La relazione del segretario generale Perifano al XXXII Congresso nazionale forense di Venezia

Ester-Perifano

 

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E’ il quarto Congresso di fila al quale partecipo nella qualità di Segretario Generale ANF . Ho iniziato con Genova, poi il Congresso Straordinario a Milano, poi due anni fa a Bari, oggi a Venezia.
Sembra, questa, una inutile elencazione di nomi, ma invece , pensateci, non è così.
Ad ogni luogo, corrisponde un momento importante per l’avvocatura, ciascuno diverso dall’altro, e non è inutile ricordarsene, perché ognuno di essi è un piccolo pezzo delle nostre ragioni di oggi.
Non v’e’ dubbio, tuttavia, che discrimine tra il “come eravamo” e il “come saremo” (o meglio il “come vorremmo essere”) è stato il Congresso di Bari del novembre 2012, quello che, lo ricorderete, con una mozione approvata a maggioranza, scelse di dare una bella spinta alla riforma forense in discussione in Parlamento, poi approvata solo un paio di mesi dopo , l’ultimo giorno utile della legislatura.
Riforma epocale, fu definita. O anche commovente.
Ma oggi, a distanza di quasi due anni, che cosa e’ cambiato, per noi avvocati?
E se qualcosa e’ cambiato, siamo proprio sicuri che sia cambiato in meglio?
Non voglio sprecare il poco tempo che mi è concesso dalla Presidenza a parlare di ciò che non è e di ciò che avrebbe dovuto (e potuto) essere.
Ci era stato promesso che con la riforma l’avvocatura avrebbe potuto riscattarsi da una situazione difficile nella quale , complici i poteri forti di questo Paese, era precipitata. Che la riforma ci avrebbe proiettato verso la modernita’ e, contemporaneamente, messi al sicuro da ulteriori aggressioni. Da chiunque esse provenissero.
Oggi, a distanza di due anni, tutto questo ancora non accade.
Mentre continua, inesorabile, un certo nostro declino del quale , ne converrete, non si intravede la fine.
Intanto, passiamo per essere (ma forse lo siamo?) una delle categorie professionali piu’ conservatrici di questo Paese, assolutamente avvitata su se stessa, preoccupata piu di mantenere intatto ed inalterato lo status quo che non di allargare i propri orizzonti e trovare nuovi spazi lavorativi.
Non sempre e’ colpa di chi, dall’esterno, non ci e’ amico. A volte, anzi spesso, siamo noi stessi a chiudere alla modernita’, salvo poi a guardare, con un po’ di invidia, chi ha piu’coraggio di noi.
Scontiamo una organizzazione del nostro lavoro antiquata , disaggregata, con costi esorbitanti, che ci impedisce quelle economie di scala che, in una crisi economica cosi’ devastante come quella che ci colpisce ormai da anni, potrebbero aiutarci a superare le difficolta’ .
Le altre professioni contano su forme di organizzazione associative e societarie, anche interprofessionali, che le rendono competitive sul mercato, anche solo nazionale, dei servizi professionali. Utilizzano sistemi di comunicazione e di pubblicita’ leggeri, che arrivano facilmente ai clienti – consumatori e occupano spazi che noi non riusciamo piu’ a presidiare.
Spesso, troppo spesso non perche’ qualcuno dall’esterno ce lo vieti, siamo noi stessi, le nostre istituzioni, ad imporre a noi stessi regole rigide che, mi perdonerete, sono ormai anacronistiche. E per cio’ stesso, irrimediabilmente dannose.
Non ha senso , nel 2014, continuare ad impedire agli avvocati di costituire societa’ , anche e soprattutto, interprofessionali,per l’esercizio dell’attivita’ forense, quando la stessa Riforma all’art.4 prevede la possibilita’ di associarsi con altri professionisti.
Non ha senso condannare gli avvocati ad una dimensione artigianale, ormai non piu’ competitiva , che infine mette concretamente in pericolo anche la possibilita’ di accedere a quelle risorse che , per la prima volta, la Comunita’ Europea destina alle professioni e quindi anche a noi.
La crisi economica ha stremato il Paese.
L’avvocatura boccheggia. Soprattutto quella giovane e donna.
Guardiamo ai dati diffusi da Cassa Forense . I redditi degli avvocati sono in calo mediamente del 25% negli ultimi tre anni e questo dato negativo non e’ destinato a migliorare nel breve periodo.
30.000 colleghi , sul totale di 180.000 iscritti a Cassa, sono in difficolta’ con il pagamento dei contributi previdenziali.
Questo e’ un momento straordinario, e occorrono misure straordinarie per superarlo.
Una visione appena appena piu’ moderna consentirebbe una ottimizzazione delle risorse disponibili, una distribuzione piu’ giusta della forza lavoro e per cio ‘ stesso, probabilmente , anche un calo delle tensioni che attraversano l’intera categoria.
E’ giunto il momento di affrontare con chiarezza e una volta per tutte lo scottante problema dei cd. sans papier, ovvero di quei colleghi che lavorano in regime di monocommittenza all’interno di studi legali , dipendenti di fatto ma non di diritto, che non hanno tutele di nessun genere e che sono stati colposamente ignorati nella legge del 2012.
Non fa onore a tutti noi che nei nostri studi si consentano situazioni simili ma, soprattutto, che sia una legge dello Stato, da noi ispirata, a consentirlo.
Modernizzando le forme di esercizio della professione e rimuovendo l’anacronistico divieto dell’avvocato dipendente negli studi legali, potrebbero favorirsi aggregazioni economicamente piu’ forti, che divenissero esse stesse traino di una diversa organizzazione del lavoro, in grado di sviluppare elementi positivi e di crescita. Le specializzazioni sono alle porte, i nostri studi cambieranno anche per questo, ci servono come il pane regole che ci mettano in condizione di competere con gli altri ad armi pari.
