L’avvocato, una professione da reinventare

avv_pacificoA condizionare il futuro della professione saranno fattori diversi dalla rappresentanza politica, per quanto ottimale che sia

Nei prossimi anni saranno non poche le professioni destinate a sparire, così come molte altre ne nasceranno ”, mi diceva in occasione di un recente convegno Andrea Granelli, consulente che si occupa di innovazione e customer experience, con un passato nello start up di aziende come tin.it ed un presente in Kanso. Aggiun-gendo poi: “I liberi professionisti sono una categoria colta ed attenta , non possono non avere la percezione di ciò che sta accadendo nel mondo. Gli avvocati, tra questi, sono tra coloro che meglio possono coglie- re, anche attraverso i casi che vengono loro sottoposti, i segnali del cambiamento. Ed allora dovete essere bravi a individuare dei nuovi modelli professionali, più rispondenti alle esigenze di una società che è ormai un continuo divenire, insomma dovete <rein-ventare> la vostra professione”.

E’ nel senso di queste parole che l’avvocatura dovrà pensare al suo futuro perché certe mutazioni nel mondo delle libere professioni sono ormai già in atto ed è illusorio pensare di poterle fermare o contrastare.

In ANF di un nuovo “modello professionale” di avvocato si parla da tempo, forse da una decina d’anni, almeno a tanto risalgono le prime “previsioni” di Antonio Leonardi e Bruno Sazzini, due colleghi attenti alle cose dell’avvocatura e che prima di altri hanno cercato di richiamare l’attenzione sulla necessità che la categoria cominciasse ad ipotizzare appunto un nuovo modello di avvocato destinato ad operare anche al di fuori della giurisdizione. Su questo percorso i timori per l’avvocatura riguardano sia fattori esterni che questioni endogene. Da una parte non sono pochi i fronti di ostilità che gli avvocati sono e saranno chiamati sempre più frequentemente a fronteggiare. È da tempo, ad esempio, che certi poteri forti dell’industria e della finanza vanno affermando che degli avvocati si può fare anche a meno, che in fondo si tratta di una categoria non più indispensabile. Sarà una provocazione ? Forse si e forse no. Come pure abbastanza frequenti cominciano ad essere le “invasioni di campo” da parte di altre categorie professionali, interessate a conquistare settori fino a poco tempo fa di esclusiva competenza dell’avvocatura. Per altro verso, sul fronte interno, va detto che gli avvocati non hanno fatto poi molto per tutelarsi adeguatamente , refrattari come in gran parte sono ad ogni forma di adattamento alle mutate esigenze di una società in continua e rapida trasformazione, restii a prendere coscienza che altre sono le caratteristiche di un moderno consulente legale. Qualche esempio ? Il difficile approccio col PCT, l’ostinato contrasto alle società professionali, con o senza socio di capitale, alla multidisciplinarietà, etc. etc. Al Congresso di Rimini si dovrebbe parlare anche e soprattutto di questi temi ed invece, stando alle premesse, si finirà, tanto per cambiare, per incaponirsi ancora una volta sul tema stantìo della rappresentanza politica, sul destino (segnato) dell’OUA, sulle ambizioni politico-elettorali dei soliti “noti”, che evidentemente ritengono tutto ciò ben più importante delle sorti della professione.

