L’intervento del Segretario Generale ANF al XXXIV Congresso Nazionale Forense di Catania (5 ottobre 2018)

Salutiamo con favore le parole che abbiamo ascoltato ieri nella giornata inaugurale di questo XXXIV Congresso Nazionale Forense.
Un forte richiamo al confronto tra idee, alla dialettica per dirimere i conflitti e all’avvocato che non va in cerca di consenso, in un momento storico in cui la società, la politica, la giurisdizione e la professione, già interessate da profonde trasformazioni, sembrano destinate a riconsiderare ancora una volta i loro orizzonti, le loro aspettative e i loro progetti per il futuro.
Un forte richiamo da tradurre immediatamente in scelte precise e orientate al futuro, perché qui a Catania siamo dinanzi a un bivio: possiamo optare per un sentimento di conservazione, di chiusura, di spirito di nuova corporazione; oppure possiamo optare per la possibilità – non certezza – di cambiare, favorendo la crescita e una professione migliore all’interno di un perimetro di non sola giurisdizione che dobbiamo contribuire a realizzare.
La scelta è dirimente e deve essere chiara, netta, perché la sensazione è che la nostra risposta alle difficoltà di questi anni non sia stata quella di allungare il passo ma quella di accorciare la distanza che doveva essere percorsa, rinunciando a qualsiasi visione prospettica e arroccandoci sul meno peggio che poteva arrivare dalla politica, dal legislatore nazionale e comunitario, dal sistema giustizia e, soprattutto, dalla nostra miopia.
Le vecchie ricette non sono più buone e, se riproposte, rischiano di rendere la nostra professione una professione basata sul censo e sulle diseguaglianze.
Inoltre, se riproposte, le vecchie ricette ci costringeranno sempre a leggere e a realizzare quelle degli altri, così come è avvenuto per le società di capitali tra avvocati e per l’avvocato in regime di mono-committenza, temi rispetto a quali, ancora oggi e anche nelle mozioni congressuali che abbiamo letto, domina un sentimento di paura e di annunciate apocalissi.
Siamo contenti che questi temi siano stati posti all’ordine del giorno, dopo che per molto tempo l’approccio ad essi è stato assai curioso: da un lato, abbiamo fatto continuamente ricorso al leitmotiv a noi più caro, quello del calo dei redditi degli avvocati, e, dall’altro, abbiamo sistematicamente rifiutato l’idea che le collaborazioni tra avvocati, anche nelle forme più diverse, compresa quella della dipendenza, e le aggregazioni in forma societaria potessero rappresentare, sapientemente regolamentate, uno strumento e un’opportunità per la crescita professionale e il miglioramento del dato reddituale.
Ma tutti noi vogliamo crescere, migliorare, fare affidamento sulla specializzazione del sapere; e allora, prendiamo in considerazione, anche con curiosità intellettuale, le possibili nuove forme di organizzazione della professione che ci sono e che si profilano all’orizzonte, consapevoli che non ci saranno “lotte di classe” tra colleghi.
Chi esercita la nostra professione deve sapere, e tenere sempre a mente, che il superamento dell’esame di stato non attribuisce alcun diritto al cliente, allo stipendio fisso e all’alto reddito; allo stesso tempo, però, deve poter contare su parità di condizioni e di opportunità e su strumenti che possano favorire una sempre migliore organizzazione del lavoro, fuori e dentro la giurisdizione.
Chi sceglie di esercitare la nostra professione, inoltre, non deve essere in alcun modo scoraggiato dall’attuale sistema di accesso. Il nostro è un esame di abilitazione e non un concorso per magistratura o notariato e la pratica forense e l’esame di abilitazione non devono assumere le sembianze di una via crucis senza fine, per giunta a numero chiuso.
Abbiamo opinioni diverse sui numeri dell’Avvocatura, ma se vi è una qualche responsabilità su quelli attuali, sicuramente non è di coloro che vogliono avvicinarsi alla professione; loro non devono pagare per responsabilità altrui.
Nella giornata di ieri il Ministro ha confermato la proroga dell’entrata in vigore dei corsi obbligatori ai fini della pratica forense e siamo ansiosi di conoscere presto il contenuto del provvedimento adottato.
Voglio raccogliere, qui e pubblicamente, l’auspicio che il presidente del Consiglio Nazionale Forense ha manifestato ieri: impegniamoci tutti, ma ora, nel riformare il sistema d’accesso alla professione. L’Associazione Nazionale Forense non farà mancare il suo contributo, ma non perdiamo più tempo!
