Consiglio Nazionale dell’Associazione Nazionale Forense - Roma, 14 e 15 Maggio 2011
Venerdì 27 Maggio 2011
Il Consiglio Nazionale dell’Associazione Nazionale Forense, riunito in Roma nei giorni 14 e 15 maggio ’11;
udita e condivisa la relazione del Segretario Generale;
richiamati i precedenti deliberati di Consiglio Nazionale e di Direttivo sul punto;
preliminarmente rileva che:
con mozione approvata all’unanimità, il XXX Congresso Nazionale Forense di Genova (24/27 novembre 2010) chiedeva agli “organi istituzionali e politici dell’avvocatura, ciascuno secondo le sue competenze, di adoperarsi presso ogni sede per l’abrogazione della obbligatorietà del ricorso alla mediazione quale condizione di procedibilità dell’azione e, nelle more, il differimento dell’entrata in vigore del D.Lgvo 28/2010 in attesa delle modifiche” necessarie;1
l’Organismo Unitario dell’Avvocatura, di fronte al reiterato rifiuto del Ministro della Giustizia di confrontarsi, operativamente e costruttivamente, con le rappresentanze, politica e istituzionale, dell’avvocatura, dava immediatamente seguito a quanto deliberato, da un canto proponendo ricorso al TAR Lazio contro la normativa in questione e dall’altro formalizzando la protesta, anche mediante la proclamazione di quattro giornate di astensione dalle udienze. Lo stato di agitazione e le forme di protesta venivano sostanzialmente condivise dalla grande maggioranza dell’avvocatura, raccogliendo pressoché unanimi adesioni sia tra gli Ordini che tra le Associazioni Forensi;
le (fondate) ragioni della protesta trovavano una prima, importante conferma nella ordinanza emessa dal TAR Lazio il 12/04/2011, con la quale veniva disposta l’immediata trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale, ritenendosi non manifestamente infondate molte delle questioni sollevate ( tra cui la obbligatorietà del tentativo di conciliazione a pena di improcedibilità);
ciò nonostante, pur di fronte a continue richieste di incontro provenienti dalle rappresentanze politiche ed istituzionali, il Ministro della Giustizia ha continuato a rifiutare ogni confronto con gli avvocati, salvo infine a ricevere, qualche giorno fa, in orario nottuno, una estemporanea delegazione di avvocati, formata da alcuni Presidenti di Ordini e da alcuni Presidenti di Unioni Distrettuali, alla quale, solo successivamente, si è aggiunto anche il Presidente del Consiglio Nazionale Forense;
pur tralasciando – ma solo per il momento - ogni commento in ordine alla legittimazione, formale e sostanziale , della delegazione che è stata ricevuta, dai comunicati stampa diffusi si evince assai chiaramente che lo spirito della mozione congressuale approvata all’unanimità è stato ampiamente disatteso, poiché l’unica proposta - ancora tutta da verificare, non risultando allo stato alcun effettivo impegno del Ministro o del suo ufficio Legislativo – consisterebbe nella introduzione della difesa tecnica obbligatoria, solo per parte delle controversie da portare in conciliazione obbligatoria;
è del tutto evidente che la sola introduzione della parziale obbligatorietà della difesa tecnica, svincolata dalle altre ben più importanti modifiche necessarie, non solo non risolverebbe alcuna delle forti criticità della normativa (in particolare quelle che saranno oggetto dell’esame della Corte Costituzionale), ma inoltre favorirebbe presso l’opinione pubblica una immagine negativa della categoria, alla quale verrebbe facilmente apposta l’etichetta di corporazione attenta solo al proprio tornaconto personale; con ciò irrimediabilmente svilendo la forte battaglia che gli avvocati stanno conducendo a tutela dei diritti del cittadino e per la salvaguardia dello stato di diritto;
ancor più oggi, soprattutto alla luce dell’ordinanza di trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale, devono ritenersi irrinunciabili le seguenti modifiche :
