L’attività professionale nel mercato sovranazionale. L’internazionalizzazione degli studi

Per parlare di futuro è necessario partire dal recente passato ed in particolare dall’analisi evolutiva dell’avvocatura, che, da esponente privilegiata della cultura liberale della prima parte del secolo, è stata poi fortemente ridimensionata durante il regime fascista in Italia, ove non c’era spazio né per i diritti individuali né per le libere professioni.

Con la nascita dello Stato Repubblicano, in una prima fase, i diritti sono stati assicurati dallo Stato, dalla pubblica amministrazione, dai partiti, dai sindacati e dai patronati. La cultura prevalente è stata statalista e c’è stato poco spazio per chi veniva chiamato a difendere individualmente diritti dei singoli.

Successivamente, a partire dalla metà degli anni Settanta, gli avvocati hanno progressivamente ripreso a conquistare un ruolo sociale, portando con sé competenza tecnica, capacità di rapporto con i cittadini e solide relazioni sociali, andando di poi, pian piano, ad indebolirsi nuovamente, poiché mancava una riflessione riformatrice che li riguardasse.

L’intensificazione degli scambi commerciali all’interno dell’Unione Europea, dovuta al progressivo completamento ed al successivo ampliamento del Mercato Unico, ha determinato un’avvocatura italiana a due velocità, con conseguente e sensibile differenziazione della condizione economica e della rilevanza sociale degli appartenenti alle due categorie.

Da un lato ci sono gli avvocati non specializzati, che esercitano la professione in settori professionali a basso valore aggiunto, dal contenuto seriale e standardizzato, in cui la concorrenza sul prezzo fra professionisti è elevata.

Dall’altro vi sono avvocati che operano sia giudizialmente che stragiudizialmente in settori di nicchia, in cui la concorrenza è scarsa, con conseguente aumento della redditività dell’attività professionale.

Tale seconda categoria di professionisti molto spesso accresce la propria considerazione nel mercato della professione forense anche grazie alla propria capacità di assistere la clientela non solo in Italia, ma anche nelle attività di consulenza implicate nei processi di internazionalizzazione in corso in questi anni.

E’, infatti, sempre più frequente ed inevitabile il trasferimento delle attività industriali e, in molti casi, anche del settore terziario al di fuori dell’Italia per usufruire di migliori infrastrutture, minori tasse e un minor costo del lavoro, così come è sempre più frequente che molti hanno legami con persone che non solo hanno cittadinanza straniera ma sono di cultura o religione diversa (matrimoni misti, adozioni ed affidi internazionali ecc): la realtà economica e sociale odierna pone problematiche sempre nuove e complesse.

Il processo che ha portato ad una sempre maggiore armonizzazione delle diverse legislazioni, non solo a livello europeo, ha posto l’avvocato di fronte ad una doppia sfida: quella di aggiornarsi, studiando convenzioni internazionali, decisioni quadro UE, accordi bilaterali ecc. e quella di proporsi come un concreto punto di riferimento per quanti entrino in contatto con le legislazioni di altri stati.

Per evitare di perdere posizioni di mercato e anzi per tentare di acquisirne di nuove, l’avvocatura italiana deve quindi inevitabilmente mettersi al passo con i tempi ed essere in grado di assistere la propria clientela nel mutato contesto economico, sia a livello europeo che internazionale e concorrere con i colleghi dei vari paesi membri dell’Unione nell’offerta di servizi legali.

Si badi bene, tale processo di innovazione se è indispensabile nei settori professionali ad alta specializzazione lo è anche nei servizi professionali standardizzati. Negli ultimi anni, infatti, abbiamo assistito all’installazione sul territorio nazionale di diversi studi legali internazionali, che, valendosi di una migliore organizzazione rispetto alla nostra miriade di piccoli studi professionali, spesso mono nucleari, e, quindi, di vantaggiose economie di scala, possono offrire consulenza e assistenza giudiziale routinaria a basso costo.

Inoltre, anche nelle materie routinarie e ripetitive, quali il recupero crediti e per certi versi la materia fallimentare, anche alla luce della sempre più frequente delocalizzazione delle nostre imprese, assistiamo con maggiore frequenza a profili di interazione fra sistemi giuridici differenti.

La professione forense amplia, così, il proprio orizzonte oltre i tradizionali confini regionali e nazionali.

L’internazionalizzazione degli avvocati non è più legata solo a quella delle imprese e non riguarda più solo l’avvocato d’affari ed i tradizionali settori dell’arbitrato internazionale e del diritto commerciale e societario ma coinvolge sempre più, oltre che il settore civile in generale, anche quello penale.

Tanto premesso, a fronte del contesto economico in evoluzione, qual è la funzione e il ruolo che deve giocare un sindacato moderno e interessato al futuro dei propri iscritti come è l’Associazione Nazionale Forense?

La risposta a tale domanda va articolata su più livelli.

Formazione universitaria, accesso e modelli professionali da rivedere

In primo luogo siamo chiamati a riflettere sulla nostra formazione universitaria.

