La Relazione del Segretario Generale Luigi Pansini – VIII Congresso Nazionale – Palermo 2018

cantami di questo tempo l’astio e il malcontento di chi è sottovento 

e non vuol sentir l’odore di questo motore 

che ci porta avanti quasi tutti quanti maschi femmine e cantanti 

su un tappeto di contanti nel cielo blu

(Ottocento, Faber)     

 

Rivolgo un sincero ringraziamento a tutti gli ospiti presenti e alla sede ANF di Palermo, al suo presidente Francesco Leone, agli amici e colleghi palermitani che hanno fatto l’impossibile per organizzare al meglio l’ottavo congresso nazionale della nostra associazione.

Un ringraziamento altrettanto sentito lo rivolgo al presidente dell’associazione, ai componenti del consiglio direttivo, ai consiglieri nazionali, ai dirigenti, agli associati ANF che siedono nelle istituzioni e agli associati semplici che, sulla scia dell’impegno profuso nell’organizzazione della conferenza di medio termine di Bari, hanno rinnovato il loro entusiasmo e la loro dedizione per preparare e offrire a tutti noi tre giornate di confronto e dibattito sui temi che riguardano la nostra professione, la giurisdizione, il contesto più generale nel quale operiamo e le continue trasformazioni della società alle quali stiamo assistendo.

Non è passato nemmeno un anno da quando, il 22 giugno scorso, a Bari, nella giornata di inaugurazione della conferenza di medio termine, abbiamo festeggiato il ventesimo compleanno dell’Associazione Nazionale Forense e la definitiva approvazione della legge – 12.7.2017, n. 133 – sulle nuove regole per l’elezione dei componenti dei consigli degli ordini circondariali.

La legge n. 113/17, frutto della nostra ostinata idea nell’affermare un’idea di governance dell’Avvocatura democratica, pluralista e rispettosa della parità di genere, era stata immediatamente preceduta dalle misure a tutela del lavoro autonomo (L. 22.5.2018, n. 81); subito dopo, sono state introdotte le società di capitali tra avvocati (L. 4.8.2017, n. 124), il Consiglio di Stato si è pronunciato definitivamente sulle specializzazioni forensi, l’avvocatura ha sventato l’introduzione del rito semplificato di cognizione, il Ministro della Giustizia ha varato la riforma dell’ordinamento penale e affermato il principio dell’equo compenso, sono stati istituiti i corsi obbligatori ai fini della pratica forense, è stato convocato il XXXIV congresso nazionale di Catania, è stato presentato il progetto dell’Avvocato nella Costituzione, si sono tenute le elezioni politiche che hanno dato vita alla nuova legislatura, la magistratura onoraria ha proclamato più volte lo stato di agitazione, la Corte Costituzionale ha bocciato alcune norme della novellata “legge Pinto”, sono stati adottati i nuovi parametri forensi.

Ebbene, gli avvenimenti del secondo semestre dell’anno scorso confermano in larghissima parte le riflessioni già condivise con voi con le relazioni di apertura della conferenza di Bari del 2017 e del consiglio nazionale di Bologna nel mese di febbraio scorso. Qui a Palermo, ci aspetta un passo ulteriore: quello di un necessario confronto su un passato che stiamo lasciando alle nostre spalle e su un futuro del quale dobbiamo ancora cogliere appieno e in anticipo i contorni.

Sì, perché qui a Palermo non si chiude soltanto il triennio di una segreteria; si chiude, a mio modesto avviso, un’epoca cominciata prima del congresso nazionale forense di Bologna del 2008 con l’elaborazione del progetto di riforma dell’ordinamento forense poi sfociato nella legge 31.12.2012, n. 247, e nei successivi regolamenti attuativi e che, a partire dal 2011, si è altresì caratterizzata per i numerosi interventi della politica e del legislatore sul sistema giustizia del nostro paese: la geografia giudiziaria, la semplificazione dei riti, la telematizzazione del processo, i “rapporti Barbuto” e l’organizzazione del lavoro dei magistrati, la definitività della mediazione quale condizione di procedibilità e il numero crescente degli strumenti per la risoluzione alternativa delle controversie, l’ufficio del processo, i continui interventi sul contributo unificato e sui codici di rito, i rimedi preventivi e l’indennizzo dimezzato previsti dalla novellata “legge Pinto”, l’assunzione di nuovi operatori amministrativi nelle cancellerie.

