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DOCUMENTI E DELIBERATI
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Rassegna Stampa
«Aperti al dialogo, ma senza forzature»
Martedì 2 Agosto 2011
Liberalizzazioni. I professionisti: modernizzazione necessaria, no alle misure «improvvisate» pensate per la manovra
LA POSIZIONE Calderone: decisivo il tema dell'accesso professionale, risultato che non si ottiene abolendo l'esame per avvocati e commercialisti
Il mondo delle professioni è disponibile a dare il proprio contributo per il rilancio dell'economia. Non si nasconde la necessità di una modernizzazione del settore dei servizi e di alcuni aspetti della disciplina degli Albi. Ma questa non può certo avvenire attraverso "liberalizzazioni" improvvisate che confondono attività intellettuale e impresa, come quelle che avevano fatto capolino nella manovra finanziaria.
I professionisti, dunque, sono pronti a fare la propria parte, come comparto economico che conta 2,1 milioni di iscritti agli Ordini e 4 milioni di persone impiegate nell'indotto. E offrono al confronto fra le parti sociali, chiamato a individuare soluzioni per uscire dalla crisi economica, il contributo e l'esperienza di ciascuna categoria. Del resto, i numeri dicono che le professioni regolamentate "coprono" il 15,9% dell'occupazione complessiva e producono un giro d'affari per circa 200 miliardi, con un incidenza sul Pil del 12 per cento.
Marina Calderone, presidente del Consiglio nazionale dei Consulenti del lavoro e del Comitato unitario delle professioni è categorica: «Noi non ci tiriamo indietro. Più di un anno fa abbiamo presentato all'allora ministro della Giustizia, Angelino Alfano, un progetto di riforma. Ora ho già scritto al nuovo Guardasigilli, Nitto Palma, perché al più presto si riapra il tavolo del confronto. Per noi, al di là delle questioni storiche legate alle tariffe, sono fondamentali i temi dell'accesso e del tirocinio professionale. Bisogna garantire ai giovani laureati opportunità di lavoro. Questo è fondamentale per rilanciare il Paese».
Un risultato che sicuramente non si ottiene, secondo Calderone, abolendo l'esame di Stato per avvocati e commercialisti, come prevedeva una bozza di legge delega sulla liberalizzazione delle professioni circolata qualche settimana fa. Né tantomeno prevedendo tout court che «le restrizioni in materia di accesso ed esercizio delle professioni previste dall'ordinamento vigente» avrebbero dovuto essere abrogate in sei mesi, come stabiliva un emendamento alla manovra (bocciato durante l'esame in commissione Bilancio al Senato). E neppure con la disposizione, poi approvata, in base alla quale «ferme restando le categorie di cui all'articolo 33, quinto comma della Costituzione (...) il Governo formulerà alle categorie interessate proposte di riforma in materia di liberalizzazione dei servizi e delle attività economiche». Una previsione che rischia di tramutare l'intento riformatore in un nulla di fatto. E che pure, tanto per capire che aria tira, il presidente dell'Organismo unitario dell'avvocatura, Maurizio De Tilla, ha già annunciato che impugnerà, rivolgendosi alla Corte costituzionale.
«È evidente - sottolinea il presidente del Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro e del Cup - che questa norma tutela gli ordini e la loro legittimazione nella Costituzione. Ma comunque non fa venire meno il nostro impegno a portare avanti una riforma condivisa».
Per Calderone, però, questo impegno deve spingersi oltre la frontiera ordinistica. «Sarebbe un grave errore prescindere dai professionisti. Noi consulenti, per esempio, siamo osservatori privilegiati del mondo del lavoro. E questo ci porta ad affermare che un tasso di disoccupazione giovanile al 30% impone scelte radicali dirette a favorire l'entrata in azienda di chi esce dall'università. Vanno rafforzati istituti che già ci sono, come l'apprendistato, e bisogna scommettere su altri, come quel "contratto unico", di cui ogni tanto si parla. Uno strumento che permette di legare le tutele e soprattutto il costo dei dipendenti all'anzianità di servizio, in modo da facilitare le aziende che si stanno riorganizzando permettendo loro di assumere sperimentando forme di lavoro flessibile, e senza che questo significhi una condanna al precariato».
Anche per evitare questo, servirebbero più efficaci percorsi di orientamento e maggiori sinergie tra il mondo formativo e quello delle aziende, sinergie realizzabili anche con l'"intermediazione" dei professionisti.
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