1.eliminazione della obbligatorietà del tentativo di conciliazione o, in alternativa, previsione della sostanziale gratuità dello stesso, comunque prevedendo un costo di accesso svincolato dal valore della controversia, affinché il tentativo di conciliazione non si traduca, nei fatti, in un ostacolo all’accesso alla giustizia da parte del cittadino;
2.abrogazione di tutte le disposizioni che stabiliscono un collegamento tra la condotta delle parti nel procedimento di mediazione e il processo;
3.abrogazione della possibilità di disporre che si proceda a mediazione nel corso del procedimento giudiziale, in assenza di concorde ed espressa volontà delle parti;
4.previsione della competenza territoriale per gli organismi di conciliazione in correlazione a quella del giudice competente per legge;
5.introduzione di effettive agevolazioni , soprattutto fiscali, per quelle parti che, volontariamente, sceglieranno di ricorrere alla conciliazione per la risoluzione delle proprie controversie, al fine di diffondere e radicare la cultura dell’istituto e contribuire così a decongestionare i ruoli giudiziari;
considera inoltre che:
deve ritenersi oltremodo grave il comportamento di quei Presidenti che, pur in presenza di una precisa volontà congressuale e, soprattutto, in dispregio dei metodi democratici e del fondamentale valore dell’unità, hanno ritenuto di incontrare il Ministro della Giustizia presentandosi, disinvoltamente, come i rappresentanti dell’intera avvocatura;
ancora più riprorevole deve ritenersi il comportamento del Presidente del Consiglio Nazionale Forense che, scegliendo di aggregarsi ad una visita programmata senza di lui e accettando di incontrare, in orario notturno e con modalità poco dignitose, il Ministro della Giustizia , ha mortificato il ruolo e la dignità della massima rappresentanza istituzionale dell’avvocatura (senza peraltro raggiungere alcun risultato apprezzabile);
infine, il susseguirsi, negli ultimi anni, di fatti ed avvenimenti assai negativi per l’intera categoria, deve indurre tutti alla massima prudenza nell’attribuire mandati e rappresentanza. E’ singolare, infatti, che si propongano di dirigere non meglio identificate “cabine di regia”, peraltro con modalità operative all’insegna del divide et impera, soprattutto coloro che, al momento, sono i maggiori responsabili della inerzia e della acquiescenza mostrata nei confronti del potere politico ed esecutivo, che hanno contribuito ad aggravare sensibilmente la già difficile condizione, sociale ed economica , nella quale versa l’intera Avvocatura italiana;
tutto quanto sopra rilevato e considerato
Il Consiglio Nazionale dell’Associazione Nazionale Forense
CONFERMA
Integralmente le ragioni della protesta contro questa media conciliazione, obbligatoria ed onerosa, confidando nella sollecita pronuncia della Corte Costituzionale ;
nel contempo
DISCONOSCE
ogni forma di legittimazione del CNF, e di pochi Presidenti di Consigli dell’Ordine, a rappresentare politicamente l’intera avvocatura e
INVITA
1.Il Governo ad emanare tempestivamente un decreto legge che sospenda immediatamente la obbligatorietà del tentativo di conciliazione, in attesa della decisione della Corte Costituzionale;
2.tutti coloro che, improvvidamente, hanno ritenuto di partecipare alla riunione notturna spendendo una inesistente rappresentanza dell’intera avvocatura italiana, a riconoscere, con onestà intellettuale, l’inopportunità del proprio comportamento e a trarne, con immediatezza, ogni relativa conseguenza;
3.l’Organismo Unitario dell’Avvocatura a confermare la manifestazione nazionale già prevista a Napoli per il 23 giugno, invitando a parteciparvi il Ministro della Giustizia nell’ottica di riaprire un effettivo e produttivo confronto con l’Avvocatura italiana, per riprendere, come da lui stesso auspicato, un cammino comune nell’interesse esclusivo dei cittadini e, soprattutto, della giustizia.
scarica l'allegato |