L’ingorgo tributario

Corriere della Sera, di L. Ferrarella –

A guardare le statistiche della Cassazione, delle due l’una: o i giudici lavoreranno più di quanto già facciano, e allora sarà impossibile che la qualità delle decisioni non ne risenta e che la produttività non sconfini in aziendalismo, oppure lavoreranno meno di quanto oggi facciano, e allora, assediati da un contenzioso sempre più tracimante, la loro Cassazione verrà espugnata da una mole di ricorsi senza eguali in alcuna altra Corte suprema al mondo.
Basta entrare nei numeri, omogenei nell’essere qui sempre riferiti al periodo tra gennaio e ottobre 2017, a raffronto dei medesimi 10 mesi del 2015 e del 2016.
Numeri a volte contr
o-intuitivi (specie in una cornice mentale che suole abbinare l’idea di lentezza all’apparato giudiziario), come nel dato che mostra che nel penale la Cassazione lavora invece in tempo reale: nel 2017 sta cioè trattando ricorsi presentati appena quest’anno, giacché solo il 2,7% dei circa 31.000 ricorsi pendenti sono «vecchi» del 2016 e solo lo 0,1% del 2015.
È il risultato di una tempistica che, se si potessero comparare Corti supreme nazionali invece incomparabili (alcune con poche decine di ricorsi l’anno, altre con forti limiti ai ricorsi, altre con accesso solo ad avvocati specializzati), sarebbe da record europeo di durata tra l’iscrizione del fascicolo in Corte e l’udienza: sette mesi scarsi, 200 giorni spaccati, 14 giorni meno di quanti ne occorressero nel 2015 e 38 giorni meno di quelli necessari nel 2016, con la prescrizione che mangia qui solo l’1,2% dei fascicoli.

La valanga dei ricorsi
Eppure sulla Corte, nei primi dieci mesi di ciascun anno, si sono abbattuti 44.824 nuovi procedimenti nel 2015 e 43.896 nel 2016, saliti quest’anno a 47.863. Se la Cassazione non affoga è solo perché i suoi giudici, a colpi di 480 processi definiti in media a testa, sono riusciti a quasi pareggiare l’ondata, e cioè a smaltire un quasi pari numero di processi: 42.445 nel 2015, addirittura 47.055 nel 2016, e ancora 46.618 nel 2017. Tradotto in «indice di ricambio», vuol dire che, per 100 fascicoli entrati, nel 2015 ne sono usciti 94,7, ben 107,2 nel 2016, e ancora un buon 97,4 quest’anno.
Il risultato è che nel triennio la Cassazione è riuscita a rosicchiare almeno un poco le proprie pendenze penali di fine stagione: se alla fine dei primi dieci mesi del 2015 c’erano 36.522 processi da fare, nel 2016 sono scesi a 32.821, e oggi sono 31.594.
Nel settore civile, invece, se le statistiche fotografano la medesima rincorsa dei giudici di Cassazione a reggere l’urto di 24.000 ricorsi nei primi 10 mesi in considerazione, a pesare di più è la mostruosa pendenza accumulatasi, ben oltre ormai quota centomila. E così anche l’inversione di rotta di questo 2017 — che sta definendo un numero di cause (25.234) maggiore del numero di nuove cause iscritte (24.545), e che sta migliorando sia il 2015 (22.334 cause smaltite contro 24.883 nuove) sia il 2016 (21.986 contro 24.130) — non è servita ad arginare la crescita dello stock di procedimenti pendenti, che nel 2015 erano 100.792 e oggi sono già 106.860.
Il ritardo del civile
Ma più dei dati aggregati, contano due scomposizioni. La prima mostra quanto siano «anziane» le cause dentro quello stock di 106.860: accanto alle 24.000 appena iscritte nel 2017 e alle altre 24.000 datate 2016, già 18.802 sono state presentate nel 2015, ben 16.102 appartengono al 2014, ancora 11.703 risalgono al 2013, addirittura 7.132 recano la polvere del 2012, ce ne sono persino 3.378 del 2011, e ai collezionisti non mancano 775 cause del 2010.
Il risultato è una durata media di definizione dei processi civili che, pur continuamente limata al ribasso, resta alta, specie se ad abbassarla parecchio (fino a 3 anni e 2 mesi) è il mezzo «doping» statistico del considerare anche i tempi tutti particolari delle peculiari Sezioni unite: se infatti si considerano invece i tempi delle singole sezioni al netto delle Sezioni unite, ecco che la durata media si attesta sui 4 anni 1 mese 28 giorni. Sempre troppo, pur se 2 mesi meno del 2016 e 6 mesi meno del 2015.
Il caso del tributario
La seconda scomposizione da fare è per materie: il 48% di tutte le cause civili pendenti in Cassazione — cioè 51.400 nei primi dieci mesi — sono tributarie, tanto che la corrispondente sezione, nonostante ogni giudice scriva in media più di 220 sentenze all’anno, impiega in media 5 anni 3 mesi e 2 giorni (da aggiungere ai già 2 anni e 8 mesi del primo grado e ai 2 anni del secondo grado). Una proiezione statistica, evocata dal presidente uscente della Cassazione Giovanni Canzio — che dopo la controversa proroga dell’anno scorso andrà in pensione a fine dicembre come pure il presidente aggiunto Renato Rordorf —, paventa che nel 2025 le tributarie saranno il 64% di tutte le cause in Cassazione.
Non è soltanto una questione per maniaci del calendario: al contrario, poiché il valore teorico dei ricorsi presentati in Cassazione ad esempio nel triennio 2013-2015 ammonta a 21 miliardi di euro, e poiché le serie statistiche mostrano che l’amministrazione pubblica tende a vincere il contenzioso tributario 7 volte su 10, ciò significa che lo Stato, disinteressandosi dell’emergenza tributaria che grava sulla Cassazione, di fatto sta dilazionando o persino rinunciando a (potenzialmente) incassare somme degne di una manovra finanziaria.

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