Ho parlato di chiusura di un’epoca perché, proprio con riferimento alla giurisdizione, l’idea di “giustizia rapida ed efficiente” presente nel contratto sottoscritto dalle forze politiche che sembrano destinate a governare il paese nei prossimi cinque anni appare, allo stato, poco comprensibile: modifica della riforma della geografia giudiziaria con l’obiettivo di riportare i tribunali e gli uffici dei giudici di pace vicino ai cittadini e alle imprese; completa modifica della riforma Orlando della magistratura onoraria; implementazione e semplificazione del processo telematico; informatizzazione degli uffici giudiziari; estensione della legittima difesa domiciliare; inasprimento delle pene per la violenza sessuale; revisione restrittiva delle norme per i minori che riguardano l’imputabilità, la determinazione e l’esecuzione delle pene; riforma dei provvedimenti adottati per conseguire effetti deflattivi in termini processuali e carcerari; riforma della prescrizione dei reati; semplificazione e riduzione drastica dei riti civili, limitati a quello ordinario e a quello del lavoro; calendarizzazione dei procedimenti; rideterminazione dei valori e delle modalità di pagamento del contributo unificato, sopprimendo gli aumenti imposti nel corso della precedente legislatura; previsione di rendere alternative tra loro, anche se obbligatorie per tutte le materie, la mediazione e la negoziazione assistita e previsione di una mediazione delegata solo su richiesta delle parti; istituzione di giudici di ruolo per il processo tributario; realizzazione di nuove strutture di edilizia giudiziaria e ampliamento di quelle esistenti; implementazione delle norme a tutela dell’ambiente e degli animali; realizzazione di una seria politica di sequestro e confisca dei beni per contrastare le mafie; assunzioni in tutto il comparto giustizia.

Dico poco comprensibile perché faccio fatica a capire se, dopo anni di spinte riformiste, o presunte tali, improntate al principio “il giudice quale ultima istanza” e accompagnate da una giurisprudenza che, sentenza dopo sentenza, ha messo in discussione gli istituti cardine del processo quali noi li conosciamo (nel civile, ad esempio, con la discrezionalità nel differimento di udienza con la chiamata del terzo; la limitazione dell’istituto della sospensione; il venir meno della distinzione tra garanzia propria e garanzia impropria), dobbiamo prepararci o meno ad un periodo di riforme “uguali o contrarie” a quelle sino ad oggi realizzate a colpi di decretazione di urgenza ovvero di provvedimenti mirati diretti ad aggiustare, implementare e correggere quanto sino ad oggi realizzato dall’ultimo legislatore.

Nelle mie considerazioni non vi sono pregiudizi o drammatizzazioni, ma nemmeno vi è una sottovalutazione dei propositi che la nuova legislatura sembra riservare alla giurisdizione e al comparto giustizia italiano.

Sulle professioni e sulla nostra professione non abbiamo elementi che possano consentire, così come per il comparto giustizia, una prima qualche considerazione; abbiamo, invece i numeri.

Al 31 dicembre 2017 gli avvocati complessivamente iscritti agli albi sono 245.631, di cui 72.813 iscritti in quello speciale dei cassazionisti. In percentuale, uomini (52,36%) e donne (47,64%) sono quasi alla pari e 234.747 sono i colleghi iscritti nell’albo ordinario (con esclusione quindi degli avvocati degli enti pubblici, di quelli stabiliti e dei professori universitari). I praticanti sono 66.984, con una netta prevalenza del genere femminile (60,59%) e le domande per sostenere l’esame di abilitazione sono state 27.031, in calo rispetto alle 34.883 del 2014, alle 31.279 del 2015, alle 29.990 del 2016 (fonte: Consiglio Nazionale Forense, dati aggiornati al 18.1.2018).

