Rilanciare la giustizia civile si può Servono leadership e fattore umano
Mercoledì 8 Giugno 2011
Bene hanno fatto Francesco Giavazzi e Alberto Alesina (Corriere, 5 giugno) a considerare la lentezza della giustizia civile come una delle cause della bassa crescita della nostra economia (vale l'un per cento del Pil secondo Mario Draghi), n mancato rispetto dei contratti commerciali e la incertezza sul diritto di proprietà causano danni enormi. I lunghissimi tempi di pagamento delle imprese italiane che da 30 giorni diventano 60,90,120 provocano costi giganteschi. D capitale privato, soprattutto internazionale, non investe in un Paese dove non c'è la certezza del diritto. Il credito scarseggia per imprese e consumatori perché le banche non si fidano di ciò che avviene quando il contratto creditizio non viene rispettato. In questo contesto, il capitalismo e il libero mercato non nascono perché la «mano invisibile» di Adam Smith non può funzionare con una giustizia civile con i tempi come quelli del Gabon e con 5,8 milioni di cause civili arretrate (contro 1 in Francia). Gli italiani si lamentano della sanità pubblica, ma all'ospedale ci vanno. Hanno invece definitivamente rinunciato ad avere giustizia. Giavazzi e Alesina hanno anche ragione nell'individuare due delle principali problematiche alla base del malfunzionamento della giustizia civile italiana: l'incentivo a moltiplicare i procedimenti e gli atti (stimolato anche dall'eccessivo numero di avvocati - 4 volte più numerosi che in Francia) e l'organizzazione del lavoro dei tribunali italiani, non orientata a ridurre i tempi. Mi sembrano però parziali le soluzioni proposte. Proporre di ridurre il numero degli avvocati con il numero chiuso alla facoltà di legge, al di là del fatto che ci metterebbe troppi anni ad avere un qualche impatto, agisce solo sulla offerta di servizi legali e non sulla loro domanda. La straordinaria litigiosità della nostra società ha a che fare con un problema antico: l'ipergarantismo della nostra giustizia che consente l'accesso alla giustizia a chiunque, per qualunque cosa, a costi irrisori. Le procedure offrono alle parti innumerevoli opportunità di chiedere rinvìi, approfondimenti, riesami. È possibile ricorrere in Cassazione anche per una multa stradale. Non solo siamo l'unico Paese con tre gradi di giudizio, ma usiamo il secondo e il terzo con una frequenza inaudita. E ci si oppone all'accentramento delle attività di 164 tribunali in un numero minore di sedi per lasciare il «tribunale vicino a casa». Tutti i Paesi moderni hanno trovato modi diversi di garantire la accessibilità senza intasare il sistema, tranne il nostro. Parziale mi sembra anche la soluzione proposta per migliorare la organizzazione del lavoro del tribunale (tratta da uno studio di 3 economisti). Si concentra solo sulla programmazione del lavoro che è cambiata da uno scheduling in parallelo ad uno in serie (la innovazione nello scheduling è stata in realtà molto più ampia perché la programmazione di Torino ha dato priorità alle cause più vecchie invece che a quelle più recenti e per fare ciò a dovuto «targare» per anno i processi). Ma la trasformazione operata dall'allora Presidente del tribunale Mario Barbuto (oggi Presidente della Corte di appello) è andata ben oltre il cambiamento della programmazione del lavoro, perché ha agito su una leva molto più cruciale: la responsabilizzazione e la motivazione dei suoi uomini, in questo caso gli 80 magistrati civili. Barbuto ne ha infatti cambiato radicalmente la mentalità, facendo loro capire che un giudizio giusto poteva anche essere veloce, facendoli lavorare per obbiettivi, rendendone trasparente la perfomance (la durata delle cause affidate ad ognuno) e aiutandoli fornendo loro 20 regole semplici (non nuove leggi, non poteva) per smaltire l'arretrato (per esempio definendo una regola semplice per limitare la durata delle perizie). Chi conosce il mondo delle organizzazioni che cambiano, riconosce l'ingrediente essenziale di questa trasformazione: si chiama «leadership» - la guida eccellente nel motivare, controllare e formare i propri collaboratori. E, in particolare, di formazione di magistrati civili «veloci» ce ne è un enorme bisogno, dato che una delle cause della lentezza sono le sentenze chilometriche, scritte per «farsi belli» con l'uso di complesse argomentazioni giuridiche e per prevenire tutte le possibili opposizioni. La chiave per smaltire l'arretrato enorme e dare agli italiani la giustizia civile che si meritano non sta in una riforma epocale dell'ordinamento giudiziario né in iniziative lodevoli ma parziali per ridurre il numero degli avvocati italiani e migliorare la programmazione del lavoro dei tribunali. La chiave è avere 164 leader a guidare i tribunali italiani. E la «palla» passa a chi li governa: il Csm, Consiglio superiore della magistratura italiana. Roger Abravanel
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