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“L’avvocatura tra tradizione e riforme”
Martedì 14 Febbraio 2012

Il 13 Gennaio 2012 si è svolto in Ancona il convegno “L’avvocatura tra tradizione e riforme”, organizzato dall’Associazione Forense della Provincia di Ancona – A.N.F., con la partecipazione dell’Avv. Prof. Ubaldo Perfetti, V. Presidente del Consiglio Nazionale Forense, dell’Avv. Bruno Sazzini, già segretario generale di ANF, dell’Avv. Angelo Gattafoni, delegato OUA per le Marche. Il convegno ha visto la presenza di oltre 300 colleghi ed è stato introdotto dall’intervento dell’Avv. Nicola Sbano, segretario dell’a.t.a. di Ancona, organizzatrice dell’iniziativa. Di questo se ne riporta il testo: “Come noto a tutti, le professioni sono da molto tempo ed ora in termini più che mai pressanti ed ultimativi, coinvolte nel problema della crescita del Paese, la cui mancanza costituisce vera e propria malattia per la quale la medicina da tutti indicata è costituita da un programma molto diffuso di liberalizzazioni. La necessità di questa medicina va spiegata e il discorso è complesso e in questa breve presentazione posso solo esporlo riducendolo all’osso. Punto di crisi del nostro Paese è la ritenuta debolezza del terziario italiano, in cui rientra anche il terziario avanzato dei servizi professionali. L’analisi degli studiosi, sociologi ed economisti e dei pensatori politici, conclude per la sostanziale inefficienza di tutti o di gran parte dei servizi, settore che va rinvigorito, ammodernato e reso competitivo eliminando rendite di posizione e privilegi. Per l’innovazione, si è detto, serve una iniezione endovenosa di cultura civile, commerciale, gestionale e finanziaria, che può essere fatta dal mondo delle professioni che così ha una grande opportunità di lavoro che è funzionale alla necessità di allargare il suo mercato e la sfera delle sue competenze e di fare un salto di qualità, salendo, come è stato detto, di gamma. Si è ritenuto altresì che le concorrenti necessità di riduzione della pubblica amministrazione e, per quanto ci riguarda, della giurisdizione statale, indispensabili per restituire ad esse efficienza e credibilità e per migliorare il sistema Paese, possano essere l’occasione per trasferire o esternalizzare parte delle loro funzioni ai ceti professionali. Questi hanno così avanti a loro nuovi spazi di lavoro su due fronti, praticabili da professionisti non ingessati negli schemi tradizionali, ma capaci di interagire con la società e con il mercato e perciò esposti alla concorrenza, liberi di praticare i loro prezzi, tenuti a migliorare le loro conoscenze, rispondere di quanto a loro affidato, il tutto, secondo il sociologo del diritto Gianpaolo Prandstraller, secondo i principi della sussidiarietà. I professionisti sono perciò di fronte ad una grande opportunità, che va considerata con attenzione per definire al meglio il ruolo delle professioni nei rispettivi ambiti, che vanno ridefiniti anche a costo di perdere le garanzie che la protezione legislativa, frutto di altri tempi e di altri contesti, ha sempre assicurato alle professioni storiche, appartenenti ad una tradizione civile di lungo corso, ma che ormai è fuori tempo. Si è posto perciò il problema di dover conciliare l’indipendenza e la responsabilità delle professioni con la necessità di allargare il mercato terziario colmandone il deficit di efficienza del sistema dei servizi e del sistema pubblico e di ampliare anche le funzioni dei professionisti. La mancata percezione di questo passaggio obbligato ha prodotto pochi anni fa la rincorsa di molte nuove professioni o professioni emergenti, alla loro istituzionalizzazione o meglio alla ricerca di ampliare il novero delle professioni con competenze esclusive e protette. Per darvi contezza del fenomeno che si profilava, posso dirvi che dalla ricerca commissionata da Confprofessioni (confederazione di cui l’A.N.F. è stata promotrice e di cui è partecipe - per chiarire meglio ricordo ai colleghi che ad es. Confprofessioni è controparte rispetto ai Sindacati dei lavoratori nella stipula dei c.c.n.l. dei dipendenti degli studi professionali ed è presente nelle sedi di concertazione della politica economico-sociale) alla società di ricerche Tolomeo ed al sociologo prof. Paolo Feltrin, è emerso che in Italia vi sono 24 Ordini e 12 professioni