Il CNF ai tempi del Congresso

I nostri vertici sono concentrati su questioni minimali, di scarso rilevo oggettivo, e soprattutto nessuno si preoccupa di indicare agli avvocati la strada da imboccare per superare una crisi economica che ci azzanna alla giugulare

Il 2015 e, per l’effetto “trascinamento” inevitabile di questi tempi, anche il 2016, sono stati due anni memorabili per il nostro Consiglio Nazionale Forense, l’istituzione che rappresenta, nei rapporti con altre istituzioni (Governo, CSM , Ministeri ecc.), il variegato (e sofferente) popolo degli avvocati. Agli inizi del 2015 , innanzi tutto, il CNF ha cambiato condottiero. Il prof. Guido Alpa, che ne ha retto le sorti dal 2004, pur non essendo irrimediabilmente anziano, è stato elegantemente pensionato. Gli Ordini del suo Distretto, quello di Genova, gli hanno preferito un Consigliere Nazionale piu’ giovane e, probabilmente, quanto a storia e trascorsi personali, anche meno impegnativo. Con tutta probabilità, la mancata rielezione del prof. Alpa a Consigliere Nazionale per la consiliatura 2015/2018, che è naturalmente stata preclusiva di una sua nuova indicazione, sempre possibile, alla guida del CNF, è stata dovuta soprattutto alla consapevolezza che la sua parabola istituzionale si era già definitivamente compiuta nel 2012, allorquando, nell’ultimo giorno utile della legislatura allora in corso, fu approvata (con più di un sospetto sulla mancanza del numero legale necessario) la controversa “riforma forense”. Una riforma aspramente contestata nel corso dell’iter parlamentare (contestazioni, a quanto pare, del tutto fondate, se è vero, come è vero, che a distanza di quattro anni quella riforma stenta ancora faticosamente a decollare, avviandosi piuttosto a somigliare più ad un colabrodo che ad una vera e propria grundnorm professionale) e della quale il Professore fu sponsor indomito sin dall’inizio. Che abbia pesato, nelle scelte dello scorso anno, la acquisita consapevolezza (meglio tardi che mai, direbbe qualcuno….) che quella riforma ha davvero ben poco di epocale , che è del tutto inadeguata per l’Avvocatura del nuovo millennio e che, lungi dal fornirle gli strumenti necessari per competere ad armi pari con le altre professioni, la confina in un ghetto piccolo e anche un po’ bruttino, nel quale si soffoca perché non c’è spazio per tutti ? Chissà! Certo resta un errore di prospettiva clamoroso, a voler essere magnanimi, visto che a distanza di quasi quattro anni 14 nemmeno uno dei nostri problemi è stato risolto e anzi la nostra vita professionale si è sensibilmente complicata. Comunque, un Consiglio Nazionale rinnovato nei numeri (i Consiglieri Nazionali sono passati da 26 a 33) e nei nomi, ha assunto nel marzo 2015 i suoi pieni poteri di rappresentante istituzionale e ha eletto, a dire il vero con una maggioranza risicatissima, il nuovo Presidente, il collega Andrea Mascherin del Foro di Udine, figura assai diversa dal suo predecessore. Innanzi tutto proveniente dal mondo della professione propriamente detta, e non da quello paludato delle Università, e poi dotato di un robusto senso pragmatico, tanto forte e tanto profondo da essere scambiato, a volte, per arroganza nei confronti dei malcapitati interlocutori. Una volta eletto (con soli uno o due voti di scarto sull’altro contendente, Ubaldo Perfetti), grande conoscitore della macchina istituzionale (non dimentichiamo che, prima di assumerne la guida, ha ricoperto per molti anni la carica di Segretario del CNF), Andrea Mascherin non ci ha messo molto a perfezionare il