L’avvocato, infatti, deve essere preparato ad operare anche al di fuori del contesto nazionale o a relazionarsi con il resto del mondo sin dall’inizio del corso di studi in Giurisprudenza.

Di conseguenza il programma di studi dovrebbe essere modificato eliminando le materie di fatto inutili e implementando non solo l’uso della lingua inglese, ma anche lo studio del diritto dell’Unione Europea e il diritto internazionale, avendo cura di istituire protocolli d’intesa con le università straniere. Si dovrebbe, inoltre, avere maggiore considerazione per le tecniche di negoziazione e mediazione, strumento indispensabile per muoversi con più efficacia e consapevolezza a livello internazionale.

E’ necessaria la formazione di un modello professionale ad hoc e la costituzione di una rete di operatori del diritto specializzati, anche attraverso la conoscenza dei diversi sistemi di diritto, politici, sociali e culturali.

Si dovrebbe, quindi, promuovere la formazione di una figura professionale specializzata, volta ad assistere le imprese nel processo d’internazionalizzazione e la formazione di un giurista specializzato nella risoluzione delle controversie tra i soggetti economici che operano in realtà diverse.

In secondo luogo è opportuno riflettere sull’accesso alla professione e sulla pratica forense.

In particolare bisognerebbe attribuire maggior valore allo svolgimento della pratica professionale all’estero estendo il periodo riconosciuto dai sei mesi, previsti dall’art. 41 della l. 247/2012, ad almeno 12 mesi. Si dovrebbe, inoltre, consentire lo svolgimento della pratica anche al di fuori dell’Unione Europea. Attualmente, ad esempio, la pratica forense svolta negli Stati Uniti non ha alcun valore in Italia.

Sarebbe, infine, opportuno prevedere all’interno dei corsi di formazione per l’accesso alla professione di avvocato, di cui all’art. 43, l. 247/2012, alcuni moduli relativi all’insegnamento dell’inglese giuridico.

In terzo luogo il sindacato del futuro deve riflettere sul tema della formazione continua professionale, che deve essere vista non come un proforma, ma come uno strumento di reale aumento delle competenze e delle possibilità di crescita professionale dell’avvocato.

In tale ottica la formazione continua gestita dalle associazioni forensi dovrebbe fornire all’avvocato gli strumenti indispensabili per poter operare sul mercato internazionale. Di conseguenza nei programmi formativi bisognerebbe implementare non solo lo studio della lingua inglese e, in particolare dell’inglese giuridico, ma anche del diritto dell’Unione Europea e delle tecniche di negoziazione.

In quarto luogo sarebbe opportuna una riflessione sulla governance dell’avvocatura e, in particolare sul ruolo degli ordini forensi nel processo di internazionalizzazione.

Bisognerebbe ad esempio pensare ad implementare le funzioni degli ordini da mero organo di controllo amministrativo a strumento di riferimento per facilitare e garantire la qualità e la serietà delle relazioni professionali fra colleghi di stati diversi.

Da ultimo l’analisi del fenomeno dell’internazionalizzazione non può prescindere da una riflessione sull’organizzazione degli studi legali.

A tal proposito bisognerebbe effettuare un’analisi comparata a livello europeo sull’esercizio in forma societaria della professione forense, alla luce dello schema di d.d.l. concorrenza all’esame del Parlamento e della mozione congressuale approvata al Congresso di Venezia, che caldeggiava la possibilità di costituire società di capitali multidisciplinari alle quali possono partecipare anche avvocati.

Non si può prescindere, infine, dal trattare il tema dei fondi strutturali europei quale possibilità di finanziamento e sviluppo, anche sotto il profilo dell’internazionalizzazione, degli studi legali.

In questo scenario modificato, è necessario, quindi, cogliere le occasioni di rinnovamento della professione, che, in primo luogo, derivano dall’accresciuta importanza che i servizi professionali rivestono nelle moderne società avanzate.

L’internazionalizzazione dei mercati e la diffusione delle nuove tecnologie dell’informazione hanno conferito infatti un rilievo crescente ai servizi professionali in genere, ed a quelli legali in particolare, determinando un’espansione notevole e costante della domanda.

Dinanzi a questa realtà, il perseguimento dell’obiettivo dell’uniforme regolamentazione a livello europeo della professione forense si scontra con la recente legge professionale, la 247/12, che, inevitabilmente, ove il legislatore ordinario non intervenisse, verrà travolta dalle liberalizzazioni e dalla concorrenza, che tendono alla creazione di un’attività professionale moderna, basata sulla qualità del servizio reso, sulla trasparenza e sul rigoroso rispetto della deontologia professionale, su un’apertura al mercato garantita dall’adeguatezza delle forme organizzative e delle modalità di esercizio della professione.

Un diverso atteggiamento, che comportasse una chiusura del sistema da questo punto di vista, comporterebbe disparità di trattamento e distorsioni della concorrenza fra gli avvocati degli Stati membri.

PAOLA FIORILLO & GIOVANI BERTINO (Direttivo Nazionale ANF – Associazione Nazionale Forense)

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