Avvocatura e Rappresentanza Politica

La rappresentanza politica dell’avvocatura è un tema che mi appassiona sempre meno. Non che non sia dell’avviso che una migliore rappresentanza, anzi la migliore rappresentanza, non gioverebbe all’avvocatura, tutt’altro. Ma sono altrettanto convinto che da una parte l’attuale sistema elettorale non consente e non consentirà , a meno di radicali e per questo forse improbabili cambiamenti, all’avvocatura di essere rappresentata al meglio. Per altro verso ho la ferma convinzione che altri e ben diversi saranno i fattori che condizioneranno il futuro della professione. La questione del riconoscimento della rappresentanza politica ricorre ormai ad ogni congresso, oggetto delle continue ed interessate attenzioni di vari rappresentanti delle istituzioni per i quali, evidentemente, l’ulteriore investitura a rappresentante politico della categoria sembra rivestire carattere di priorità assoluta. Il timore è che riservare anche la rappresentanza politica alla stessa espressione dell’avvocatura istituzionale sia come servire in fondo la stessa pietanza, anche se su un tavolo diverso, agli stessi commensali. Occorrerebbero regole diverse, idonee a garantire capacità adeguate, meritocrazia, ricambio, trasparenza, incompatibilità, ma questa esigenza resterà probabilmente insoddisfatta perché cambiare le regole potrebbe significare anche cambiare certi protagonisti. La categoria sta vivendo una fase di gravissima difficoltà, fa fatica ad adeguarsi culturalmente e strutturalmente a cambiamenti sociali epocali, al sopraggiungere di nuove regole dettate precipuamente dalle ragioni dell’economia. Al Congresso dell’ANF tenuto lo scorso anno a Bergamo un qualificato esponente del mondo della finanza ha detto che oggi, in una societa dall’economia globalizzata, c’è bisogno di consulenti professionali, e dunque anche di avvocati, al passo con i tempi, che conoscano il diritto comunitario, che parlino bene le lingue straniere, che dispongano di organizzazioni di lavoro adeguate, che siano disponibili alla mobilità. Basterebbero già questi parametri per capire che la gran parte di noi é già fuori mercato, almeno in questi settori, che sono poi tra quelli più vitali per la professione. Ed adeguarsi non sarà cosa agevole proprio perche non si tratta, per lo meno non solo di un adattamento a nuove regole ma più complessivamente di una mutazione culturale che di per se richiede, come è normale che sia, tempi non brevi. In questo percorso non ci soccorre l’università, che continua a sfornare laureati in giurisprudenza privi di specificità, generalisti ante litteram che avranno le loro difficoltà ad inserirsi in un sistema sempre più evoluto e diversificato anche per quanto riguarda il diritto. E non ci soccorrono adeguatamente neppure le forme di aggiornamento tradizionali, quelle dei crediti formativi per intenderci, che continuano a privilegiare percorsi che non danno ancora la giusta rilevanza e considerazione ad un diritto ed a un’economia ormai transnazionali. Non si può non pensare, insomma, che a condizionare il futuro della professione saranno soprattutto fattori diversi dalla rappresentanza politica, per quanto ottimale che sia, dell’avvocatura. Come pure c’è da prendere atto che il futuro delle professioni si giocherà anche e soprattutto sul fronte delle specializzazioni e dell’organizzazione del lavoro, sui quali pure siamo in ritardo. Alcune categorie, segnatamente quelle tecniche e sanitarie, sono più avanti su questo cammino, altre dovranno necessariamente adeguarsi, tra queste l’avvocatura, si tratta di un aspetto vitale e determinante.

L’avvocato e il dilemma della giurisdizione

Di miglior interesse per la base dell’avvocatura dovrebbe essere l’altro tema congressuale, quello della “giustizia senza processo, la funzione dell’avvocatura”. Anche di questo parliamo diffusamente in questo numero della Rassegna, con interventi qualificati e, come è giusto che sia, di diversa sensibilità e prospettiva. Il dato di partenza certo è che sul fronte della cd. degiurisdizionalizzazione non si tornerà indietro, e dunque è determinante decidere come andare avanti. In ballo c’è molto, praticamente le sorti dell’avvocatura, che se all’interno della giurisdizione ha ruoli e funzioni insostituibili, al di fuori dovrà progressivamente rinunciare a certe sue connotazioni oggi essenziali, trovandosi nella condizione di dover ridisegnare quel nuovo modello professionale cui prima si accennava. Di questo rilevante argomento la Rassegna degli Avvocati Italiani si è occupata ed interessata da tempo. Ricordo solo alcuni titoli ed interventi, ad esempio un mio editoriale sul n. 1/2013 dal titolo “Non di sola giurisdizione l’avvocato vivrà”, articoli comparsi sempre nel 2013 a firma di Bruno Sazzini (“Avvocati al tempo della crisi, l’incertezza di un ruolo”,) e di Giuliana Romualdi (La professione di “avvocato”  tra passato, presente e futuro”), un altro editoriale del 2014 titolato “Metamorfosi di una professione”, e poi note di Paola Fiorillo (Arbitrato, mediazione e negoziazione, il disimpegno dello Stato dalla giurisdizione pubblica”), Andrea Noccesi nel 2015 (“Dentro e fuori la giurisdizione , tra processo e sistemi alternativi di risoluzione delle controversie”), Angelo Santi nel 2015 (“L’avvocato fuori del processo”). In suo articolo comparso sul n. 1/2014 (“oltre il mercato, ma con regole e diritti”), Vincenzo Improta si chiedeva se siamo convinti della tesi per la quale solo contribuendo ad andare oltre il mercato gli avvocati diverranno protagonisti del cambiamento. Le sue parole mi riportano a quelle di Andrea Granelli cui facevo cenno in apertura, sulla necessità non solo di adeguamento al cambiamento ma di “reinventare” la professione, di avere la capacità di ridisegnare un diverso modello di avvocato che possa restituirci un ruolo confacente nella società del presente e del domani. Il mercato moderno, affermava Improta, per funzionare ha bisogno di istituzioni, di regole per il lavoro, di sanzioni contro i monopoli, di norme a tutela dell’ ambiente, così come delle istituzioni di controllo, dalle autorità ad hoc alla magistratura. Spazio d’azione insomma ce n’è, chi intende guidare politicamente l’avvocatura non potrà venir meno a queste aspettative.

di Marcello Pacifico

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