La giustizia civile è lenta e blocca la crescita

Corriere della Sera, di Roger Abravanel –

Quasi tre anni fa Matteo Renzi chiese a Mario Barbuto di replicare su tutti i tribunali italiani l’approccio che lo aveva portato a ridurre drasticamente i tempi della giustizia civile al Tribunale di Torino (quella penale è molto più difficile da migliorare). Barbuto è adesso in pensione e la settimana scorsa, nella sede di questo quotidiano, ha riassunto l’esperienza di questi tre anni. Ha subito confermato che la giustizia civile sta migliorando. L’arretrato delle cause aperte che era di 5 milioni e 700 mila cause nel 2009, era già sceso a 4 milioni quando egli arrivò nel 2014 e nel 2016 è sceso ulteriormente a 3 milioni e 800 mila cause. Il merito? Barbuto non se lo prende e sostiene che ciò avviene perché gli italiani stanno diventando sempre meno litigiosi, dato che la normativa scoraggia a iniziare le cause rendendole più costose e aumentano le conciliazioni al di fuori dei tribunali. Le 250 mila cause di lavoro all’anno si riducono poi per merito della riforma Fornero e del Jobs act. Così succede che i tribunali hanno meno da fare e iniziano a smaltire l’arretrato.

Ma, a parte la riduzione del loro carico di lavoro, i tribunali sono diventati più efficienti? L’analisi dei dati pubblicati dal ministero non offre spunti positivi. Appare infatti che, per il contenzioso più complesso (fallimenti, cause commerciali ecc), i tre anni necessari nel 2014 per il primo grado di giudizio sono scesi di soli due mesi nel 2016. Aggiungendo i tempi di Appello e Cassazione, arriviamo a 10 anni, più del doppio che in Francia e Germania. L’arretrato ultra-triennale nel 2016 era ancora un terzo del totale e la produttività dei tribunali è addirittura peggiorata: nel 2104 le cause in primo grado erano 2 milioni e 600 mila e nel 2016 sono state 2 milioni e 200 mila, con lo stesso numero di magistrati. La giustizia civile è però soprattutto iniqua. L’indagine guidata da Barbuto nel 2015 dimostrava che ci sono 27 tribunali dove la giustizia è veloce e ci sono poche cause ultra-triennali e altri 100 dove invece è molto lenta e le cause vecchie sono moltissime. Chi risiede nelle città con 27 tribunali eccellenti è favorito rispetto a chi risiede nelle città dove ci sono i 100 tribunali scarsissimi. Ma non è solo un tema di iniquità. Il sindacato dei magistrati (Anm) sostiene da sempre che il problema sia la carenza di risorse (magistrati e cancellieri) e lo ha reiterato con veemenza nella recente inaugurazione dell’anno giudiziario. Lo studio smentisce questa tesi, dimostrando che ci sono degli ottimi tribunali che scarseggiano di risorse e pessimi che ne hanno a sufficienza. Ma allora cosa determina che un tribunale sia efficiente e uno no? Non sono le risorse. Non è la litigiosità perché oramai gli italiani sono allineati alla media europea. Non è il contesto «meridionale» perché il tribunale di Marsala in Sicilia è risultato tra i 27 migliori e tra i 100 peggiori ci sono molti tribunali del Nord. Non sembra neanche necessario introdurre procedure complicate e informatizzazione avanzata: Barbuto ha ricordato che molti suoi ex colleghi lo accusano di «avere scoperto l’acqua calda» e ha ammesso che il suo metodo è incredibilmente semplice. Si parte dal misurare l’anzianità delle cause, poi si applicano regole che impediscono ritardi inutili come definire una data limite oltre la quale un accordo non è più possibile. «Alla fine conta la leadership di chi guida il tribunale» riassume Barbuto, ricordando che Gioacchino Natoli quando era presidente del tribunale di Marsala (poi divenuto presidente della Corte di Appello di Palermo e oggi suo successore al Ministero) ha ottenuto risultati eccellenti in soli tre anni, rendendo trasparente l’anzianità delle cause, dando obbiettivi ai suoi magistrati, distribuendo il carico di lavoro e motivando le persone.

Chi scrive non può non notare che, se la situazione è questa, 100 persone continuano a bloccare il Paese, perché la giustizia civile è il primo motore dell’economia: un esempio molto attuale sono i crediti non performing di molte banche italiane che, per colpa della lentezza dei tempi dei fallimenti riducono il valore delle garanzie e rendono fragili molte banche. La normativa fallimentare può ancora migliorare, ma la gestione dei tribunali conta molto di più. Come se ne esce? Con più meritocrazia nei tribunali italiani, come sostenuto da chi scrive ormai da 10 anni. Se oggi ci sono dei bravi presidenti di tribunale è solo perché persone come Barbuto e Natoli hanno un innato senso del dovere: in magistratura non si fa carriera in base al merito, ma per anzianità. Purtroppo non sembra esista la volontà di cambiare. Alla recente inaugurazione dell’anno giudiziario, la più polemica di sempre, l’Anm ha protestato non solo per la carenza di risorse ma anche per la riduzione dell’età pensionabile da 75 a 70 anni dei magistrati voluta dal governo che avrebbe «decapitato i vertici della magistratura». Il pretesto è stata l’eccezione per i vertici della Cassazione, che costituirebbe un «attentato alla autonomia della magistratura».

L’Anm ha ragione a rivendicare l’autonomia della magistratura e forse anche a sostenere che a 75 anni si può ancora essere dei validissimi magistrati come dimostra il caso di Mario Barbuto. Ma il principio non vale per tutti. Se i 27 presidenti di tribunale eccellenti che arrivano ai 70 anni vengono mantenuti in servizio (magari per aiutare i presidenti di tribunali in difficoltà), ne beneficeranno tutti. Ma bisognerebbe anche mandare a casa a 70 anni (magari anche prima?) i vertici che hanno risultati pessimi. La miglior garanzia per l’autonomia della magistratura è la meritocrazia, non la gerontocrazia.