I dubbi del Tar sull’iscrizione alla Cassa forense

Il Sole 24 Ore, di G. Laddaga –

È solo la prima battaglia di una lunga guerra. E questa la sensazione che si percepisce nella lettura della sentenza n. 7353 dello scorso 24 giugno del Tar Lazio, sul ricorso avverso il regolamento attuativo della legge professionale, sull’iscrizione obbligatoria alla Cassa forense. Sebbene si limiti a dichiarare il proprio difetto di giurisdizione in favore del Giudice del lavoro, il Tar opera una puntuale ed argomentata ricostruzione delle molteplici censure sollevate dai ricorrenti circa l’illegittimità del regolamento, comprese la questione di incostituzionalità, oltre che il rinvio pregiudiziale
Il regolamento – Il regolamento attuativo dell’articolo 21, commi 8 e 9 della legge 247/2012, approvato con nota ministeriale del 7 agosto 2014 a cura del ministero del Lavoro regola l’iscrizione obbligatoria alla Cassa forense per tutti gli iscritti all’Albo professionale degli Avvocati, senza prevedere a tal fine un tetto reddituale (come nella disciplina previgente). Per chi non raggiunge i parametri reddituali, comunque, sono previste delle agevolazioni, consistenti nel versamento di contributivi minimi ridotti (con la sottrazione di alcune voci contributive previste invece per gli iscritti “a regime”), e fissi nel valore. Si tratta di un’agevolazione più formale che sostanziale, consentendo a fronte di una contribuzione inferiore (non di molto) un periodo di contribuzione di soli sei mesi in luogo dell’intera annualità, sia ai fini del riconoscimento del diritto a pensione sia ai fini del calcolo della stessa.

Le censure – Secondo i ricorrenti, l’obbligatoria iscrizione alla Cassa, così come disciplinata dal regolamento citato, determinerebbe la lesione della dignità morale di tutti quegli avvocati che non riescono a sostenere tali oneri, così trovandosi costretti a non esercitare più la professione. Tra i dubbi di costituzionalità sollevati, oltre alla violazione dell’articolo 3, anche il contrasto con l’articolo 33, comma 5 della Costituzione, che prevede per l’accesso e per l’esercizio delle professioni regolamentate, esclusivamente il requisito dell’abilitazione. Secondo i ricorrenti, la previsione di un ulteriore impedimento come l’imposizione di un versamento di un contributo minimo di elevata entità sarebbe incostituzionale. Sotto altro profilo, l’obbligo di iscrizione alla Cassa, indipendente sia dall’età di iscrizione all’Albo, sia del reddito, appare violare apertamente il principio di proporzionalità oltre che il principio di non discriminazione. Quanto all’età, appare lesivo non tenere in alcun conto del numero degli anni contributivi necessari per il conseguimento della pensione, imponendo l’iscrizione alla Cassa anche a chi non raggiungerà mai i requisiti previsti per il pensionamento. Quanto invece al reddito, appare evidentemente discriminatorio imporre il versamento di contributi di pari valore sia per chi non produce reddito sia per chi lo produce, imponendo un sacrificio evidentemente eccessivo per i primi a vantaggio dei secondi. La disciplina, inoltre, contrasta non solo con gli articoli 15, paragrafo 1 e 21 della Cedu che vietano qualsiasi forma di discriminazione fondata in particolare sul patrimonio o la nascita, ma anche i principi comunitari sulla concorrenza. Secondo il Tue è “imprenditore” anche il professionista cittadino europeo che ha diritto a concorrere sul mercato in condizioni di pari opportunità e non discriminazione rispetto a coloro che offrono gli stessi servizi al pubblico. Il Regolamento, invece, viola il principio di pari concorrenza tra gli operatori del settore, introducendo un ostacolo significativo ad una concorrenza effettiva e una penalizzazione ingiusta per alcuni con indebito vantaggio per gli altri. La ricchezza sottratta ai professionisti che si trovano in condizioni minori, ma resistono sul mercato, viene impegnata per migliorare diametralmente la situazione economica di tutti gli avvocati che percepiscono invece maggiori guadagni, offrendo così loro un “premio” del tutto irragionevole, che altera la concorrenza a loro esclusivo vantaggio, consentendo loro, potenzialmente, introiti maggiori. In sostanza, secondo i ricorrenti, l’Italia avrebbe ancorato l’esercizio della professione forense alla partecipazione obbligatoria a un cosiddetto “sodalizio previdenziale”. Le decisioni della Cassa forense e del Comitato elettivo che la governa influenzano così in modo determinante il mercato dei servizi legali, non lasciando libertà di scelta agli iscritti agli Albi di sottrarsi al “sodalizio” se non abbandonando la professione.

Conclusioni – La dettagliata ricostruzione che il Tar ha tentato di fare con la sentenza n. 7353, sembra, quindi, aprire uno spiraglio sulle questioni di costituzionalità e sulla pregiudiziale comunitaria prospettate dai ricorrenti. Un eventuale accoglimento, infatti, consentirebbe di ri-pensare ad una più equa disciplina della materia che tenga conto della eterogeneità della categoria professionale forense. Soprattutto si auspica che una nuova disciplina presti maggiore attenzione ai giovani professionisti, che, come in altri settori nel nostro Paese, faticano enormemente a trovare un proprio spazio nel mercato. Si auspica, cioè, che si consenta l’esercizio dignitoso della professione, senza un aggravio eccessivo e irrazionale (per alcuni).