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Rassegna Stampa
Gli avvocati-parlamentari sul piede di guerra "Non toccate le tariffe"
Martedì 10 Gennaio 2012
Ieri però la ministra della Giustizia ha chiamato le diverse associazioni degli avvocati e le ha convocate per giovedì. L'effetto rasserenante è stato immediato. Così il battagliero Maurizio Di Tilla, presidente dell'Oua-Organismo unitario dell'avvocatura, che aveva indetto il 20 gennaio gli Stati generali degli avvocati per intraprendere manifestazioni clamorose di protesta, ora dice: «Per la liberalizzazione ce la vedremo con il ministro Passera. Con la ministra Severino, nei cui confronti nutriamo la più grande stima, parleremo invece delle nostre proposte per aggredire l'arretrato del settore civile e per istituire tribunali ad alta tecnologia». Il punto è che le famose liberalizzazioni nessuno sa che cosa siano. Se si trattasse di un'autoriforma degli ordini professionali, magari allargando le maglie alla pubblicità, la cosa passerebbe facilmente. Ma quando si andasse a toccare le tariffe minime (che Bersani aveva abolito, il Pdl ha reintrodotto e Tremonti avrebbe voluto cancellare di nuovo) lo scontro sarebbe inevitabile. «Si parla a vanvera - dice ancora Di Tilla, che è il capopolo di duecentoquarantamila professionisti in toga - di eliminare le tariffe. Non sanno che tanta parte dei nostri sono dei precari sulla soglia di povertà». Il senatore Filippo Berselli, presidente della commissione Giustizia e avvocato, è d'accordo: «Eliminare i minimi significa alimentare una concorrenza al ribasso che è pericolosissima per la qualità della professione legale». In attesa della rivoluzione, in un Parlamento ancora deserto per la pausa natalizia ci si prepara alla guerriglia. Qui gli avvocati possono contare su una forte pattuglia di eletti che non dimenticano la toga. Nell'estate scorsa in ventidue riuscirono a rintuzzare le proposte di Tremonti. E questa volta? «Sono favole - dice ancora Di Tilla - che ci siano 134 lobbisti ai nostri ordini. Saranno 8 o 10 al massimo. Magari averne di più». Uno che si è esposto in passato è l'onorevole-avvocato Maurizio Paniz. Ora dice: «Sono favorevolissimo alle liberalizzazioni, ma se ciò significasse un'abolizione dell'ordine non lo voterei nemmeno con la pistola alla tempia. Significherebbe che 700-800 mila persone con la laurea in legge nel cassetto potrebbero di colpo fregiarsi della carica di avvocato. Senza più un organismo di controllo, e senza esame di Stato, avremmo solo una massa di scalzacani in giro per i tribunali». Come Paniz, anche Giulia Bongiorno, la presidente della commissione Giustizia alla Camera, è un avvocato di grido. Non è il tipo da farsi dettare l'agenda, ma ammette: «Ricevo un'infinità di segnalazioni sulla revisione delle sedi giudiziarie. A parole i parlamentari sono tutti d'accordo sull'abolizione dei piccoli tribunali... purché non si tocchi il loro collegio elettorale». La ministra Severino li ha convocati e indubbiamente il segnale di attenzione c'è stato. Escluso poi che gli avvocati siano coinvolti con le decisioni del 20 gennaio, essendo tutto rinviato all'estate, quando ci sarà un decreto delegato per la riforma degli ordini professionali, ai legali italiani non resta che fare lobbing assieme a tutti gli altri professionisti d'Italia. Anche se i loro problemi sono molto diversi da quelli di altri. Come dice ancora Di Tilla: «Tra noi la concorrenza è già esasperata. Siamo duecentomila più dei nostri colleghi francesi a parità di popolazione. Ci vorrebbe il numero chiuso, altro che chiacchiere».
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