcune per la verità, mi sono parse poco comprensibili, altre inesatte, altre infine non sufficientemente argomentate.
Il tema è ormai un refrain che si rincorre nei mass media, ma anche nelle relazioni che, occasionalmente, in appuntamenti celebrativi, si preoccupano di identificare le cause dei mali della giustizia e gli effetti negativi che l'attuale sistema sta producendo sull'assetto del mercato, sullo sviluppo economico e sulla ripresa della crescita.
Comincio dalle affermazioni che ritengo poco comprensibili.
Tra le cause di inefficienza si indicano il numero degli avvocati, la lunghezza e la quantità dei processi come connessa a questo numero, i criteri di determinazione del compenso degli avvocati. Non è il caso di insistere su questa illogica connessione, se non per fare appello al buon senso e avvertire che l'avvocato di per sé, svolgendo il ruolo di difensore, non è il «creatore» delle cause: alla sua officina arrivano quanti si dolgono del difettoso funzionamento dei rapporti economici e dei servizi, che genera l'alto tasso di litigiosità e quindi l'enorme contenzioso che connota il nostro Paese ormai da più di un secolo. Riconosciamo, peraltro, che l'attuale struttura tariffaria, così minuziosamente dettagliata nel descrivere tutte le attività svolte dall'avvocato e dalla sua organizzazione di Studio nell'espletamento dell'incarico professionale, possa ritenersi ormai superata. Per tale ragione, il Consiglio si accinge a presentare al ministro una proposta di radicale modifica.
Veniamo alle cose inesatte. Si dice che l'Italia spenda quanto i maggiori Paesi europei per le spese di giustizia e che non sia necessario dunque incrementare le risorse del ministero. Ma non si deve essere tratti in inganno dalle statistiche del Cepej (European commission for the efficiency of justice): il processo telematico è al palo perché sono carenti i finanziamenti, e i provvedimenti-tampone introdotti con urgenza alcuni mesi fa non potevano portare un rimedio risolutivo alla realizzazione dell'intero progetto; l'enorme arretrato non ha eguali negli altri Paesi, quindi a parità di investimenti non può corrispondere parità di risultati; la riduzione dei tempi della giustizia, ottenuta con l'abbreviazione dei termini processuali, ha penalizzato il lavoro degli avvocati ma non ha ridotto la durata dei processi.
Se vogliamo insistere sull'accesso alla facoltà di Giurisprudenza, non è esatto dire che nessuno si è preoccupato di proporre l'introduzione del numero chiuso: già in sede di Commissione Siliquini la richiesta era stata avanzata con determinazione dal Consiglio nazionale forense, senza ottenere però alcun risultato; anche nel corso della discussione al Senato della riforma della professione forense ogni tentativo di rendere più selettivo l'accesso all'Università, alle scuole di formazione professionale, e all'esame di abilitazione è stato frustrato.
Si dice poi, quanto alle tariffe, che in Germania gli avvocati ricevono solo un compenso forfettario che li incentiverebbe a comporre le controversie in tempi brevi. Come si sa, il sistema tedesco è rigidamente incentrato sulle tariffe, con il divieto di derogare alle tariffe minime: segno che la Commissione europea sul sistema tedesco nulla ha da obiettare. Si ignora poi che nel nostro Paese le tariffe sono state (infaustamente) «liberalizzate» nel 2006: questa convinzione che il sistema della giustizia non funzioni perché gli avvocati sono pagati secondo tariffa è un errore felice, perché siete proprio voi Autori a dimostrare che — nonostante la «liberalizzazione» — il sistema attuale continua a non funzionare; ne consegue che la liberalizzazione non può essere considerata una causa di miglioramento dell'efficienza del sistema.
Veniamo ai temi che non risultano sufficientemente argomentati. Si imputa all'inefficienza del sistema giustizia l'impossibilità di crescita delle piccole imprese. H ragionamento prescinde dalle ricerche economiche svolte in questi anni sulle piccole e medie imprese, dal fatto che esse sono l'ossatura della economia italiana, dal fatto che le ristrettezze del credito sono dovute all'attuale congiuntura economica; invece coniuga la carenza di finanziamenti non bancari alla impossibilità di recupero del credito.
Non è, ovviamente, una questione di lentezza dei procedimenti o di imbarazzante presenza degli avvocati, ad essere la causa dell'impedimento della crescita, ma piuttosto un problema di capacità di innovazione, capacità di rischiare, orientamenti degli investimenti.
Il risparmio familiare ha bisogno di investimenti solidi e certi (e già questo sarebbe un risultato straordinario e si riuscisse a realizzare); il finanziamento alle imprese non può essere ridotto semplicisticamente ad un rapporto di credito tra soci di capitale e soci operativi; che poi su tutto questo incomba lo spettro dell'Avvocatura—la quale, al contrario, interviene per tutelare i diritti, compreso il diritto di credito — è una illazione che non sta né in cielo né in terra. Non parliamo poi della proposta di assegnare al giudice le cause una alla volta- ogni causa ha bisogno della sua istruttoria e il giudice (da millenni) deve giudicare iuxta alligata et probata.
È un principio di civiltà, che le regole del mercato, le quali, secondo gli Autori, starebbero dalla parte di una giustizia sommaria, breve, possibilmente simultanea o come che sia, non potrebbero comunque travolgere E poi, se si dovessero mettere in fila le cause, assegnando anche solo una settimana per un giudizio complessivo contenuto in un solo grado per ciascun giudice, dovremmo distribuire tra i giudici civili (che sono circa sei mila) 5 milioni e mezzo di procedimenti che si concluderebbero in 50 anni. L'Avvocatura, al di là del contributo prestato per rimediare alle esigenze quotidiane, si è detta ben disposta a cooperare per ridurre l'arretrato, che danneggia tutti, compresi gli stessi avvocati.
 
Guido Alpa, presidente Consiglio nazionale forense


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