Inaugurazione dell’Anno Giudiziario 2018, la relazione del segretario generale Pansini

INAUGURAZIONE ANNO GIUDIZIARIO 2018

 Signor Presidente della Corte di Appello,

Signor Procuratore Generale della Repubblica,

Signori Magistrati e Avvocati, Autorità, Colleghi, Signore e Signori,

rivolgo a Voi tutti il saluto dell’Associazione Nazionale Forense.

In quest’ultima fase della legislatura non può che far piacere l’attenzione riservata dal Ministro Orlando alla necessità di risorse umane e finanziarie per un migliore funzionamento del sistema giustizia.

Al Ministro il merito di aver portato a compimento, e in tempi brevi, un concorso dai numeri esorbitanti e di aver proceduto all’assunzione di coloro che sono risultati idonei, di aver previsto – con la legge di bilancio 2018 – l’assunzione di giudici ausiliari per far fronte al contenzioso tributario pendente dinanzi alla Corte di Cassazione e di aver contribuito, con la precedente assunzione di altri giudici ausiliari, a rendere meno gravoso il carico delle corti di appello.

Evidentemente, sono necessari più giudici per il funzionamento della giustizia, così come sono necessari più operatori di cancelleria.

Al termine di questa legislatura, quindi, possiamo renderci conto che maggiori risorse, sia pure centellinate, sono in grado di incidere più dei continui interventi sulle regole processuali di questi anni, non tutti necessari e nonostante il freno alla domanda di giustizia legato agli importi del contributo unificato (si pensi, al processo amministrativo), alla previsione di strumenti alternativi di risoluzione delle controversie in quasi tutte le aree del diritto, ai rimedi preventivi della “legge Pinto” prossimamente al vaglio della Corte Costituzionale. L’auspicio per il futuro, quindi, è che la politica continui ad assicurare altre risorse razionalizzando al meglio quelle esistenti e rinunciando ad intervenire sul codice di rito con misure scomposte.

E siamo convinti che questa rinnovata attenzione miri a ribadire la centralità della giurisdizione nel nostro ordinamento e a riconsiderare nel loro reale significato quell’insieme di numeri e statistiche dalla non sempre chiara formulazione e spesso in contradditorio tra loro che viene illustrato ogni trimestre e in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario e al quale corrisponde un modello di processo civile incentrato su rapporti economici che in esso devono trovare la loro espressione più intensa e la cui buona salute è determinante per costruire un ordinamento favorevole alla crescita economica.

I numeri appartengono a chi del diritto in genere e del processo ha una concezione puramente meccanicistica, burocratica e freddamente consequenziaria; ciò nonostante hanno una loro indubbia utilità.

Ci consentono di affermare, infatti, che nel corso di questa legislatura si è consumata un’informazione distorta sullo stato della giustizia in Italia che si è caratterizzata più per la “paura” del numero dei procedimenti pendenti, senza spiegare che in essi, però, sono annoverati anche i decreti ingiuntivi, i procedimenti di volontaria giurisdizione diversi da quelli di competenza del giudice tutelare, le separazioni consensuali, le nomine di amministratori giudiziari di condominio, e per la conseguente necessità di continui interventi sul processo piuttosto che per la necessità di una valutazione di insieme delle risorse umane e finanziarie a disposizione, della natura dei procedimenti, dell’organizzazione del lavoro negli uffici giudiziari.

I numeri sono serviti a mischiare le carte e a nascondere il vero e il vero è che il mercato, rispetto alla giustizia, è qualcosa che riguarda e tocca un numero limitato di persone mentre la giustizia, rispetto al mercato, riguarda e tocca tutti.

I numeri sono uno strumento per comprendere e migliorare il funzionamento della giurisdizione e del processo, ma i numeri non sono la giurisdizione e non sono il processo. Tanto nel civile quanto nel penale e nelle altre realtà processuali.

E, al riguardo, quello di introdurre, prima nel collegato fiscale e poi nella legge di bilancio, il rito semplificato di cognizione di primo grado è stato un tentativo fortunatamente sventato ma inaccettabile, nel metodo e nel merito.

E non perché rispetto ad esso ci si ponga o ci si debba porre in termini di pregiudizio e resistenza ma perché, prima dell’ennesima riforma, vorremmo capire se il processo civile è ancora nella disponibilità delle parti; se le ADR sono uno strumento a base volontaria che non risente dell’invasività del processo con mediazione delegata; se il futuro appartiene, da un lato, a magistrati togati sempre più specializzati, con ufficio del processo, stagisti e, specializzandi e, dall’altro, a magistrati onorari senza mezzi e senza risorse; se il futuro distinguerà, quanto alla tutela da assicurare, diritti di rango superiore e di rango inferiore.

L’ipotesi di un rito semplificato di cognizione conferma, però, come ineludibile la necessità del ricorso come unico atto idoneo per l’instaurazione di un giudizio. La forma del ricorso la impone il processo telematico, che oggi riguarda anche le aree del penale, dell’amministrativo e del tributario. E la definitiva affermazione del processo telematico porta con sé l’altrettanto ineludibile necessità di identiche piattaforme e consolle informatiche per avvocati, magistrati e operatori di cancelleria, con un adeguato servizio di assistenza a supporto e un’alta formazione di tutti gli operatori che con esso si cimentano.

É la semplificazione del processo telematico, alla quale si deve affiancare la semplificazione dei riti processuali.

L’Avvocatura, in questo contesto, se oggi più che mai rivendica un ruolo esplicito nella Carta Costituzionale, non può sottrarsi alla riflessione sul tema della giurisdizione in Italia e subire riforme scritte da altri; anzi, deve farsi portatrice di una sua precisa proposta che vada ben oltre i semplici protocolli e che non sia di risulta rispetto ad una giurisdizione forense che allo stato non ha dato i risultati sperati.

Non tutto può essere portato fuori dal processo; anzi, giurisdizione e processo devono ritenersi il baluardo della difesa dei diritti e della giustizia, giustizia che non necessariamente deve essere rapportata al mercato perché viene prima del mercato ed è al di sopra del mercato.

Ruolo e autorevolezza dell’Avvocatura, poi, si misurano in termini non di equo compenso ma di capacità di saper governare i cambiamenti, di saper cogliere le opportunità dell’alta specializzazione del sapere e delle possibili aggregazioni anche con altre professionalità, di fare autocritica ridisegnando una nuova figura di avvocato e rimettendo mano ad una legge ordinamentale troppo frettolosamente approvata che, dopo solo cinque anni, ha già mostrato tutti i suoi limiti.

Ma il compito più gravoso per l’Avvocatura risiede nel rifuggire la tentazione di riversare le paure della professione sulle generazioni più giovani, spacciando per meritocrazia un esame di abilitazione senza codici annotati che non si ha il coraggio di riformare per non intaccare rendite di posizione o, peggio, tentennando, per ragioni di opportunità, nella denuncia di fenomeni di malcostume scolastico forense riconducibili a chi esercita una funzione essenziale per lo Stato, entra in relazione con le istituzioni e magari siede anche nelle commissioni di esame, così alimentando illusioni e disuguaglianze.

Ecco, tutto questo chiediamo innanzitutto a noi stessi per l’anno giudiziario 2018. E rivolgiamo analoga richiesta alla politica, alla magistratura e a tutti gli operatori del diritto.

Bari, 27 gennaio 2018.

           Associazione Nazionale Forense

                Luigi Pansini

La relazione in formato pdf 2018 1 relazione inaug ANNO GIUDIZIARIO (1).doc