sistema, oliando un meccanismo già noto e rendendolo ancora più efficace. Chi sperava nell’ordinaria dinamica della maggioranza (che gestisce) e della minoranza (che controlla e stimola), fidando sulla contrapposizione che si era sviluppata nel periodo preelettorale (viste le notevoli differenze tra le linee dei due candidati), ha dovuto fare immediatamente i conti con una delusione cocente. Innanzi tutto, prima che lo introducano altri, introduco immediatamente io, lo stucchevole argomento della natura istituzionale del CNF che non consentirebbe, a detta di molti, nemmeno di parlare di “maggioranza” e di “minoranza” nella gestione dell’Ente. Coloro che lo brandiscono come una clava per impedire che le questioni vengano approcciate correttamente, farebbero bene a rileggere (o forse a leggere), con grande attenzione, le norme della L. 247/2012, che disegnano un CNF profondamente diverso, quanto a competenze e funzioni, rispetto a quello immaginato dalla legge del ’33. Il “nuovo” CNF ha radicalmente mutato pelle. Era nato per occuparsi quasi esclusivamente di disciplina (anche se poi, nel corso degli anni, ha ripetutamente tentato di sconfinare in altri campi, regolarmente bacchettato da una giurisprudenza sempre molto attenta) e oggi fa tutt’altro. L’unico punto riproposto con modalità identiche è stato il sistema elettorale (di rara complicatezza), tutto sommato ragionevole per l’Avvocatura del 1933 e per un organismo disciplinare, ma assolutamente inadeguato e anacronistico nel 2016, poichè finisce per proporre un modello di istituzione chiamata a gestire la vita professionale degli avvocati attraverso un potere regolamentare assai invasivo e, che però non è tenuto a rendere conto, agli amministrati, delle scelte che opera. Il che, a mio avviso, è un paradosso incomprensibile. Eppure il d.l.138/2011, poi regolarmente convertito in L.148/2011, nell’affrontare la materia relativa agli ordinamenti professionali, aveva previsto organismi disciplinari a livello territoriale e a livello nazionale separati dagli organi con funzioni amministrative, con divieto di ricoprire contemporaneamente cariche nei consigli disciplinari e nei consigli dell’ordine ma magicamente tale previsione fu declinata dalla mitica L. 247, nel senso di ritenerla valida per gli ordini territoriali (e infatti è stato istituito il Consiglio Distrettuale di Disciplina) e non per il Consiglio Nazionale Forense, che continua, ancora oggi, in dispregio delle norme del 2011, ad assommare in un unico organismo (il plenum del CNF) le funzioni amministrative e quelle disciplinari. Senza, lo ripeto, alcun rapporto e/o contatto diretto con la base che amministra. Il che conduce, come vedremo dopo, a contingenze piuttosto …. imbarazzanti. La immediata conseguenza, molto banalmente, è che il CNF, eletto con un sistema vecchio ormai di 80 anni, molto vicino alla cooptazione opera, per quel che riguarda la funzione disciplinare, in contrasto con le leggi dello Stato che regolano il settore. E per quel che riguarda le competenze amministrative, approva regolamenti attraverso i quali interviene pesantemente nella vita dei singoli avvocati, senza che questi abbiano potuto avere la possibilità di scegliere i migliori, o anche solo i più adatti a tale funzione. Ecco, quindi, per tornare all’assunto iniziale del ragionamento avviato, che una maggioranza, magari illuminata, avrebbe bisogno come il pane, perlomeno per la funzione amministrativa, di una minoranza attenta, pronta a segnalare e a correggere eventuali criticità ed eventuali distorsioni.