Secondo una statistica di Cassa Forense (newsletter del 17.3.2018), gli Avvocati iscritti al 31.12.2017 sono 242.796.

Poi, i redditi: recentemente, un quotidiano economico, con un articolo dal titolo ideale per chi fa del lamento la sua ragion d’essere, ha ricordato che, con riferimento all’anno 2016, 46.220 colleghi hanno dichiarato redditi tra 10.300,00 e 20.107,00 euro (con un reddito medio di € 14.947,00), 59.965 tra 1,00 e 10.300,00 euro (con un reddito medio di € 5.162,00), 14.604 hanno dichiarato reddito zero e 20.423 non hanno inviato alcuna comunicazione sui redditi. Il reddito medio degli avvocati per il 2016 è stato pari a € 38.437,00, in linea con i 38.385,00 euro riferiti al 2015.

Infine, le prospettive: è imminente la pubblicazione del terzo rapporto CENSIS sullo stato dell’Avvocatura. Di quello dell’anno scorso, con un campione di 10.425 avvocati, ne conosciamo unicamente le considerazioni finali che fotografano il perdurante prestigio della professione, il ruolo attivo dell’avvocato per il buon funzionamento del Paese, la sfiducia dei cittadini nella giustizia, la rinuncia a far valere i propri diritti (soprattutto da parte dei più istruiti) per il costo eccessivo d’accesso e per i tempi lunghi per la definizione della lite. La composizione dello studio, nel 39% dei casi, è incentrata sul titolare mentre, per il 29,6%, è strutturata tra i quattro e i nove professionisti. Da ultimo, il 34,1% dei 1.425 colleghi intervistati ha dichiarato di “sopravvivere” nonostante una condizione abbastanza critica; a questi si associa il 33% che definisce molto critica e incerta la propria situazione professionale, mentre il 21% la definisce stabile, l’11% migliorata e lo 0,7% molto migliorata. Aumenta il numero dei pessimisti sul futuro della professione, con una percentuale del 24,6% del 2016 che arriva nel 2017 al 33,6%.

Quindi, il confronto con i numeri al 31.12.2012: gli avvocati iscritti (secondo Cassa Forense), allora, erano 226.734, sedicimila in meno rispetto ai 242.796 del 31.12.2017. Non ho rinvenuto i dati del Consiglio Nazionale Forense sul numero degli iscritti a fine dicembre 2012, ma sicuramente la conclusione non cambia: in cinque anni, il numero degli avvocati è aumentato.

Non trascurando l’importanza dell’analisi delle statistiche anche sotto il profilo geografico e delle diverse modalità di esercizio della professione, preferisco soffermarmi sul perché il confronto dei numeri di oggi è con quelli al 31 dicembre 2012.

La scelta non è casuale: per l’Avvocatura italiana è la data spartiacque di approvazione della legge professionale n. 247, in un momento del paese Italia dominato dalla crisi economica, dall’impoverimento della società, dalla precarizzazione del lavoro, dal fortissimo appannamento delle libere professioni e del ceto medio della società che esse hanno sempre rappresentato in Italia.

Oggi, dopo cinque anni, credo possa ritenersi superato il periodo di naturale assestamento alla nuova legge professionale; quasi tutti i regolamenti di attuazione, nonostante le pronunce del giudice amministrativo su alcuni di essi, sono stati emanati.

L’Avvocatura, da par suo, è “sopravvissuta” all’obbligo dell’assicurazione per la responsabilità professionale e ha sicuramente superato il nodo più delicato della riforma ordinamentale: l’iscrizione obbligatoria all’ente di previdenza.

Cinquantaseimila circa erano i colleghi iscritti agli albi ma non a Cassa Forense, che, per effetto della L. 247/12 e fatta eccezione per una minima percentuale fisiologica, hanno regolarizzato la loro posizione previdenziale.

Pensione e RC professionale: due pilastri irrinunciabili della professione che, nonostante i relativi oneri economici, non hanno intaccato i numeri dell’Avvocatura.

