Diritto d’asilo, stretta sui ricorsi “Basta avvocati gratis per i migranti”

La Repubblica  – 

La morsa del ministro dell’Interno sull’immigrazione è arrivata al capitolo decisivo. La bozza del decreto Sicurezza, nella parte che riguarda il governo dei flussi, la protezione internazionale e l’accoglienza, è praticamente pronta. E contiene norme dure, che non è difficile immaginare faranno discutere. A cominciare da quella che si pone l’obiettivo di ridurre, se non di annullare, i ricorsi in Cassazione da parte dei richiedenti asilo a cui è stata già rifiutata la domanda dalle commissioni territoriali.
Il decreto, che dovrebbe essere presentato entro settembre ed è ritenuto cruciale per Matteo Salvini, cancella il gratuito patrocinio legale a chiunque si vedrà respingere l’istanza dalla Suprema Corte con la motivazione dell'”innammissibilità del ricorso”. Di fronte a questo tipo di pronunciamento, il richiedente asilo dovrà pagare di tasca propria l’avvocato che lo ha seguito e gli ha preparato le carte. Ovvio i migranti sbarcati sulle nostre coste che potranno permettersi di pagare saranno pochissimi. Come è ovvio – ed è questo il lato della storia che la nuova norma intende colpire – che gli avvocati difensori saranno scoraggiati dal prendersi in carico i casi, visto che non avranno più la certezza di essere rimborsati. Già il decreto Minniti aveva messo mano alla normativa in materia, togliendo un grado di giudizio (l’appello) ai procedimenti di ricorso contro il rifiuto della domanda di protezione internazionale. La prassi seguita dai migranti sbarcati in Italia è sempre stata quella di opporsi fino in Cassazione, grazie proprio al patrocinio legale gratuito.
Spesso, però, viene fatto in maniera strumentale. Le statistiche del ministero dicono infatti che nel 90 per cento dei casi i ricorsi sono inammissibili per mancanza dei presupposti di base. Ad esempio quando a presentarla sono i migranti cosiddetti economici. Con la nuova norma, la percentuale delle cause in Cassazione si abbasserà drasticamente, ma il calo rischia di portarsi dietro anche quel 10 per cento che, invece, potrebbe avere una sentenza positiva. Repubblica aveva già dato conto dell’intenzione del Viminale di prolungare da 90 a 180 giorni il periodo di trattenimento degli stranieri nei Cpr (Centri di permanenza e rimpatrio), allo scopo di dare più tempo alle ambasciate estere per riconoscere i propri cittadini e rilasciare il nullaosta al rimpatrio. Così come dell’ampliamento della platea dei reati per cui le Commissioni possono negare, o revocare, la protezione internazionale (il decreto aggiunge anche alcuni reati senza aggravanti), della norma per cui se uno straniero torna nel Paese di origine per un periodo troppo lungo perde lo status di rifugiato, e dell’esclusione dell’iscrizione dei richiedenti asilo nell’anagrafe dei comuni. Negli ultimi giorni la bozza si è definita, e altre novità sono apparse nel testo.
Ad esempio si ordina che la rete di accoglienza Sprar, quella gestita dai comuni, debba essere obbligatoriamente riservata a chi ha già ottenuto l’asilo, e non possa essere più utilizzata per ospitare chi è in attesa della domanda, come accade adesso in emergenza quando gli enti locali non trovano altri spazi disponibili. Viene inoltre prorogato di un anno l’esercizio della delega per l’adozione di un Testo unico sull’asilo. E si modifica, in parte, anche la gestione dei primi arrivi.
Presso alcune prefetture di frontiera, infatti, saranno aperte sezioni della Unità Dublino, la struttura del dipartimento dell’Immigrazione preposta a determinare lo Stato dell’Unione competente all’esame della domanda d’asilo, nei casi in cui questa sia stata presentata anche in altri Stati. Attualmente la sede è unica, a Roma. Delocalizzando il servizio, secondo i funzionari del Viminale, si accorcerà a due-tre mesi il tempo necessario per analizzare le pratiche e stabilire il Paese giusto. Quando vengono superati i sei mesi dall’ingresso, invece, i migranti restano comunque in Italia, a prescindere dall’esito della pratica.