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Rassegna Stampa
Una "rete" per sostenere gli ex detenuti
Lunedì 10 Ottobre 2011

La conferenza organizzata nei giorni scorsi dall'Associazione nazionale forense al Palazzo di Giustizia, è stata un'occasione di confronto fra vari attori politico-istituzionali, fra l'associazione avvocati e interlocutori operanti nel settore della detenzione e coinvolti a vario titolo nel sistema carcerario (legislatori, politici, amministratori, magistrati); manifestazione che ha acceso i riflettori sulla funzione della pena detentiva e sul delicato rapporto tra giustizia, princìpi costituzionali e mondo carcerario. Un dibattito che ha abbracciato a 360 gradi la situazione penitenziaria. Se è vero, come ha spiegato il presidente emerito della Corte costituzionale Valerio Onida, che fra i princìpi costituzionali in materia esecuzione delle pene, vale quello della finalità rieducativa del carcere, il che vuol dire «che la pena carceraria deve essere costruita e attuata in maniere tale da raggiungere il più possibile un risultato di reinserimento sociale», da qui ne consegue che c'è la necessità «di usare misure alternative alla pena carceraria - come ha sottolineato il presidente dell'Anf di Catania Vito Pirrone». In altre parole, il sistema sociale dovrebbe farsi carico di non favorire la recidiva del reato penale, accompagnando per mano l'ex detenuto nel ricollocamento lavorativo onesto e sano, in sostanza: «seguendo il detenuto dall'inizio del trattamento alla fine - ha continuato l'avv. Pirrone -, noi abbattiamo il livello di soglia di criminalità, e da persone criminalizzate, ne facciamo persone civili, per una maggiore sicurezza sociale». Di rieducazione del detenuto, (con una situazione dietro le sbarre negli istituti di pena catanesi drammatica, la nostra realtà carceraria - Bicocca ma soprattutto piazza Lanza - conta infatti un esubero di popolazione di oltre il doppio della capienza tollerabile), di una responsabilità "morale" collettiva del percorso di riabilitazione da fare fuori dal carcere, anche a livello di opportunità lavorative, ne abbiamo parlato con il presidente della cooperativa sociale catanese "Centro orizzonte lavoro" don Vincenzo Giammello, con tanti anni di esperienza nel comparto "borse lavoro" e delle politiche attive del lavoro per soggetti svantaggiati. «Cosa fare per il reinserimento sociale del detenuto uscito dal carcere - spiega il salesiano don Giammello, raggiunto presso l'ente di formazione catanese di via Teatro Greco -? Quale impresa è disposta ad accogliere un ex detenuto? Senza opportunità di occupazione, però, i soggetti rischiano di rientrare prima o poi nel circuito penale». E allora che fare, buttarli in galera e gettare via le chiavi della cella? «Sto lavorando a un progetto di solidarietà e sono alla ricerca di sponsor. Sto lanciando l'idea di una rete di enti partner, dalle cooperative alle organizzazioni solidali e del privato sociale, dalle associazioni datoriali - che rappresentano le realtà imprenditoriali sul territorio - ai club service e agli Ordini professionali. Occorre sensibilizzare le aziende, le imprese, l'opinione pubblica, fare una campagna di raccolta fondi, per condividere l'obiettivo di accogliere in un percorso lavorativo concreto chi esce dal carcere, con un patto d'impegno coi datori di lavoro. La triste realtà, è che l'ex detenuto non trova nessuno che gli offra opportunità e, spesso, ci sono le famiglie alle spalle da mantenere».Se è vero, come ha spiegato il presidente emerito della Corte costituzionale Valerio Onida, che fra i princìpi costituzionali in materia esecuzione delle pene, vale quello della finalità rieducativa del carcere, il che vuol dire «che la pena carceraria deve essere costruita e attuata in maniere tale da raggiungere il più possibile un risultato di reinserimento sociale», da qui ne consegue che c'è la necessità «di usare misure alternative alla pena carceraria - come ha sottolineato il presidente dell'Anf di Catania Vito Pirrone». In altre parole, il sistema sociale dovrebbe farsi carico di non favorire la recidiva del reato penale, accompagnando per mano l'ex detenuto nel ricollocamento lavorativo onesto e sano, in sostanza: «seguendo il detenuto dall'inizio del trattamento alla fine - ha continuato l'avv. Pirrone -, noi abbattiamo il livello di soglia di criminalità, e da persone criminalizzate, ne facciamo persone civili, per una maggiore sicurezza sociale». Di rieducazione del detenuto, (con una situazione dietro le sbarre negli istituti di pena catanesi drammatica, la nostra realtà carceraria - Bicocca ma soprattutto piazza Lanza - conta infatti un esubero di popolazione di oltre il doppio della capienza tollerabile), di una responsabilità "morale" collettiva del percorso di riabilitazione da fare fuori dal carcere, anche a livello di opportunità lavorative, ne abbiamo parlato con il presidente della cooperativa sociale catanese "Centro orizzonte lavoro" don Vincenzo Giammello, con tanti anni di esperienza nel comparto "borse lavoro" e delle politiche attive del lavoro per soggetti svantaggiati. «Cosa fare per il reinserimento sociale del detenuto uscito dal carcere - spiega il salesiano don Giammello, raggiunto presso l'ente di formazione catanese di via Teatro Greco -? Quale impresa è disposta ad accogliere un ex detenuto? Senza opportunità di occupazione, però, i soggetti rischiano di rientrare prima o poi nel circuito penale». E allora che fare, buttarli in galera e gettare via le chiavi della cella? «Sto lavorando a un progetto di solidarietà e sono alla ricerca di sponsor. Sto lanciando l'idea di una rete di enti partner, dalle cooperative alle organizzazioni solidali e del privato sociale, dalle associazioni datoriali - che rappresentano le realtà imprenditoriali sul territorio - ai club service e agli Ordini professionali. Occorre sensibilizzare le aziende, le imprese, l'opinione pubblica, fare una campagna di raccolta fondi, per condividere l'obiettivo di accogliere in un percorso lavorativo concreto chi esce dal carcere, con un patto d'impegno coi datori di lavoro. La triste realtà, è che l'ex detenuto non trova nessuno che gli offra opportunità e, spesso, ci sono le famiglie alle spalle da mantenere».

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