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Società di capitali, guerra aperta tra gli Ordini e la Confindustria
Lunedì 28 Novembre 2011

Società di capitali, guerra aperta tra gli Ordini e la Confindustria Lo chiamano il blitz del giovedì mattina. Quando il maxi-emendamento alla legge di Stabilità che contiene anche la riforma delle professioni, con la possibilità di costituire società di capitali tra professionisti, arriva in aula alla Camera. Ma, a sorpresa, ha cambiato pelle e formulazione. Tra le righe, spunta qualcosa che gli Ordini temono, ma certo non si aspettano. E che non hanno mai discusso prima, nei tavoli preparatori. Ovvero la possibilità che il socio di capitale - vera novità della riforma assieme alla definitiva abolizione delle tariffe minime possa essere anche un socio di maggioranza e avere posto e voce negli organi sociali. Due evenienze accuratamente escluse alla vigilia, per rassicurare su indipendenza e autonomia del lavoro professionale. Questo almeno avevano chiesto, ai vari interlocutori politici, i rappresentanti degli Ordini. E ottenuto. Ma il 10 novembre tutto è cambiato. Due giorni dopo, quel testo è diventato legge: la numero 183 del 2011, articolo 10. Scatenando una vera e propria bufera, anche tra i professionisti più aperti e dialoganti, come i commercialisti e gli architetti. «Volevano permettere ai professionisti di fare impresa. Ora consentono alle imprese di fare professione», è la battuta più in voga. Respinta da Confindustria che plaude e considera la riforma una buona notizia. Un'apertura importante, attesa da tempo per spalancare il settore dei servizi professionali alla concorrenza e alla facilità di accesso per i giovani. Studio Spa preoccupa i professionisti, dunque. E almeno per tre criticità: il socio entra nel capitale e nel cda, il socio di capitale può essere di maggioranza, le Casse di previdenza degli Ordini avranno meno entrate. Punti che corrispondono, sempre nella visione dei professionisti, ad altrettante minacce: all'indipendenza, all'autonomia delle scelte condizionabili dal target sugli utili, minori contributi alle Casse perché non vi è alcun obbligo per queste società di capitale (che hanno le forme classiche previste dal codice civile) ad iscriversi all'albo, magari in una sezione speciale, e dunque il reddito da loro prodotto è puro reddito da capitale, sottratto alla previdenza gestita dagli Ordini. «Un vero colpo di mano», incalza Leopoldo Freyrie, presidente del Consiglio nazionale degli architetti. «L'ennesima occasione persa», ribatte Claudio Siciliotti, presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti. «Un gravissimo pericolo per l'autonomia dei professionisti e per la tutela effettiva dei diritti dei clienti/assistiti», aggiunge Guido Alpa, presidente del Consiglio nazionale forense. «Si eluderà l'assoggettamento alla contribuzione», avverte Antonio Pastore, ex vicepresidente dell'Adepp (l'associazione degli enti di previdenza privati). Pericoli infondati, rassicura Confindustria. «Siamo tutti listati a lutto», ammette, sconfortato, Siciliotti. «Non capisco perché, alla fine, si sia preferito non dare ascolto ai professionisti. Noi commercialisti avevamo elaborato una proposta: fare una società ad hoc in cui gli utili siano divisi in base all'apporto professionale e non a quello finanziario, del capitale. Proprio per venire incontro ai più ai giovani che hanno testa e non tasca. Una proposta che risale ad un anno fa, ormai. Giudicata eccellente sia da sinistra che da destra. Illustrata ai presidenti di Camera e Senato. E anche al Cup, il Comitato unitario delle professioni. Tutti concordi, ma nessun seguito. Che senso ha, mi chiedo, fare ora una società di capitali nelle forme da sempre inserite nel codice civile e chiamarla società tra professionisti? Una finzione. Intendiamoci, non siamo contrari all'ingresso di capitali di terzi. Ma un socio addirittura di maggioranza con il socio in cda, snatura il lavoro dei professionisti. E poi cosa succede se un commercialista viene, per ipotesi, radiato dall'albo per indegnità? Può continuare ad esercitare mettendo dei capitali e aprendo una società. Una scelta veramente imprudente». Su posizioni analoghe anche gli architetti. «Un vero colpo di mano», lo definisce Freyrie. «Anche noi abbiamo chiesto da tempo di costituire società interprofessionali. Io personalmente ho portato la proposta al ministero della Giustizia, proprio perché penso siano indispensabili. Ma togliere il tetto alla partecipazione del capitale e la riserva di amministrazione ai professionisti è un vero e proprio pasticcio. Rende impossibile nascondere le incompatibilità. Una società di capitali guarderà solo ai conti e tenderà a fare solo business e utili e abbassare la qualità dei servizi offerti. Senza pensare che l'edilizia è un luogo storico per le infiltrazioni mafiose». Sul punto anche Maurizio de Tilla, presidente Oua (Organismo unitario dell'avvocatura): «E' a rischio l'autonomia professionale dei legali, nonché è evidente l'emergere di conflitti di interesse e di possibili fenomeni relativi alle infiltrazioni malavitose». Così anche Guido Alpa (Consiglio nazionale Forense): «Non possiamo accettare che l'avvocatura sia depressa e sia ridotta a mero esecutore di servizi all'ombra di società anonime. Senza contare il rischio di infiltrazione di capitali di provenienza illecita». Getta acqua sul fuoco Confindustria, secondo cui non cambia granché sul piano del contrasto ai capitali sporchi. In viale dell'Astronomia si ricorda che esistono norme e presidi a tutela della legalità: l'elenco pubblico dei soci, le norme antiriciclaggio, infine la magistratura. «Diciamo no all'innovazione e a tutti i suoi vantaggi solo per l'esistenza di patologie che possiamo combattere con strumenti che già abbiamo?», è il ragionamento. «Rischiamo di assistere alla nascita di società con professionisti totalmente subalterni agliinvestitori», sottolinea Domenico Posca, presidente di Unico, sindacato dei commercialisti. «Così apriamo la strada agli abusi di professionisti con pochi scrupoli che potranno agevolmente aggirare norme fiscali e previdenziali facendosi schermo di società con quote maggioritarie fittiziamente intestate a parenti ed affini».

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