E oggettivamente, una minoranza consapevole e 15 attenta sarebbe servita come il pane quando, nella seconda metà dell’anno 2015, si sono verificati alcuni fatti oggettivamente alquanto disdicevoli ed anche assai preoccupanti. Fatti che, in pochissimi mesi, hanno pesantemente depauperato il patrimonio accantonato negli anni dagli avvocati e che, per altro verso, tradiscono un approccio singolare, irrispettoso della categoria e oggettivamente non democratico. È stato un blocco unico, infatti, a consentire che, in pochi mesi, si stravolgessero regole decennali, perché non risulta – formalmente e ufficialmente – alcuna presa di posizione contraria all’interno del plenum. Potrei sbagliarmi e in tal caso sarò felice di porgere le mie personali scuse a chi dimostrerà il contrario, rimproverandolo, però, nel contempo, di aver tenuto nascosta una circostanza così rilevante senza un motivo oggettivamente valido. È stato l’intero CNF a scegliere, a mio avviso e con tutto il rispetto che si deve alla Istituzione, la miope linea di contrapposizione alla AGCM, quando si è trattato di adempiere al pagamento della sanzione irrogata, poi definitivamente confermata dal Consiglio di Stato. È stato l’intero CNF a rifiutarsi di pagare, assumendo che la questione era ancora sub judice, e, alla fine, oltre al danno (la sanzione originaria) è arrivata pure la beffa (la sanzione successiva e ulteriore per l’inadempimento). Il tutto per un totale di ca. 1.800.000 euro che, paradosso di tutti i paradossi, irrogati al CNF per aver posto in essere condotte restrittive della concorrenza tra avvocati, vengono infine pagate proprio… dai danneggiati ! È stato l’intero CNF a varare, in una delle ultime sedute dell’anno, il cd. “regolamento gettoni”, con il quale ha introdotto un vero e proprio compenso (non simbolico, per carità) per l’Ufficio di Presidenza (Presidente, Vice Presidenti, Segretario e Tesoriere) , e corposi gettoni di presenza per tutti gli altri Consiglieri . Oltre, naturalmente, al generoso rimborso di tutte le spese che i Consiglieri affrontano. Senza contare che praticamente ogni Consigliere Nazionale ha, all’interno dell’Ente, incarichi ulteriori rispetto all’ordinario ruolo istituzionale, per i quali anche è previsto un rimborso forfettario. Sarebbe interessante se, in un impeto di trasparenza , i nostri 33 Consiglieri Nazionali pubblicassero sul sito del CNF, in linea con quanto accade per quasi tutti gli Enti Pubblici, i loro personali redditi ante – incarico. Sarebbe una “operazione nitidezza” che tutti noi, ritengo, apprezzeremmo moltissimo e che ci consentirebbe di poter valutare più serenamente. È stato, infine, sempre l’intero CNF a catalputare la categoria in una singolare avventura editoriale, diventando di fatto editore di una testata nazionale, Il Dubbio, nella quale ha deliberato di investire, per il solo primo anno, oltre 1.000.000 di euro, sapendo perfettamente che gli euro in questione non ritorneranno mai indietro. E che, probabilmente, non torneranno indietro nemmeno gli euro che sarà costretto ad investire nei prossimi anni, per ripianare le perdite che già si intravedono, corpose, all’orizzonte. A parte la elementare, ma fondamentale, considerazione che, con questa operazione, il CNF si è arrogato, senza che alcuno glielo abbia mai riconosciuto, il diritto di veicolare contenuti che, dall’esterno, saranno inevitabilmente ricondotti all’Avvocatura nel suo complesso. Il che, oggettivamente, non risponde a verità, poiché tutti sanno che nell’Avvocatura esistono opinioni e anime anche molto diverse tra loro. Tra l’altro, a distanza di molti mesi dall’avvio di quella operazione, Il Dubbio sembra una testata fantasma: ad oggi, non esistono dati ufficiali relativi al numero delle copie vendute (non mi pare che il CNF, editore di fatto, si sia preoccupato di diffonderne) e il giornale non risulta nell’elenco che mensilmente viene diffuso dalla FIEG, completo di tutte le statistiche e relativo a tutte i giornali con diffusione nazionale. Sarebbe interessante capire perché. È del tutto evidente che un sistema come quello attuale è destinato ad implodere, più o meno rapidamente. La riforma forense , tramite i suoi regolamenti attuativi, è per larghissima parte sub judice, e già la magistratura amministrativa è intervenuta pesantemente, smontandone passaggi essenziali. Il quadro complessivo è confuso, nebuloso e, quel che è peggio, non è destinato a chiarirsi in tempi brevi. La categoria degli avvocati manca, purtroppo, della autorevolezza necessaria ad essere identificata dalla Politica come interlocutore, affidabile ed effettivo, che può contribuire alla crescita e alla modernizzazione del Paese. Nel frattempo, i vertici sono concentrati su questioni minimali, di scarso rilevo oggettivo, e soprattutto nessuno si preoccupa di indicare agli avvocati la strada da imboccare per superare una crisi economica che ci azzanna alla giugulare ormai da molti anni. Gli avvocati, tenaci e combattivi come al solito, cercano di cavarsela da soli. E allora, per dirla con Woody Allen : “C’è sempre una luce in fondo al tunnel. Speriamo che non sia un treno.

di Ester Perifano

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