La riforma dell’accesso, le aggregazioni multidisciplinari, le collaborazioni nelle più diverse estrinsecazioni, le specializzazioni non piegate ai “corsifici” di questa o quell’altra associazione o componente dell’avvocatura sicuramente giovano e gioveranno alla professione, al reddito, al ruolo e alla funzione dell’avvocato, senza sminuirne l’autonomia e l’indipendenza.
Gioverà anche l’Avvocato in Costituzione? La risposta non è semplice e non è scontata.
Sicuramente nessuno può dirsi contrario all’Avvocato nella Costituzione ma qualche perplessità e doveroso manifestarla.
Le perplessità circa la possibile modifica dell’art. 111, nell’ambito delle norme della Costituzione che delineano i poteri dello Stato e l’equilibrio tra gli stessi assicurato da quelle norme, ovvero dell’art. 24, così come ipotizzato in alcune mozioni congressuali regolarmente presentate, non sono solo di natura sistematica.
Vi è il timore, infatti, che il rafforzamento dell’Avvocato in Costituzione nasconda, per il futuro della professione, gli stessi molteplici riflessi e gli stessi effetti largamente tangibili di cui era ammantata, secondo i più strenui sostenitori, la legge professionale del 2012.
I molteplici riflessi e gli effetti tangibili della legge n. 247 del 2012, soprattutto quelli positivi, lo sappiamo tutti, non si sono mai visti e oggi, a differenza di ieri, la legge professionale del 2012, dopo cinque anni di fallimenti, nessuno la difende più e dobbiamo augurarci che l’equo compenso, con tutti i limiti dell’attuale previsione, abbia una miglior fortuna.
Però, una cosa è l’Avvocato in Costituzione, altro è la proposta illustrata ieri nel corso nella giornata inaugurale del congresso.
L’attenta lettura della proposta di riforma dell’art. 111 presentata all’inizio di quest’anno nel corso dell’inaugurazione dell’anno giudiziario presso il CNF, che vede il riconoscimento in Costituzione dell’attuale Consiglio Nazionale Forense che racchiude in sé quei poteri che la Costituzione vuole separati, con tanto di “gettone”, quotidiano e L. 247/12 a supporto, non fuga il timore e le perplessità, ma le accresce e suscita qualche preoccupazione sulla vera portata della modifica costituzionale.
Saremmo più contenti, invece, se il diritto inviolabile alla difesa e il ruolo che l’ordinamento ci assegna a tutela invalicabile di quel diritto ci spingesse con maggiore forza a difesa della giurisdizione, a mettere in evidenza le storture del disegno di legge Pillon, a comprendere il contenuto della riforma del processo civile annunciata nel prossimo decreto fiscale.
Saremmo più contenti, inoltre, se la nostra attenzione fosse rivolta non solo agli interventi del legislatore ma anche a quella giurisprudenza che nel corso degli anni, silenziosamente e con il nostro silenzio, ha messo in discussione gli istituti cardine del processo quali noi li conosciamo (nel civile, basti pensare, ad esempio, alla discrezionalità nel differimento di udienza con la chiamata del terzo; alla limitazione dell’istituto della sospensione; al venir meno della distinzione tra garanzia propria e garanzia impropria).
Ma, soprattutto, saremmo stati più contenti se la presentazione e l’acclamazione della mozione sull’Avvocato in Costituzione fossero state precedute da una sua presentazione secondo le regole e da una discussione con i delegati congressuali nel corso di questa tre giorni.
Così non è stato e quel richiamo di ieri al confronto, alla dialettica e all’alta politica oggi risuona come un insieme di parole vuote, senza alcun valore, che mettono in dubbio la credibilità di un intero congresso.
Un congresso senza regole, o meglio secondo le regole del più furbo non ha senso; anzi, non ha più senso e forse sarebbe più decoroso e meno ipocrita non celebrarlo più.
Gli avvocati, ci è stato ricordato ieri, non cercano il consenso e devono dire e prendere decisioni anche impopolari: se la mozione più importante del congresso non è mai stata presentata, non ha raccolto le trenta fatidiche firme previste dallo statuto, non sarà mai illustrata e non sarà mai votata, questo, allora, non è il congresso al quale portare le nostre idee.
Ritiriamo formalmente le mozioni che abbiamo presentato e che sono state ammesse al voto.
Le porteremo altrove, direttamente e autonomamente presso la politica che vorrà ascoltarci, e torneremo a confrontarci in congresso quando le regole saranno rispettate da tutti.
Perché, come ci è stato autorevolmente detto, tra noi non ci sono unti del Signore.
Luigi Pansini