riconosciute, e che dietro la porta vi sono 169 associazioni professionali censite dal CNEL. Questa rincorsa, alimentata anche da una politica confusionaria ed acquisitiva di consenso, era però destinata a scontrarsi con quanto stava cambiando, specie in tema di liberalizzazione dei mercati e dei servizi ai mercati. A contrasto della tendenza di ampliare il numero degli Ordini dando anche ai nuovi protezione legislativa, sono emerse linee radicalmente antagoniste quali quelle che hanno proposto la soppressione degli Ordini, inesistenti nei Paesi di cultura liberale come il Regno Unito e come gli USA, e quanto meno da spogliare della funzione pubblicistica che hanno rivestito e tuttora rivestono, ritenuti incompatibili con il mercato globale e fonte di sperequazione e di posizioni di esclusiva contrastanti con i principi che devono reggere le società aperte. Rispetto a questa filosofia il modello italiano delle professioni a carattere misto imperniato sul dualismo tra regolazione statale ed autoregolamentazione sospettata di corporativismo, è messo in discussione. Tenendo conto realisticamente che la capacità riformatrice in chiave liberale del nostro Paese è molto limitata se non inesistente, dico che, a mio avviso, il problema italiano non si incentra tanto sulla conservazione degli Ordini, ma su come devono essere conservati. Su questo i relatori devono fornire il loro punto di vista e quello delle istituzioni che rappresentano. Credo che il loro discorso non potrà essere circoscritto al nostro orizzonte professionale, ma contemplare l’orizzonte sociale economico del sistema delle professioni del Paese, facendosi carico di quelle che sono le forti linee di tendenza che sono indicate necessarie per la crescita complessiva. Vero è peraltro che imputare alla Avvocatura, cresciuta a dismisura, atteggiamenti di chiusura degli albi ai giovani ed alle donne costituisce un assurdo, ma è in contrapposto vero che non può essere conservato il tradizionale profilo dell’avvocato dedicato alla giurisdizione, profilo che non ha ormai molto spazio nella contemporaneità e ne avrà ancora meno in prospettiva. Con rammarico rilevo che l’impianto della legge professionale in discussione alle Camere non è adeguato ai tempi, anzi è vecchio forse perché costruito da avvocati troppo maturi, così come lo sono il sottoscritto e i colleghi che vi parleranno. Questo mi fa pensare che manca una generazione di mezzo, dei quaranta/cinquantenni, che abbia voluto e saputo pensare criticamente come ammodernare la professione; scontiamo perciò anche un deficit di partecipazione attiva e di pensiero. Mi auguro di sentire interventi di giovani che esprimano le loro esigenze ed il loro punto di vista. Lanciato questo primo sasso, vengo al nostro lavoro attuale che, come vi ho detto prima, se il disegno riformatore del Governo andrà avanti per il potenziamento del settore terziario e per la riduzione della pubblica amministrazione e della giurisdizione per implementare la crescita, ha le stesse opportunità delle altre professioni. Come sanno meglio i colleghi più maturi, la giurisdizione nella seconda metà del secolo scorso ha avuto, molto impropriamente, un ruolo forte nella formazione di un sistema di welfare, costruito non solo al di sopra delle risorse economiche realmente disponibili, ma anche con distorsioni ordinamentali; il sistema di giustizia civile, incluso in questo il diritto del lavoro, per restare sul problema ora sotto stress, ha ricevuto o deleghe a concedere o deleghe concesse per addormentare i problemi o deleghe non ottemperabili, senza la minima considerazione delle esigenze della società. Mentre per la giustizia penale lo Stato è stato obbligato a far si che i tribunali dessero risposte accettabili per le molte emergenze che attraversavano il Paese per la criminalità organizzata, per il terrorismo, per la corruzione, per la giustizia civile è stato deciso di lasciarla naufragare, tra risposte tardive, ma quel che è peggio spesso inattendibili, autoalimentanti lavoro da fare, costi sociali, ma anche negazione di diritti, sfiducia del comparto economico, frustrazioni professionali e quanto altro, purtroppo senza che il mondo forense reagisse o cercasse di praticare soluzioni alternative, conciliative e transattive, o di altro genere. Aggiungo che troppi colleghi non sono propensi a transazioni ed