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Toghe bocciate in geografia
Venerdì 4 Novembre 2011

Altroché un risparmio di 80 milioni. La riforma voluta da Francesco Nitto Palma , ministro pdl della Giustizia, e orientata a ridisegnare la geogra fi a del sistema giudiziario composta da 165 tribunali, potrebbe ottenere assai meno rispetto alle aspettative. A sostenerlo è il Consiglio nazionale forense (Cnf), espressione apicale degli avvocati italiani (230 mila iscritti all'albo), categoria coinvolta dalla riforma dietro a quella dei magistrati (8.800 in servizio) e del personale amministrativo dei palazzi di giustizia. Il taglio della spesa, secondo le proiezioni, non supererebbe un terzo del previsto. Lo si desume da una raccolta dati che il Cnf (attraverso gli Ordini locali) ha in fase di ultimazione e che punta a capire quanto costano e come si organizzano i tribunali. A fi ne ottobre, su 56 sedi subprovinciali interpellate, ovvero quelle considerate a rischio chiusura, circa 40 hanno risposto: il loro costo si aggira sui 15 milioni, il 50% dei quali, peraltro, a carico non della Giustizia ma degli enti territoriali. E questo nonostante la scopertura media del 25% di magistrati togati e del 35% di quelli onorari. Anticipa il Cnf: i tribunali chiamati in causa, chi più chi meno, in genere funzionano, i tagli porterebbero pochi vantaggi e viceversa molta incertezza sul funzionamento del sistema. Dalla stessa base della categoria sono temuti « criteri astratti e logiche di favoritismo verso alcune realtà territoriali a scapito di altre». Anche i magistrati, pur d'accordo con la necessità di cambiare la geogra fi a, non nascondono lo scetticismo e provano a suggerire una strada alternativa ( vedere box a pagina 64 ). D'altronde, altri e diversi precedenti tentativi di riforme, come quello della digitalizzazione del sistema processuale o dell'introduzione del braccialetto elettronico in alternativa alla detenzione (costato 120 milioni), sono stati un fallimento, così che per gli addetti ai lavori ora dubitare è il minimo. In base alla legge delega approvata in estate nell'ambito della manovra fi nanziaria e condivisa da maggioranza e opposizione, si dovrà decidere quanto sfoltire, accorpare, ricollocare. Si terrà tra l'altro conto di estensione del territorio, numero di abitanti, carichi di lavoro, impatto della criminalità organizzata. A dare le indicazioni sarà la commissione ministeriale eletta a inizio ottobre (ne fanno parte magistrati, docenti e un avvocato, Antonio Conte presidente dell'Ordine di Roma). A disposizione ci sono 12 mesi. Il punto di partenza è mantenere indistintamente almeno tre tribunali per ogni corte d'appello con le relative procure. L'obiettivo ministeriale è ricollocare da 500 a mille magistrati, 5.700 amministrativi, ridurre dell'8% costi distribuiti in circa 3 mila strutture. In realtà, i tempi di lavoro della commissione si prevedono lunghi e non mancano le critiche. Dice Ester Perifano , alla guida dell'Associazione nazionale forense (Anf): « Sono solo gli avvocati che conoscono bene le piccole realtà locali, e invece la commissione è sbilanciata a favore delle toghe. Una revisione seria va fatta tenendo conto dei luoghi coinvolti». C' è chi pensa che la commissione non arriverà a una conclusione e che tutto passerà nelle mani dei funzionari del ministero (sospettati di non avere dimestichezza con il concetto di produttività). Ma intanto, con l'annuncio del taglio dei circa 60 tribunali subprovinciali con organici almeno inferiori ai 18 magistrati (a L'Aquila e Campobasso coincidono con capoluoghi di corte d'appello), di piccole procure della Repubblica, delle 220 sessioni distaccate e dei circa 700 uf fi ci dei giudici di pace dislocati in sedi diverse dal circondario (dei quali in futuro