Il numero degli Avvocati è cresciuto così come è cresciuto il numero dei professionisti in Italia, il 22% in più rispetto al 2007. L’età media dei professionisti attivi è salita, il tasso di crescita con cui i giovani entrano nel mondo delle professioni ordinistiche è diminuito nel corso del tempo pur rimanendo largamente positivo, non c’è soltanto il classico lavoro che conosciamo di ogni professione ma molte nuove specializzazioni sono richieste dal mercato.

I numeri dell’Avvocatura, però, non devono spaventare; vanno letti e decodificati, sforzandosi di immaginare se e come l’evoluzione della professione è in grado di assorbirli e di soddisfarne le aspettative senza particolari traumi.

Devono invece allarmare il loro uso strumentale e la tendenza a dimenticare che la legge ordinamentale del 2012 ha tra i suoi obiettivi quello di favorire l’ingresso alla professione e l’accesso alla stessa, in particolare alle giovani generazioni, con criteri di valorizzazione del merito.

Degli anni della legislatura appena conclusa ricorderemo sicuramente il ricorso continuo alla comunicazione distorta e falsata di dati e statistiche circa il numero di cause pendenti in Italia per consentire al legislatore di intervenire ripetutamente e massicciamente sul processo civile e penale.

L’Avvocatura non può e non deve servirsi di informazioni distorte; noi non possiamo comportarci come quel legislatore al quale abbiamo sempre rimproverato l’uso di slogan numerici dal facile appeal per allontanare i più giovani dalla professione o per rendere più difficile la professione a chi già la esercita da anni. Giusta, quindi, l’impugnazione proposta dinanzi al TAR avverso il regolamento ministeriale che introduce l’idea del numero chiuso per i corsi di formazione obbligatori ai fini della pratica forense.

Guardiamo, piuttosto, con interesse ai provvedimenti di legge sulla concorrenza e sul lavoro autonomo e alle novità rivolte all’apertura di nuove frontiere, anche lontane dal processo: aggregazioni, privacy, legge 231, big data, innovazione tecnologica, dematerializzazione, sono argomenti oggi d’attualità e alla portata anche dell’avvocatura diversa da quella dei grandi studi legali. I bandi recenti di Cassa Forense sull’alta formazione richiedono espressamente l’individuazione di nuovi settori e materie verso le quali orientare l’attività professionale.

“Rubiamo” ai grandi studi legali le esperienze e gli strumenti di cui dispongono adattandoli il più possibile alle esigenze della maggioranza dei colleghi, primo fra tutti la specializzazione quale precondizione per una prestazione di qualità.

L’Associazione Nazionale Forense celebra in questi giorni a Palermo il suo VIII Congresso Nazionale; la missione è quella di immaginare aree di intervento e profili inesplorati senza attendere il miracolo dell’ampliamento delle competenze per legge o per attribuzione in via sussidiaria di compiti ai quali lo stato non può più assolvere e senza rinunciare alla difesa della giurisdizione e al ruolo di interlocutore necessario dell’Avvocato nella dialettica giurisdizionale.

Unire la capacità di fare autocritica al senso di responsabilità. La professione è in continua evoluzione e l’obiettivo è solo uno: vincere la pericolosa patologia del pessimista, del lamentoso e di chi preferisce spaventare, esagerare, annunciare apocalissi, per evitare di correre un rischio solo potenziale.

Su questi temi la nostra Associazione, da oggi sino a domenica, è chiamata a confrontarsi per individuare gli obiettivi del prossimo triennio e programmare le iniziative da intraprendere.

Sicuramente, la discussione sarà più agevole quando tratteremo della giurisdizione, del sistema giustizia, della professione. Le sfumature, le valutazioni e le proposte potranno essere diverse ma sicuramente il minimo comune denominatore delle sessioni congressuali sarà rappresentato dalla volontà di non arroccarsi in posizioni di retroguardia, indifendibili, elitarie, ma di reagire con una visione di insieme e con una proposta il più possibile organica.

Forse meno agevole sarà il confronto sul come l’Associazione Nazionale Forense dovrà muoversi nel panorama della politica forense nel prossimo triennio.

