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Rassegna Stampa
E' giunta l'ora di rimettere in Ordine
Lunedì 12 Dicembre 2011
Decreto salva Italia - L'ultimatum del governo per favorire la liberalizzazione
Riforma delle professioni entro il 13 agosto 2012 Oppure verranno cancellati Albi e consigli nazionali
Effetti collaterali imprevedibili. Se il cambio di governo era considerato la medicina più efficace contro la crisi economica, il farmaco non ha avuto su tutti lo stesso effetto.
Per il mondo delle professioni, ad esempio, quel farmaco ha una scadenza: 13 agosto 2012. Se entro quella data non sarà approvata una riforma delle professioni, tutti gli Ordini decadranno automaticamente. «Dobbiamo prendere atto di questa normativa - sentenzia Armando Zambrano, neo presidente del Consiglio nazionale degli ingegneri - e coglierne gli aspetti positivi per poter concretizzare una riforma degli Ordini più aderente alla realtà del nostro Paese. L'interesse del professionista non può prescindere da quello del cittadino. Trovo assurdo che qualcuno possa anche solo ventilare l'ipotesi di abolire gli Ordini, depositari di controllo e tutela, in primis, verso il cittadino. Secondo noi, infatti, la tutela della popolazione deve avere l'assoluta priorità. Se crediamo davvero all'opportunità di questa riforma e vogliamo esserne anche noi i fautori, dobbiamo organizzarci e presentare le nostre proposte».
Il dissenso
Di tutt'altro tono i commenti del Consiglio nazionale forense «Il presidente Monti in Europa aveva dichiarato di non ritenere necessario cancellare gli Ordini professionali, che non sono la causa dell'ingessamento del mercato - ricorda Guido Alpa, presidente del Cnf -. Ma poi nel suo primo decreto stabilisce un'abrogazione degli ordinamenti se non si rispetta il termine di agosto per le riforme, aprendo lacune ingestibili. Come è pensabile di governare il cambiamento in questo modo? L'avvocatura è pronta a discutere di ulteriori miglioramenti da qui sino alla scadenza del termine di agosto, ma nel quadro delle regole costituzionali e senza pregiudizi nei confronti delle professioni». A chiedere e auspicare un intervento del nuovo governo c'è anche una categoria particolare come quella degli infermieri: si tratta di una professione che dispone di un collegio e non di un Ordine (perché fino a qualche anno fa gli infermieri non svolgevano un percorso formativo universitario), ma con una quantità di iscritti (sfiorano quota 400 mila) che la metta al primo posto tra le professioni regolamentate più numerose. «Malgrado questo abbiamo un disperato bisogno di nuove forze - afferma Annalisa Silvestro, presidente del Collegio degli infermieri professionali -. Rispetto alle stime dell'Ocse nel nostro paese mancano circa 40 mila infermieri e per fronteggiare l'emergenza se ne importano dall'estero. Un business nelle cui pieghe può infiltrarsi la criminalità organizzata. In un simile contesto, e mentre tutti parlano di liberalizzazioni, noi dobbiamo ancora fare i conti con il numero chiuso per l'ingresso all'Università».
Un percorso parallelo a quello vissuto dall'Ordine dei medici: stesso codice deontologico e stessa necessità di nuova linfa. «La differenza è che noi non abbiamo un Ordine - obietta Silvestro - ma non lo viviamo con il primo problema, molto meglio puntare sull'abbattimento del numero chiuso. Si possono introdurre tante liberalizzazioni senza dover necessariamente smontare il sistema ordinistico».
La sfiducia
Molto duro e sfiduciato l'appello che arriva dal mondo delle parafarmacie che si sentono beffate per le norme inserite nel decreto. «Quale salvezza ci può essere - denuncia Rosaria Di Pietrantonio, esponente delle parafarmacie - se Passera e Monti e Catricalà annunciano pomposamente di avere messo mano alle liberalizzazioni della professione del farmacista concedendo la fascia C ai titolari di parafarmacia ma escludendone quasi la metà, 1.300 su 3.000 perché è stato inserito un limite di 15.000 abitanti sotto il quale non è possibile vendere la fascia C. Il vero potere e la vera ricchezza delle farmacie sta nelle piccole località di 7/8 mila abitanti, dove si possono fatturare anche 6/7 milioni di euro l'anno. Perché proteggerle? Costringeranno 1.300 titolari di parafarmacie a spostarsi nei comuni più grossi o quando non è possibile perché troppo lontani a rinunciare a lavorare nel proprio esercizio. Le lobby più forti vincono sempre e per questo paese che vuole farle vincere non c'è futuro».
Come dire che la liberalizzazione non è un farmaco che cura ogni malessere
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