Ma nessuna crescita socio economica che abbia queste caratteristiche sara’ mai possibile, se non sara’ affiancata da una crescita e una maturazione culturale che ci porti, finalmente, ad avere il coraggio di abbandonare vecchi ed obsoleti stereotipi, che tanto pesano sulla immagine che , nostro malgrado, finiamo per dare all’esterno.
Lo hanno detto Ubaldo Perfetti e Daniele Grasso, prima di me.
La nostra e’ una governance vecchia, identica nei meccanismi di elezione, pensati per pochi, a quella che fu regolata nel’33. E oggi , senza nulla togliere alle persone che la compongono, non e’ piu’ adatta ad interpretare le esigenze professionali di una categoria dai numeri cosi’ consistenti come la nostra e, soprattutto, dalle anime cosi’ diverse.
Il Congresso di Bari, ricorderete, ci disse anche questo.
Che , superata quella che i piu’ consideravano una emergenza, occorreva iniziare subito a lavorare per porre rimedio alle criticita’ della legge piu’ evidenti, che tutti, indistintamente, riconoscevano.
La governance istituzionale, appunto, lo squilibrio tra il trattamento riservato in piu’ punti dalla legge alle giovani generazioni e quello assicurato alle generazioni piu’ avanti nell’eta’, una maggiore considerazione del genere solitamente meno rappresentato.
Non posso non chiedermi perche’ quella volonta’ congressuale sia stata cosi’ clamorosamente ignorata.
E me lo chiedo soprattutto perche’ quella riforma mostra, oggi, piu’ che mai, tutta la sua inadeguatezza.
Nessuno dei 15 regolamenti ministeriali ha ancora visto la luce, e le poche bozze che circolano presentano criticità molto consistenti.
Anche i regolamenti di competenza del CNF non sembrano intercettare appieno il sentiment della maggioranza degli avvocati, se e’ vero che di alcuni di essi si lamentano i giovani (penalizzati tutti quelli iscritti dopo il 2004 dal regolamento per l’acquisizione del titolo di cassazionista) e le donne (che pur essendo la maggioranza dei nuovi iscritti almeno da 10 anni a questa parte sono state fortemente penalizzate ad esempio dalle regole sulla elezione dei CDD).
E cosi’, tra il timore di fare un passo avanti verso la modernita’ e la tentazione di farne due indietro verso un mondo che non esiste piu’, continuiamo nostro malgrado a subire una deriva aziendalista per effetto della quale sempre piu’ il nostro mondo e’ governato dai numeri.
Occorrono riforme perche’ le cause sono troppe. E le cause sono troppe, perche’ gli avvocati sono troppi.
Non perche’ gli organici dei magistrati sono ridotti all’osso, non perche’ l’eta’ media dei dipendenti amministrativi supera i 50 anni, non perche’ le risorse e le energie pure presenti negli uffici si disperdono in mille rivoli che nessuno si prende la briga di organizzare.
Eppure siamo stati noi avvocati, anche con il supporto dei nostri Ordini (e di questo va loro reso ampiamente merito), a consentire che partisse regolarmente il PCT , accollandoci responsabilmente una serie di costi e di attivita’ che la macchina statale non sarebbe mai stata in grado di reggere.
Siamo noi avvocati che svolgiamo costantemente funzioni di supplenza e di collaborazione nell’ambito della giurisdizione.
Siamo noi avvocati (stavolta assieme ai giudici) ad aver subito 17 riforme del processo civile dagli anni 90 in avanti e ad aver avuto la capacita’ di applicarle.
E allora, se tutto questo e’ vero, se moltissimo di quello che accade nei luoghi dove si amministra giustizia e’ merito nostro, o anche a volte nostra responsabilita’, e se invece dall’esterno tutto quello che facciamo , con sacrificio e senso di abnegazione, non ci viene riconosciuto, anzi , accade l’esatto contrario, e’ del tutto evidente che, assieme a tutti gli altri, abbiamo anche un enorme problema di rappresentanza politica. E’ del tutto evidente che chi si e’ presentato nei luoghi della politica a parlare in nome di tutti gli avvocati , e non faccio distinzione tra la rappresentanza istituzionale e quella politica, non e’ riuscito a raggiungere l’obbiettivo.
Proprio a Venezia, nel 1994, nasceva l’idea della rappresentanza unitaria, come momento di sintesi tra le varie anime dell’avvocatura, ordini, associazioni e Consiglio Nazionle Forense. Questa idea negli anni e’ stata coniugata in modi diversi, anche molto diversi. E comunque , senza voler entrare nel merito delle numerose responsabilita, oggi i risultati sono questi : una perdita secca di prestigio sociale, autorevolezza e credibilita’ politica.
Questo Congresso e’ stato convocato anche per prendere finalmente atto che quella idea non ha prodotto i risultati che tutti ci aspettavamo. Cerchiamo di liberarci delle fatidiose ipocrisie che spesso connotano il nostro mondo, a volte dettate da ambizioni e mire personali che non fanno onore a tutti noi. Quel modello non ha funzionato.
Discutiamone, serenamente, senza essere ne’ preconcetti e ne’ prevenuti.
Cerchiamo la soluzione e, se e’ possibile, troviamola. Anche a costo di sopportare qualche sacrificio, sapendo che lo facciamo nell’interesse di tutti gli avvocati e non solo di alcuni.
Diversamente ci condanniamo, da soli, alla irrilevanza sociale, politica ed economica per i prossimi venti anni almeno.

Ester Perifano, Venezia 9 ottobre 2014