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Serve una riforma che valorizzi la tradizione forense
Martedì 27 Dicembre 2011

Tutti contro le liberalizzazioni dell'ex ministro Bersani I legali sono alle prese con le liberalizzazioni e la mediaconciliazione, confidano nel varo del ddl sull'ordinamento professionale per rivedere regole che risalgono al regio decreto del 1933 II 1° gennaio 2010 è entrato in vigore il restyling pensionistico: l'età minima è salita con gradualità fino a 70 anni, a partire dal 2021 Equasi quadruplicato in vent'anni il numero degli avvocati italiani iscritti agli albi: 62.342 nel 1991 216.728 al 31 dicembre 2010. Una professione di antiche tradizioni, cui i giovani evidentemente continuano ad appassionarsi, malgrado in due decenni il reddito annuo rivalutato sia rimasto sostanzialmente invariato: era di 48.546 euro, lo scorso anno si ferma a 47.822, secondo gli ultimi dati della Cassa nazionale di previdenza forense, basati sui modelli 5 pervenuti entro il 31 ottobre 2011. La crisi del mondo globalizzato si avverte con forza su un'attività che si fonda su un ordinamento risalente a un regio decreto del 1933. La riforma di quel testo, però, non riesce a vedere la luce: il tentativo del restyling è in corso proprio in questa legislatura, poiché il disegno di legge, depositato al Senato all'inizio del 2009 da Franco Mugnai (Pdl) e lì approvato nel novembre dell'anno successivo, giace alla Camera da mesi. E il Consiglio nazionale forense, consapevole del delicato momento politico, culminato con l'insediamento di un nuovo governo a novembre, non smette di ribadire l'importanza di concedere il via libera a una normativa che «mira a rafforzare la qualificazione» della categoria grazie alle scuole per la formazione iniziale degli aspiranti legali e alle specializzazioni, a «disciplinare l'accesso puntando sul merito», che ripristina i minimi tariffari inderogabili e introduce l'assicurazione per responsabilità civile obbligatoria. Per un provvedimento caldeggiato, nella storia recente dell'avvocatura ce n'è un altro osteggiato con determinazione, al punto da causare una lunga serie di proteste di piazza: il decreto n. 223 del 2006, definitivamente convcrtito con la norma n. 248 del 4 agosto 2006, nota come «legge sulle liberalizzazioni», la cui paternità è di Pier Luigi Bersani, ex ministro dello Sviluppo economico. L'abolizione delle tariffe minime, la possibilità di svolgere pubblicità informativa con cui il professionista può propagandare titoli e specializzazioni, nonché caratteristiche e costi delle prestazioni offerte, e l'eliminazione del divieto del «patto di quota-lite». L'accordo fra avvocato e cliente in base al quale si attribuisce al primo, quale compenso, una parte dei beni o diritti contesi, oppure si ragguaglia l'onorario al valore dei beni o diritti litigiosi, in ragione di una percentuale o di una determinata somma, sono i capitoli più contestati del provvedimento. L'obiettivo dell'esponente dell'esecutivo di Romano Prodi è perseguire con le sue «lenzuolate» l'apertura al libero mercato delle professioni per favorire la concorrenza, e lo snellimento delle pratiche burocratiche e, in generale, della macchina della pubblica amministrazione. H cambio a palazzo Chigi, malgrado la disponibilità al colpo di spugna sulle tariffe minime dichiarata a più riprese dall'ex ministro della Giustizia Angelino Alfano, non si traduce in un intervento immediato. Passano tre anni, e solo lo scorso mese di novembre il tema toma d'attualità, quando il maxiemendamento alla legge di stabilità (che rivede la manovra-bis, legge n. 148 del 2011) elimina il riferimento alle tariffe professionali e la possibilità di pattuire i compensi anche in deroga ad esse. Indigesta per l'avvocatura è poi l'obbligatorietà della media-conciliazione nella risoluzione delle liti: nell'ambito del decreto milleproroghe varato in primavera, slitta fino al 20121'entrata in vigore della misura soltanto per una parte del contenzioso civile, ovvero i sinistri stradali e le liti condominiali. Si tratta di «una rottamazione della giustizia, un diritto svenduto a interessi privati» per l'Oua, Organismo unitario dell'avvocatura, che prosegue la sua lotta per la cancellazione del provvedimento. Percorso travagliato anche sul fronte pensionistico, visto che l'ente previdenziale di categoria presenta nel settembre 2008 ai ministeri vigilanti di Economia, Welfare e Giustizia un progetto per revisionare l'impianto, che ottiene il semaforo verde oltre un anno dopo, mentre le misure entrano in vigore il 1° gennaio 2010: stabilisce l'irrigidimento del cosiddetto «scalone», per far lievitare in maniera graduale l'età pensionabile dei professionisti del foro da 65 a 70 anni a partire dal 2021 (con 35 di anzianità), e sancisce, inoltre, l'innalzamento dal 2% al 4% del contributo integrativo (a carico del cliente), mentre l'aliquota soggettiva annua (in capo all'iscritto) passa dal 12 al 13% del reddito professionale dichiarato ai fini Irpef.

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