... e Spata (ANF) risponde ad Ichino
Venerdì 7 Maggio 2010
Padova, 06/05/2010
Oggetto: Lettera del Prof. Ichino del 03/05/2010
Caro Direttore,
sono un quivis de populo, non sono blasonato, non faccio parte dell’accademia, non sono neppure membro di un consiglio del’ordine degli avvocati, sono in sostanza uno di quei migliaia di avvocati che si alza ogni mattina con le carte dentro alla “cartella”, gelosamente conservate, e va a dibattere i diritti della gente, qualche volta per bene e qualche altra volta un po’ meno, ma con l’amore per una nobile professione scelta come stile di vita. Mi piace insomma essere avvocato e non fare l’avvocato.
Il prof. Ichino mi scuserà se ho difficoltà a chiamarlo collega, ma lui sta su di un gradino più alto, appartiene all’accademia ed i suoi clienti sono banche, assicurazioni, giornali, i poteri forti insomma ed in sintesi, i miei, di clienti, hanno nomi impronunciabili: ci sono i Mohamed, ma anche i Beiko, i Sevrani, i Lahcen ma anche i sig.ri Rossi, Schiavon (sono veneto) i Tiozzo e così via. I miei clienti vengono da me, sanno di trovare in primo luogo solidarietà, comprensione ed un professionista che baderà ai loro interessi mettendoli al corrente di ogni questione, facendoli decidere solo dopo essere stati attentamente informati.
Il ceto cui appartengo è rimasto quello di mio nonno, che faceva il bracciante agricolo e quello di mio padre, che faceva l’operaio anche se non ho mai sentito alcun rifiuto da parte di quel ceto forense proveniente da altro censo.
Probabilmente il prof. Ichino si occupa troppo di accademia e poco di professione perché non consoce affatto il codice deontologico. Ed infatti non è affatto vero che un avvocato non possa assumere la difesa di un cliente se quest’ultimo non abbia prima soddisfatto delle proprie competenze il legale che lo ha preceduto. Ancora il professor Ichino non sembra sapere che il parere di congruità è solo un mezzo per ottenere ingiunzione di pagamento al pari di ogni imprenditore che lo può ottenere con la semplice esibizione delle scritture contabili, nel mentre all’avvocato è imposta una ulteriore verifica di congruità da parte del Consiglio dell’ordine, a tutela degli interessi che non sono certo dell’avvocato, ed infatti noi siamo professionisti e non imprenditori!
Il prof. Ichino evidentemente è talmente estraneo al corpo cui vorrebbe appartenere dal confondere la responsabilità civile dell’avvocato con quella disciplinare che si somma e non si sostituisce alla prima che è giudicata dai giudici, terzi ed imparziali ai quali la Costituzione demanda la decisione su tutte le controversie insorte tra i cittadini, uguali davanti alla legge.
Caro Direttore, sarà un caso ma sul sito del professore, www.pietroichino.it, sono indicati il nome del cane, Penelope, e del gatto, Alice, tutte le attività politiche, sindacali, accademiche, alla professione forense è riservato uno spazio quanto al cane e al gatto.
Mi creda Direttore, la professione di Avvocato non ha certo bisogno di un grande fratello che possa mettere il naso sui diritti dei cittadini e faccia da supervisore. C’è bisogno di una normativa moderna che renda possibile svolgere questa professione in tempi accettabili, con moderne tecnologie, l’onorevole Ichino pensi a darci strumenti per rendere effettiva la tutela giudiziaria. Troppo comodo per la politica accusare gli altri quando ha dimostrato inettitudine nel risolvere i problemi della gente, come quando si accusano gli avvocati di far durare i processi, ignoranti del fatto che, ad esempio, le cause d’appello in materia di lavoro in cui gli avvocati intervengono solo con il ricorso introduttivo vengono celebrati a distanza di quattro o cinque anni dal deposito dell’atto introduttivo. Ed allora sono gli avvocati o è il sistema che sta implodendo per l’incapacità della politica di far fronte ai problemi?
Duecentoventimila avvocati italiani attendono la riforma forense dal 1933, mentre quella francese del 1970 è già stata oggetto di riforme nel 1982, nel 1990, nel 1997 e nel 2007 ed ora è in corso una nuova revisione.
Caro Direttore, oggi si stanno alzando le barricate ed il professor Ichino è tra quelli che stanno dall’altra parte rispetto alla “classe forense”, perché si parla di reintrodurre i minimi tariffari ed il divieto di patto di quota lite.
Ebbene sia chiaro che l’abolizione degli uni e l’eliminazione del divieto per l’altro avevano ingenerato solamente un asservimento, specie nei giovani colleghi, alle compagnie di assicurazione, banche e potentati economici che sono riusciti ad imporre tariffe da fame senza alcun beneficio per i veri consumatori che, deboli nella contrattazione si sono visti imporre semmai patti di quota lite disdicevoli nel merito e gravosi nelle pretese ( e fu un provvedimento di sinistra sic!).
Al professor Ichino vorrei dare un consiglio, continui ad occuparsi di accademia, le astrazioni gli sono più congeniali, alla difesa dei diritti dei deboli lasci fare agli avvocati.
Caro Direttore, non so se questa mia troverà spazio nel suo giornale, certo le mie posizioni non sono certamente coerenti con le posizioni dei suoi editori, il grado di democrazia di un paese si misura anche dal livello di accesso che si ha dei mezzi d’informazione: a me fa molta più paura la mancanza di libertà, di libero confronto, il potere dei media è devastante se consente di togliere la parola all’ultimo dei cittadini quali io sono, sono certo che Lei non vorrà togliermela.
Cordiali saluti.
Emanuele Spata
http://www.corriere.it/economia/speciali/2010/lettera-spata-ichino_f46546c2-5886-11df-b44b-00144f02aabe.shtml
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