Infatti, come tutti noi sappiamo, l’ottavo congresso ANF cade in un anno denso di appuntamenti elettorali: per l’indicazione dei delegati al congresso di Catania, dei delegati Cassa, dei componenti dei consigli distrettuali di disciplina, dei componenti del CNF e, infine, per il rinnovo dei componenti dei consigli degli ordini circondariali.

Appuntamenti elettorali che distraggono, che diluiscono le posizioni e le idee dell’associazione in favore dell’equilibrio e della convivenza nelle singole realtà territoriali.

È vero, ci diciamo sempre che “bisogna entrare negli ordini” per affermare il più possibile le nostre idee; è anche vero, però, che una volta “entrati” negli ordini e nelle istituzioni forensi la veste istituzionale prende il sopravvento e raramente l’associazione ne esce rafforzata.

E, allora, diciamoci tutto ora, prima che la maratona elettorale del 2018 cominci.

Il Consiglio Nazionale Forense sta sfruttando appieno, sotto il profilo istituzionale, relazionale, organizzativo e patrimoniale, tutte le potenzialità e le prerogative che la L. 247/12 gli riconosce. In alcuni casi, in termini sia di legittimità e che di opportunità, il Consiglio Nazionale Forense è andato addirittura oltre e in tutte le occasioni non abbiamo mancato di manifestare, anche nelle aule giudiziarie, il nostro disappunto. In ogni caso, il Consiglio Nazionale Forense vive di luce propria e della possibilità di essere, contemporaneamente e per disposizione normativa, legislatore, organo esecutivo e giudice disciplinare.

Non credo si possa dire la stessa cosa per gli ordini circondariali, sicuramente per gran parte di essi.

Disinteressati o addirittura contrari rispetto ad un assetto democratico e pluralista della governance dell’avvocatura (non dobbiamo dimenticare lo scambio di mail estive sulla volontà di sostenere la possibilità di votare i 3/3 degli eligendi e le recenti discussioni in seno all’assemblea dell’O.C.F. di ridiscutere la legge che ha affermato la tutela delle minoranze e il rispetto della parità di genere) e sottratta loro la materia disciplinare, il “core business” sembra poggiare tutto sulla formazione; tuttavia, quella dei crediti annuali è gratuita e fallimentare nella maggior parte dei casi; quella sulle specializzazioni non è ancora partita e quella relativa ai corsi obbligatori presso le scuole forensi ai fini della pratica forense debutterà ad ottobre prossimo.

Apro, al riguardo, una piccola parentesi.

Il regolamento del Ministero della Giustizia sui corsi obbligatori ai fini della pratica forense, pubblicato in GU il 16 marzo scorso, è un provvedimento assai delicato, forse il più delicato, perché tocca il futuro delle giovani generazioni di colleghe e colleghi con la possibilità del numero programmato, chiude il cerchio delle prerogative in capo agli ordini sulla formazione e sull’aggiornamento (nell’accezione più lata) in favore degli avvocati nonostante l’evidente fallimento di questi anni, vìola ancora una volta – con la discrezionalità in capo agli ordini sul riconoscimento di soggetti terzi – le regole concorrenziali europee sul diritto alla libertà di formazione, aggiornamento e specializzazione nonché quelle sul pluralismo dell’offerta formativa.

Non sono d’accordo con chi ritiene estranea all’attività della nostra associazione la tutela dei praticanti, anzi è vero il contrario. Il regolamento segue le stesse logiche che hanno spinto il consiglio nazionale dell’associazione, all’unanimità, e un numero rilevante di sedi ANF ad impugnare, rispettivamente, il regolamento sulle specializzazioni forensi e quello sui corsi obbligatori per acquisire il titolo di avvocato cassazionista ed è giusto che anche questo, con l’impugnazione proposta da una sede ANF, debba superare il vaglio della giustizia amministrativa.

Chiusa la parentesi.

Dicevo dell’attività formativa degli ordini; ad essa si affianca quella degli organismi di mediazione e di composizione delle crisi da sovra indebitamento, peraltro non presenti presso tutte le realtà circondariali.