ancor meno a definizioni conciliative. Fatto è che nel tentativo di correggere il disastro che si aggravava, finita l’esperienza dei giudici onorari aggiunti che ha dato il risultato che doveva dare, ma con cui si doveva avere un minimo di relazioni, sono emerse proposte di intervento sul processo attraverso forme di parziale privatizzazione di certe fasi, che hanno scatenato accuse di liberismo strumentale a certe concezioni politiche che si attribuivano al Governo e a certi protagonisti della politica, subissando di critiche talvolta eccessive a studiosi illustri. Altro e di più grave si sta ora preparando. Deve essere chiaro che se la riduzione della giurisdizione pubblica costituisce un passaggio essenziale non solo per raggiungere traguardi di qualità e di efficienza ormai dimenticati ma soprattutto per eradicare competenze inappropriate e restituire razionalità all’apparato normativo e giusdicente, non è accettabile la tendenza in atto di costellare il processo di handicap e di appesantimenti a fini esclusivamente dissuasivi anzi punitivi; saremmo di fronte ad un regresso che porterebbe il sistema della giustizia civile a condizione ancora peggiore della attuale, ovvero ad una vera e propria inciviltà giuridica negatrice del fine primario del processo costituito dal raggiungimento di un esito di attendibile approssimazione di giustizia, come dicono i giuristi americani. Nello sforzo di decongestionare il sistema ma anche di restituire allo stesso funzioni proprie, perché come ha detto l’amico e collega Sergio Paparo, già segretario generale di ANF ed ora presidente dell’Ordine a Firenze, la giurisdizione è una risorsa limitata, si è introdotta da pochi mesi la media conciliazione, benevisa dalle istituzioni forensi e dall’associazionismo forense, a parte i difetti del nuovo istituto, ma contestata dall’OUA e da molti avvocati, a ragione per alcuni versi, ma a torto rispetto al contesto che esigeva una nuova fisionomia al modo di risolvere le controversie, almeno di certe, secondo efficacia e tempestività. Il nuovo istituto che è nella sostanza una esternalizzazione, così come tale è stata ad es. la delega data ai notai ed agli avvocati per le vendite immobiliari, ha avuto nella prima sperimentazione molto mediocre accoglienza come era inevitabile che fosse perché ogni innovazione ha i suoi tempi prima di entrare nella cultura e nel discernimento delle coscienze. Anche se è troppo presto per fare un primo bilancio attendibile, i dati pubblicati dal Ministero di Giustizia relativi al periodo marzo-settembre 2011 sono scoraggianti, segnalando solo 33.800 iscrizioni di cui definite 19.400, ivi comprese le procedure nelle quali non vi è stata comparizione delle due parti. Il numero delle procedure conclusesi con esito positivo è certamente disarmante, da temere soprattutto per la non collaborazione se non ostilità di molti colleghi. A parte quanto dovrà essere perfezionato, credo che ove l’avvocatura contribuisse al fallimento dell’istituto assumerebbe una grande responsabilità negativa e perciò mi auguro che anche l’OUA concentri i suoi sforzi per migliorare l’istituto e non per affossarlo; voglio dire che non è possibile, perché fuori del mondo e della economia di cui fa parte anche il nostro lavoro, continuare ad avere una visione della professione fondata in esclusiva sulla giurisdizione statale, che non sta più in piedi, che peggiora sempre più, nella quale l’argomentazione è scomparsa come è scomparsa la degna motivazione della decisione, nella quale predomina il semplicismo, il riferimento alla più scassata perizia d’ufficio, non di rado l’incompetenza per il radicale rifiuto della corporazione dei giudici di eliminare chi non è all’altezza del ruolo. Ma non è solo la sede periferica ad aver ragione di lamentarsi della qualità della risposta di giustizia, perché anche in Cassazione capita di soffrire non perché si è perso ma per come si è perso. Del resto trentamila e passa sentenze civili ad anno sono una enormità che non ha riscontri in altri Paesi. Come rimedio a questo disastro si annunciano novità nel cantiere sempre aperto del processo civile; l’Avv. Perfetti, che ha un punto di osservazione e di informazione privilegiato, ci aggiornerà con le riflessioni sue e del C.N.F., cui si aggiungeranno quelle dei colleghi Sazzini e Gattafoni. Quello che resterà della