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Avvocati Il cantiere aperto delle riforme
Lunedì 4 Luglio 2011

Osservatorio Studi legali Scenari La categoria è alle prese con una delle fasi più critiche della sua storia. E chiede correttivi. Rapidi Dalla mediazione alla legge professionale, dal calo dei fatturati alle liberalizzazioni: molti i nodi da sciogliere. Alpa: «No all'abolizione dell'esame di Stato. Altrimenti...» Non si può improvvisare, servono veri interventi. In ballo c'è il futuro stesso della categoria La minaccia dell'abolizione degli esami di Stato. La riforma forense bloccata in Parlamento. La mediazione civile da respingere. La fibrillazione della cassa forense. Probabilmente questo per gli avvocati è il periodo più delicato dal dopoguerra a oggi. In ballo il futuro dell'intera categoria soprattutto alla luce delle proposte avanzate dal governo a margine della manovra correttiva alla finanziaria. «Si tratta di proposte sconcertanti e inaccettabili», attacca deciso Guido Alpa, presidente del Consiglio nazionale forense, un moderato che sembra aver raggiunto il limite della sopportazione. «È in atto un'azione di attacco costante al mondo professionale, in generale, e all'avvocatura in particolare, che non consentiremo. La proposta di eliminare l'esame di Stato, oltre a essere incostituzionale, è degradante e pericolosa: se fosse attuata metterebbe in seria crisi un settore già in difficoltà perché sovradimensionato rispetto al mercato». La riforma La soppressione dell'esame di Stato comporterebbe per i giovani laureati l'iscrizione automatica all'Ordine dopo due anni di praticantato. «E sarebbe un unicum in tutta Europa - precisa Alpa -. Persino la Spagna, che non lo prevedeva, da quest'anno ha istituito l'esame di Stato. Sarebbe ora invece di occuparsi dei problemi reali delle professioni e dell'avvocatura». Per esempio sbloccando la riforma forense che è ferma in Parlamento, forse vittima di veti incrociati, visto che diversi passaggi risultano contestati da parte dell'avvocatura stessa. «Quel testo può essere modificato e perfezionato. Ma l'impianto è valido e condiviso dalla gran parte dell'avvocatura. Il punto è che bisogna riaprire il dibattito. Siamo in ritardo, finora le cause le avevamo individuate nel referendum e nelle fibrillazioni della politica, non vorremmo esserci sbagliati». La crisi del reddito Il mondo dell'avvocatura vive una crisi strutturale ormai da qualche anno: il fatturato medio è in calo costante (secondo i dati ufficiali), ci sono 60 mila avvocati che non si iscrivono alla cassa forense perché dichiarano un fatturato annuo inferiore a 9.700 euro (750 euro al mese, la soglia di povertà è di 1.000 euro). In un simile contesto, se la riforma forense sarà approvata con l'attuale testo, tutti e 60 mila verranno cancellati dall'ordine.«In effetti - ammette Alpa - quando abbiamo inserito quella norma, in base al giusto principio di continuità professionale, forse abbiamo sottovalutato la durata e la profondità della crisi economica. Adesso varrà la pena tenerne conto nella stesura definitiva del testo. Anche se resta valido il principio che all'albo deve rimanere iscritto chi in effetti svolge questa professione». Giustizia lenta L'esorbitante numero degli avvocati italiani viene considerato causa anche di atteggiamenti scorretti. Qualcuno si è spinto fino a postulare che troppi avvocati hanno interesse a rallentare la macchina della giustizia. «Ed è un falso postulato - protesta il presidente del Cnf -. Gli avvocati non hanno interesse ad allungare i tempi delle cause: tra un rinvio e l'altro il cliente non ti paga e non si incassano più soldi. Il problema della lentezza resta e noi siamo pronti a valutare ogni tipo di soluzione: aumento del numero dei magistrati, processo telematico, uffici del giudice più numerosi e affidabili. L'unico rimedio che non accettiamo è che la durata dei processi debba essere fissata per legge. Sarebbe una costrizione del diritto: le parti devono essere messe in condizione di esprimere le loro ragioni con tutti i mezzi, utilizzando consulenze tecniche e prove testimoniali». Forse però andrebbero coniate norme deontologiche più rigide per chi imposta le strategie con l'obiettivo di evitare il tribunale più che per difendersi. «È vero. E lo faremo - promette -. L'etica è una voce molto importante per noi, prova ne sono le norme deontologiche introdotte per gli avvocati che diventano mediatori. Sono norme rigorose perché la nostra categoria nella mediazione corre il rischio del conflitto d'interesse». Proprio la mediazione rimane il «nervo scoperto» per gran parte dell'avvocatura. Siete disposti a valutare la proposta di una riforma in carica per cinque anni e poi valutata in base ai risultati? «Se ne può discutere, a patto che cada l'obbligatorietà. E poi aspettiamo che si pronunci la Corte Costituzionale».

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