Dopo i fatti sanguinosi di Milano, una riflessione di Andrea Noccesi (presidente del Sindacato degli Avvocati di Firenze e Toscana)

La folle sparatoria che ha insanguinato il Palazzo di Giustizia di Milano lascia sconcertati, e in particolar modo chi frequenta ogni giorno i palazzi di giustizia si interroga sulle cause e sullo stato della giustizia nel nostro Paese.

Di seguito una riflessione di Andrea Noccesi (presidente del Sindacato degli Avvocati di Firenze e Toscana), inviata alla redazione di Repubblica Firenze.

9 aprile 2015: un imputato di bancarotta entra nel Palazzo di Giustizia di Milano armato e spara.

Muoiono un giudice, un avvocato e altre due persone presenti.

La prima sensazione all’apprendimento della notizia è di incredulità (com’è possibile), poi di sbigottimento (non è possibile) e quindi di paura (potrebbe capitare anche a ognuno di noi).

Poi c’è spazio solo per il cordoglio nei confronti di chi è caduto svolgendo il proprio dovere o di chi si è semplicemente trovato nel posto sbagliato nel momento sbagliato.

Qualche ora dopo si aggiungono altri pensieri.

L’inchiesta in corso ci dirà se il sistema di sicurezza presentasse o no delle falle che abbiano favorito l’azione dell’omicida e auspicabilmente ci si adopererà per emendarne i difetti.

Da quanto sin qui appreso dai mezzi di informazione, pare trattarsi del gesto isolato di uomo che covava rancore e che non accettava il proprio fallimento, addossandone ad altri la responsabilità.

A ciò si aggiunga che un Palazzo di Giustizia è un luogo ove giornalmente si concentrano migliaia di persone, molte delle quali sono lì per lavorare e molte delle quali sono lì per chiedere riparo a torti che ritengono di aver subito oppure a difendersi di fronte ad accuse o pretese altrui.

Cinicamente verrebbe da pensare che, con tutto il carico di malessere, patimento, aspettative frustrate e rabbia che ogni giorno si accumula in quei posti, sia già un miracolo che fatti del genere non si verifichino più frequentemente.

La scheggia impazzita del sistema può sempre esserci e, proprio in quanto tale, è difficilmente prevedibile ed arginabile.

Ma se, come sopra detto, l’individuazione e l’eliminazione di falle del sistema di sicurezza nel caso specifico è compito delle inchieste che si stanno già svolgendo, la riflessione che dobbiamo fare è un’altra: la comunità civile avverte ancora l’importanza del SISTEMA GIUSTIZIA e, soprattutto gli riconosce autorevolezza ?

Difatti, le decisioni prese da un’ Istituzione autorevole sono accettate anche quando contrarie al proprio interesse, mentre quelle promananti da un’Istituzione non riconosciuta autorevole vengono percepite come ingiuste a prescindere.

I fatti di Milano devono, in altre parole, farci riflettere sul grado di riconoscimento che la comunità civile ha oggi dell’autorevolezza del SISTEMA GIUSTIZIA nel suo complesso per valutare se, al di là delle specificità della vicenda, vi sia da temere per episodi emulativi, anche fuori dalle mura di cittadelle della giustizia fortificate e difese (i recenti attentati contro le strutture di EQUITALIA stanno lì a rammentarcene la possibilità).

Sovvengono alcuni personali ricordi: un’assemblea indetta dai magistrati del Distretto della Corte d’Appello di Firenze qualche anno fa, nella quale  il Sindacato degli Avvocati di Firenze e Toscana espresse la propria solidarietà al Giudice Misiano (oggetto di attacchi da parte di alcuni mezzi di comunicazione) e, più di recente, la commemorazione che abbiamo svolto il 17 febbraio 2015 del giudice Bozzi (a suo tempo “gambizzato” dai terroristi).

Non è certo la prima volta che magistrati e avvocati sono vittime di delitti e attacchi sol perché “colpevoli” di aver fatto il proprio dovere (non mette conto di elencarli per non far torto a nessuno, visto che ogni vita è ugualmente preziosa).

Ciò che fa la differenza è la tenuta dell’Istituzione e il riconoscimento che la stessa ha nel corpo sociale, per far sì che simili episodi possano essere effettivamente rubricabili alla voce “scheggia impazzita”.

All’epoca dell’attentato terroristico contro Silvio Bozzi negli anni di piombo, le Istituzioni seppero reagire sorrette dalla generale approvazione del corpo sociale, che le riconosceva autorevoli e le difendeva contro gli eversori.

A distanza di tanti anni sussiste ancora questa condivisione o le innumerevoli polemiche e attacchi che giornalmente investono gli operatori della Giustizia (magistrati, avvocati, personale amministrativo) ne hanno minato la credibilità e l’autorevolezza ?

A forza di dire che i magistrati agiscono per convinzioni politiche o che gli avvocati sono una manica di azzeccagarbugli, che ostacolano economia e progresso della Nazione con i loro trucchi bizantini, non si è forse minata, in questi anni, la credibilità del Sistema ?

La tragedia di  Milano, che accomuna magistrati, avvocati e gente comune, non appartiene ad un corpo sociale in particolare, bensì a tutti perché colpisce un baluardo dello Stato di Diritto ed uno dei suoi primari compiti: rendere giustizia.

Se abbiamo a cuore la civile convivenza (prima e oltre alle regioni dell’economia) dobbiamo prendere TUTTI consapevolezza che solo uno sforzo unitario potrà consentire quel recupero di efficienza che è il presupposto del recupero di credibilità del SISTEMA GIUSTIZIA.

Non vi può essere credibilità in un SISTEMA GIUSTIZIA  al quale occorrono anni per stabilire chi ha torto e chi ha ragione o che non sia in grado di assicurare l’effettività delle proprie pronunce ed è sintomatico che la vicenda di Milano tragga la propria origine proprio da un questione di natura fallimentare (e quindi civile e quindi economica).

Per recuperare efficienza al SISTEMA GIUSTIZIA occorre che lo stesso venga effettivamente adeguato (come strutture e procedure) ai nostri tempi che non sono più quelli di un economia agro-silvo-pastorale; occorre che le aule di giustizia cessino di essere l’unico ammortizzatore sociale ove si scaricano tutte le tensioni della società (tanto per rimanere all’esempio da cui trae origine la vicenda milanese, occorre approntare un sistema di monitoraggio preventivo delle crisi aziendali in grado di evitare il proliferarsi – con effetto domino – delle procedure concorsuali).

Per fare ciò tutte le persone di buona volontà (in primis: magistrati, avvocati, personale amministrativo, ma anche politici, giornalisti) debbono cooperare senza fare il gioco dello scaricabarile nella consapevolezza che la GIUSTIZIA è un bene comune e non terreno d’elezione di un corpo separato.

                                                                                              Avv. Andrea Noccesi

presidente del Sindacato degli Avvocati di Firenze e Toscana