potrebbero farsi carico i Comuni), Nitto Palma ambisce a diventare il primo ministro capace di toccare un sistema fi nora intoccabile. Un impianto che risale addirittura al periodo preunitario (datato al 1861) e che risente di inef fi cienze e sprechi: nessun tribunale è stato mai soppresso e l'ultimo nato, quello di Tivoli, è del 1999. Dalla Sicilia dei tempi dei Borboni, sono rimaste quattro sedi di corte d'appello (in Lombardia ce ne sono due), con tribunali mignon: Gela 190 avvocati iscritti alla cassa previdenziale, Nicosia 117, fi no a Mistretta con 49. In Piemonte, invece, esistono ben 17 tribunali: Casale Monferrato con 110 legali iscritti, Acqui terme con 81, Tortona con 70. Qua e là sono attivi tribunali bonsai, dove, tra giudici e procura, non si va oltre le dieci unità: a Montepulciano, Camerino, Vasto, Lanusei, Tolmezzo. Con sistemi degli uf fi ci che, fatte le proporzioni, hanno i medesimi scheletri organizzativi civili, penali e fallimentari: a Milano con 15.400 legali iscritti e a Caltanissetta con 1.400. Gli avvocati si sono mossi in fretta. Il Cnf, una volta completata la ricerca in atto, raffronterà i risultati con quelli di alcuni tribunali metropolitani (Milano, Roma, Torino, Napoli e Palermo) e con un campione di medi tribunali (Bologna, Venezia, Padova, Bari). Le variabili prese in considerazione riguardano bilanci e organizzazione. Dopodiché farà le proprie valutazioni da comunicare anche a Nitto Palma. Sostiene il consigliere Enrico Merli (di Tortona, tribunale nel mirino), che coordina l'operazione: « Niente campanilismi né conclusioni affrettate. La nostra geogra fi a giudiziaria è cristallizzata ed è giusto intervenire. Ma siamo preoccupati che si faccia nel modo sbagliato». La categoria rivendica l'importanza del rapporto territoriale della giustizia con i cittadini e dei buoni risultati che una parte delle piccole realtà ha già ottenuto. Il più scatenato a difesa dello status quo è Maurizio de Tilla , a capo dell'Organismo unitario dell'avvocatura (Oua): « È un errore colossale, una bugia, uno spot elettorale che non farà risparmiare nulla». L'Oua dichiara di aver già organizzato un centinaio di manifestazioni locali di protesta, calcola che solo il 20% dei tribunali subprovinciali avrebbe bisogno di interventi, ritiene che il vero problema sia il funzionamento dei tribunali metropolitani (intasati e quindi da frazionare) e sostiene che al ministero non sappiano valutare l'impatto economico della riforma. Un arroccamento che, secondo i maligni, non trascurerebbe un particolare: se fossero cancellate 56 realtà territoriali, sparirebbero anche i relativi Ordini forensi locali, che votano e contribuiscono a sorreggere fi nanziariamente l'Oua. In generale, è questo un argomento che agita i consigli di categoria: l'intero sistema ordinistico verrebbe modi fi cato. Il pericolo più sbandierato riguarda però il presunto peggioramento della macchina della giustizia: traslocare uomini e risorse in altre strutture lontane tra loro (problemi per i cittadini), ridisegnare la mappa degli studi legali, disperdere conoscenze ed esperienze (fascicoli che rallentano il cammino), sacri fi care sedi magari nuove o da poco inaugurate (spreco di quattrini), abbandonarne altre di proprietà dei Comuni (scarso risparmio per il ministero). Sono poi da mettere in conto le resistenze di presidenti di tribunale, procuratori della Repubblica, cancellieri, giudici di pace. Per una volta, magistrati e avvocati sembrano vederla nello stesso modo. Anche se tra le toghe, così come tra i legali, c' è chi sottoscrive il piano del ministero, sono diffusi alcuni timori: come faranno le strutture accorpanti a farsi carico di altre sedi, come saranno gestite le risorse eventualmente recuperate?

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