giurisdizione civile dovrà essere un campo di lavoro efficiente e satisfattivo, gratificante per il magistrato, l’avvocato e per il cittadino ed è questo motivo di impegno per noi tutti. Lanciato questo secondo sasso, vengo a dire qualcosa ai giovani avvocati. Ricordo di aver letto pochi anni fa un bell’articolo apparso nella Rassegna Forense, scritto da un celebre giudice di Francia, presidente del Tribunale di Parigi, che, dopo aver ricordato che nella storia i riti di giustizia si celebravano nel palazzo reale e poi nei palazzi dei potenti, poi, dopo l’Illuminismo, nei tribunali e le curie tempio di Temi, concludeva che era giunto il tempo di far diventare i tribunali i grand hotel dei diritti dell’uomo. Immaginare anche i tribunali italiani in tale veste è forse surreale, ma si deve tenere presente che, a parte i tempi occorrenti, questo è l’indirizzo e questo porta con sé la secolarizzazione della nostra professione e che perciò il nostro mestiere va portato nella modernità che colloca la giurisdizione in una dimensione diversa da quella del passato. Direi che per l’avvocatura finisce l’art. 18 che lo riguardava; credo che come i giovani del mondo del lavoro non pensano o pensano sempre meno al posto fisso, così per gli avvocati è finito il tempo di pensare alla professione come era una volta. Scendendo in terra, osservo che se la conciliazione e gli stati d’animo che ha prodotto, dimostrano la difficoltà dei colleghi di uscire da un percorso professionale, vien da dire, di antico regime, ci si deve domandare anche se si è mai fatto qualcosa per modernizzare la cultura professionale che non è fatta solo di regolette e di prassi giudiziarie, ma anche di qualcosa di retrostante costituente sostrato personale. Il modello degli esami per l’accesso ed il modello formativo sono volti a produrre il causidico, cioè la figura di medio bassa cultura, storicamente meno considerata dallo stesso nostro mondo; questi modelli vanno corretti e collocati in una dimensione diversa, fatta di consapevolezze nuove anzitutto sul lavoro possibile per il quale bisogna attrezzarsi; con conoscenze più contigue alla società ed al mercato che non al processo. Quando penso che fra le materie d’esame vi è ancora diritto ecclesiastico e che le istituzioni forensi non hanno neppure tentato di togliere assurdità eclatanti, di retroguardia, e di sostituirle, il mio personale rammarico per il torto fatto ai giovani va alle stelle. E’ vero invece che si può cercare di definire una identità professionale nuova ed aggiornata ai tempi concependo nuovi percorsi formativi, fatti ad es. di materie che non so perché sono state regalate in esclusiva ad altre professioni. Così trovo assurdo proporre la riduzione del tirocinio perché il profilo del professionista legale deve essere alto, senza essere per questo elitario, altrimenti dovrà sopravvivere negli angoli più bui e statici della società. Cercate perciò di essere alti anche se bassi di statura fisica. Concludo per tutti, anche per i relatori: non bisogna sentirsi in una cittadella assediata dalle nuove esigenze della società portate avanti da politici, da sociologi e da economisti malintenzionati. Quando si è pensato a questa iniziativa non si è pensato alla valle delle lacrime. Le tariffe le ha cancellate il mercato e non l’Autorità della Concorrenza e di questo va preso atto senza piangerci sopra come non si deve piangere sopra ad altre riforme che paiono destabilizzanti, ma che in realtà tali non sono. Ho ricevuto da alcuni colleghi giovani, che non conosco, messaggi spaventati, esprimenti avvilimento e sentimenti di ribellione. A loro rispondo qui pensando che siano presenti: i giovani professionisti e gli aspiranti tali oltre a studiare il diritto, devono imparare a comprendere come si muove la società e verso quali direzioni, per anticiparla. Per questo occorre cultura di base e conoscenze, capacità di fare squadra perché un professionista isolato è una canna esposta alle raffiche del vento. Ho detto cultura perché temo che o manchi o che venga considerata non necessaria alla produzione del fatturato. Non è così. Ultimi avvertimenti: L’Europa, non solo l’euro, è in crisi, ma non bisogna smettere di guardarla; secondo: la nostra deve essere una società aperta, più di quanto sia stata nel passato. (N.S.)



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