Tutto questo, però, non significa che le istituzioni forensi tutelano gli avvocati “facendo i loro interessi”; anzi, l’equiparazione corrente “istituzione = tutela degli interessi degli avvocati” si presta ad equivoci e dall’equivoco è doveroso uscire.

Le istituzioni forensi non sono nate con questo compito né la riforma ordinamentale del 2012 glielo attribuisce.

L’istituzione forense vigila sul corretto esercizio della professione, si adopera affinché la professione venga esercitata nel rispetto della legge. Nulla di più.

Il richiamo costante delle istituzioni forensi alla deontologia, alla specializzazione, all’aggiornamento, alla formazione, è il richiamo al rispetto della legge professionale pena, in caso di inosservanza, l’intervento dell’istituzione che vigilante e senza l’attività di controllo in nome e per conto della Stato, il Consiglio Nazionale Forense e gli ordini circondariali non avrebbero ragione di esistere. Non a caso, la sede dell’istituzione è presso il Ministero della Giustizia.

Non tragga in inganno l’impegno condivisibile del Consiglio Nazionale Forense teso ad assicurare la presenza degli avvocati negli uffici legislativi del Ministero di Giustizia e nei consigli giudiziari; è cosa diversa rispetto alla tutela degli iscritti. E non tragga in inganno nemmeno la missione dell’“Avvocato nella Costituzione”, che sarà il tema dominante del prossimo Congresso Nazionale Forense, previsto a Catania nel prossimo mese di ottobre; anche questa è cosa diversa dalla tutela degli iscritti e mira ad affermare il ruolo costituzionale sì dell’avvocato così come del magistrato ma anche del soggetto che sovrintende al controllo sull’esercizio della professione.

E, poi, c’è l’O.C.F., l’Organismo Congressuale Forense. Abbiamo superato indenni il momento congressuale di Rimini 2016, il progetto non era il nostro, ma dopo un biennio è difficile sostenere che il milione annuo previsto per il suo funzionamento sia un milione ben speso. Nelle piccole e grandi cose, è l’O.C.F. è subalterno al Consiglio Nazionale Forense e l’attività dell’organismo di questi due anni è stata veramente ben poca cosa.

E, infine, il Congresso, la massima assise dell’avvocatura italiana. Quello di Catania, previsto per il mese di ottobre prossimo, è l’immagine del delitto perfetto: il numero dei delegati è stato dimezzato, anche per calmierare i costi; viceversa, sembra aumentare la presenza delle istituzioni (consiglieri degli ordini, componenti dei CPO, delegati Cassa) a costi invariati o superiori. Una larghissima parte dei delegati congressuali ha matrice ordinistica e il progetto è quello di affermare all’interno della Costituzione – che racchiude i principi di democrazia, libertà e separazione dei poteri – l’avvocatura e il suo assetto antidemocratico e conservatore.

La nostra associazione si è mossa all’interno di questo contesto politico-ordinamentale forense: la legge n. 113 del 2017 sulle regole per elezioni dei componenti dei consigli degli ordini circondariali reca la nostra firma, dopo un lungo contenzioso dinanzi al TAR e al Consiglio di Stato; su specializzazioni, cassazionisti, formazione, giornale dell’Avvocatura (Il Dubbio), gettoni in favore del CNF, siamo stati gli unici a prendere posizione e ad assumere iniziative concrete, anche giudiziarie; nostre le iniziative dinanzi alle autorità garanti per la concorrenza e per la comunicazione; nostro il sostegno per l’introduzione delle società di capitali tra avvocati; nostre le perplessità sul mancato assetto democratico della governance dell’Avvocatura e la mancata separazione dei poteri del Consiglio Nazionale Forense e sulla contraddizione rappresentata dal progetto sul riconoscimento dell’Avvocatura nella Carta Costituzionale.

