Il tentativo di trasformare i tribunali in spettatori

Corriere della Sera – Luigi Ferrarella – 
«Se il ladro, colto nell’atto di fare uno scasso, viene percosso e muore, non vi è delitto di omicidio» (Esodo 22,2). Non che ci volessero mesi di sessioni parlamentari per tornare indietro di 4.000 anni al Pentateuco. Ma l’insignificanza di una legge, nel contenuto t-shirt che esibisce a propaganda di tv, insignificante può non essere per la visione del mondo che propina. La legge a trazione leghista e sudditanza grillina ha una inutilità statistica evidente nelle appena 58 sentenze giunte in Cassazione negli ultimi 12 anni sulla legittima difesa domiciliare; o negli appena 3 procedimenti iscritti nel 2015, 2 nel 2016 e 5 nel 2017 censiti dal ministero della Giustizia. Ma per nulla insignificante – anche una volta che un’interpretazione della legge conforme a Costituzione ne avrà disinnescato nei processi le sgrammaticature giuridiche in tema di proporzionalità, difesa necessitata e attualità del pericolo – si annuncia l’inversione della tavola di valori che essa veicola. Una è visibile subito. Provare a spostare il limite di tollerabilità sociale, e ad abbassare il costo etico della legittimità di condotte difensive letali a tutela di beni materiali, sussurra che si stia sostituendo l’inviolabilità della vita (anche del ladro) con l’inviolabilità della proprietà (del derubato); che si stia rinnegando la concezione personalistica alla base degli articoli 2 della Costituzione e della Convenzione europea dei diritti dell’uomo; e che si stia trasformando la legittima autodifesa, da scelta necessitata a fronte di un pericolo senza alternative, in una forma invece di punizione del reo, erogata in via anticipata dal privato e subappaltatagli dallo Stato che ammette di non saperlo proteggere. Un’altra tossicità è invece iniettata in maniera meno percepibile, pur se altrettanto insidiosa. Il tentativo di ridurre i margini di apprezzamento dei giudici, a colpi di sempre maggiori automatismi e più stringenti presunzioni legali, persegue la tendenza già manifestata sulle pene fisse per la droga, sugli sbarramenti ostativi alle misure alternative al carcere per sempre più numerose categorie di condannati, sugli irrazionali appiattimenti di condotte quali l’omicidio stradale. È cioè il progetto di ridurre il giudice a juke-box di una spiccia istruttoria (presunta) popolare, alle cui rime obbligate le Corti debbano conformarsi in una sorta di obbligazione di risultato: pena apparire magistrati insensibili al grido di sicurezza dei cittadini, schierati dalla parte dei banditi, nemici del popolo in quanto nemici degli autoproclamati paladini della sicurezza del popolo. Dunque tollerati solo alla stregua di gestori di magazzino chiamati a consegnare una merce prefissata, e altrimenti «licenziabili», in questo caso non da un contratto collettivo ma dalla collettiva legittimazione popolare del loro pronunciare sentenze. Non a caso lo schema vede le toghe qui sotto attacco più dal basso (dell’opinione pubblica) che dall’alto (delle classi dirigenti insofferenti al controllo di legalità); e vede maggiormente esposti non più i pm (di cui è ormai mitridatizzata la ricorrente tensione con il politico indagato di turno), ma i giudici. In una dinamica che, del tutto coerente con l’approccio leghista, è invece curioso veder appoggiata proprio anche da chi, come il mondo dei 5Stelle, della difesa del valore dell’autonomia dei magistrati menava vanto.