L’impossibilità di valutare i magistrati italiani

Il Foglio, di Ermes Antonucci –

Non sembra proprio esserci spazio per una valutazione dell’operato dei magistrati in Italia. Dal 2008 le toghe italiane sono tenute a sottoporsi ogni quattro anni a valutazioni formali sulla loro professionalità, necessarie a permettere gli scatti di anzianità e dunque di stipendio. Formali perché, nella sostanza, i giudizi forniti prima dai consigli giudiziari e poi dal Consiglio superiore della magistratura finiscono per consistere nella quasi totalità dei casi in una mera celebrazione copia-incolla dei meriti di giudici e pm, spesso palesemente slegata dai risultati effettivamente ottenuti da quest’ultimi. Due anni fa, Luigi Ferrarella calcolò sul Corriere della Sera che dal 2008 al 2013 sono state effettuate dal Csm 9.535 valutazioni e che solo in 145 casi il giudizio dell’organo di autogoverno dei magistrati è stato “non positivo” o “negativo”. Un’evenienza quindi rarissima, che peraltro comporta soltanto un rinvio, rispettivamente di uno e due anni, della valutazione del magistrato (e del suo scatto stipendiale). Così, nonostante il periodico emergere di episodi di malagiustizia, errori e leggerezze da parte delle toghe, le valutazioni nei confronti dei magistrati continuano a essere quasi tutte appiattite su giudizi entusiasticamente positivi, risultando inutili per le loro stesse finalità: chi promuovere se sono tutti “eccellenti”? Ci pensano le correnti togate… Che le valutazioni di professionalità rappresentino ormai vuoti formalismi privi di qualsiasi utilità sostanziale lo dimostra il caso, paradossale, delle valutazioni effettuate dal Csm nei riguardi dei magistrati posti fuori ruolo, come quelli impegnati in politica. L’ex toga Anna Finocchiaro, ad esempio, ha ottenuto nel corso dei suoi ventotto anni di carriera in Parlamento ben sette valutazioni di professionalità positive, il massimo previsto in termini di progressione di carriera per i magistrati. In tutte queste verifiche, il Csm ne ha certificato “l’indipendenza, imparzialità ed equilibrio, ma anche capacità, laboriosità, diligenza e impegno dimostrati nell’esercizio delle funzioni espletate” (anche se non si comprende di quali funzioni si stia parlando, dato che quelle giudiziarie non sono esercitate da Finocchiaro da più di un quarto di secolo). Il meccanismo di valutazione è talmente ridicolo che persino il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, non ha potuto fare a meno di profilare negli ultimi tempi un intervento legislativo in materia. A margine di un convegno organizzato dal Consiglio nazionale forense lo scorso 13 settembre, il ministro ha aperto alla possibilità di “introdurre una presenza con voto dell’avvocatura nei consigli giudiziari”, riconoscendo che la verifica delle capacità dei magistrati “non può prescindere dal giudizio di tutti coloro che sono chiamati alla valutazione della funzionalità in concreto degli uffici”. In altre parole: dato che i magistrati hanno dimostrato di non essere capaci di valutare la professionalità dei loro colleghi in modo obiettivo, preferendo rinchiudersi in un’esaltazione acritica del loro operato, si consenta anche agli avvocati, protagonisti in prima linea della vita nella aule di giustizia, di esprimere la propria opinione sulla condotta professionale dei magistrati. “Si tratta di aprire una dialettica nella quale non vedo alcun pericolo per l’autonomia e l’indipendenza della magistratura”, ha aggiunto Orlando in maniera molto fiduciosa. Niente da fare: quattro ore dopo, in serata, il plenum Csm aveva già bocciato gli emendamenti con cui si proponevano aperture sul diritto di voto agli avvocati, inclusa la proposta avanzata dal primo presidente della Cassazione, Giovanni Canzio, il quale aveva evidenziato – invano – che “il tavolo della giustizia non può essere sbilenco” e che “la ricchezza dei contributi non può che migliorarne la qualità”. Una speciale categoria di funzionari pubblici, in Italia, ha deciso di proseguire con il suo corporativo – e irresponsabile – quieto vivere.