E ancora: il Congresso Nazionale Forense di Rimini del 2016, la scomparsa dell’Organismo Unitario dell’Avvocatura e la nascita dell’Organismo Congressuale Forense; l’introduzione delle società di capitali tra avvocati; il primo dibattito pubblico sul regime della mono-committenza; la legge sul lavoro autonomo del 2017; le nostre perplessità sull’equo compenso; la scongiurata introduzione del rito semplificato di cognizione; le statistiche sullo stato della giustizia civile in Italia.

Noi siamo stati sempre sul pezzo e la nostra voce si è spesso levata fuori dal coro “in direzione ostinata e contraria”.

Cinquantatré sedi sul territorio, la conferenza di medio termine di Bari dell’anno scorso, l’iscrizione all’albo delle associazioni maggiormente rappresentative, i cinque incontri della consulta dei dirigenti di sede e i due con i delegati Confprofessioni, la piattaforma per la formazione con la realizzazione di dieci moduli a far data dal secondo semestre 2017, la TV dell’associazione, la rassegna stampa giornaliera a tutti gli avvocati, la partecipazione al programma europeo Horizon 2020 sulla giustizia e sulla carta europea dei diritti fondamentali, l’iscrizione al registro dei rappresentanti di interesse della Camera dei Deputati, l’incontro a Roma con i funzionari del dipartimento giustizia della Commissione Europea, i progetti realizzati con i bandi di Cassa Forense.

Senza dimenticare la solida e duratura partnership con Assita, l’importanza della comunicazione ANF curata dalla Wolf Comunicazioni e da PMG e l’adesione convinta e propositiva a Confprofessioni che ha permesso di rafforzare il ruolo dell’associazione nelle delegazioni regionali e nella sezione giovani della confederazione.

Tutto questo è l’Associazione Nazionale Forense e quanto l’associazione ha fatto e realizzato prescinde dal numero degli iscritti, che pure è importante, dagli insulti e dagli sbeffeggiamenti. Abbiamo semplicemente fatto quello che ci si aspetta da un’associazione generalista di natura sindacale e sicuramente potevamo fare altro e molto di più; in ogni caso, quanto realizzato è il frutto del lavoro del gruppo dirigente, dei componenti del consiglio nazionale, dei dirigenti di sede e dei singoli associati.

Oggi, però, dobbiamo essere consapevoli che il difficile viene proprio ora.

Un’epoca, nei termini delineati all’inizio della presente relazione, si sta chiudendo e dinanzi ad un’altra che si sta schiudendo dobbiamo reagire con la volontà di immaginare l’evoluzione della professione e dei contesti nei quali operiamo e di individuare possibili e praticabili linee guida per governarla. Dobbiamo puntare alla riforma della riforma ordinamentale del 2012.

Contemporaneamente, dobbiamo portare avanti la missione più difficile: guidare l’associazione nel suo ricambio generazionale e nella formazione di nuovi quadri dirigenti in un momento in cui l’associazionismo forense sembra somigliare a un grande cartello elettorale dal quale far discendere svolte decisive per la carriera professionale.

Ciascuno di noi deve sentirsi responsabile in un momento così delicato.

È il momento dell’orgoglio e del senso di appartenenza, necessari per difendere e ribadire ai più giovani e ai meno giovani l’idea della necessità e dell’importanza di essere associazione e il valore che rappresenta l’essere un pensiero collettivo che, nel panorama politico forense vuole costruire, preservare e migliorare la professione, e intende farlo con visione, metodo e pazienza.

In altre parole, dobbiamo salvaguardare l’idea e i valori dell’Associazione Nazionale Forense e sapere che, per fare questo, oggi più di ieri servono impegno, lavoro, passione e attaccamento alla maglia.

Le modifiche statutarie possono aiutare, certo, ma nulla possono se in ciascuno di noi non è forte il desiderio di continuare a mantenere nitido e vivo, non solo a parole, quel sentimento comune che da venti anni a questa parte è la forza dell’Associazione Nazionale Forense, la nostra associazione.

Cominciamo, allora: che congresso sia.

Palermo, 24 maggio 2018.

 

Luigi Pansini

La Relazione del Segretario Generale Luigi Pansini – VIII Congresso Nazionale – Palermo 2018