Lunga vita ad ANF, lunga vita alle associazioni

Il Congresso Nazionale Forense di Rimini 2016 ha decretato la fine dell’esperienza dell’Organismo Unitario dell’Avvocatura e ha dato il via alla nuova realtà dell’Organismo Congressuale Forense (O.C.F).

I voti a favore della mozione statutaria O.C.F. sono stati 591 e il congresso si è caratterizzato, sin dalla sua organizzazione, da una massiccia presenza ordinistica.

I presidenti degli ordini circondariali forensi, infatti, erano, e lo sono tuttora, fermamente convinti che la rappresentanza istituzionale e quella politica sono facce di una stessa medaglia e che la medaglia debba premiare unicamente le istituzioni forensi circondariali (non è possibile in questa sede affrontare anche il ruolo dell’istituzione forense nazionale).

Altrettanto ferma e radicata è la convinzione di costoro secondo cui l’art. 39 della legge ordinamentale n. 247 del 2012 ha finalmente affermato in una norma di legge l’idea della rappresentanza politica dell’Avvocatura e il preambolo della mozione statutaria sull’O.C.F. e le disposizioni che lo seguono riproducono, non senza contraddizioni, tale convinzione.

L’idea dell’O.C.F. non mi ha mai entusiasmato nonostante porti con sé l’affermazione esplicita e superflua del ruolo, dell’autonomia e dell’identità delle componenti associative dell’Avvocatura.

Le associazioni forensi non hanno subito alcuno smacco dalla nascita dell’O.C.F. e dalla sua struttura ordinistica, anzi ne trarranno una maggiore linfa per la loro attività di elaborazione e di proposta se il loro impegno aumenterà, e l’ANF Associazione Nazionale Forense, di ciò, può ritenersi soddisfatta.

Nel corso della riunione del 10 e 11 febbraio scorso, l’O.C.F. e tutti i presidenti delle istituzioni forensi circondariali in esso presenti hanno affrontato temi cari alle associazioni e all’ANF in particolare: hanno chiesto alla politica l’approvazione in tempi rapidi delle nuove regole elettorali contenute nel DDL Falanga, hanno discusso della necessità di mirati interventi normativi per regolamentare la figura dei sans papier e degli avvocati mono committenti e per eliminare la disparità di trattamento tra avvocati “stabiliti” e avvocati “italiani” quanto alla possibilità di conseguire il titolo di cassazionista (questione rimessa al vaglio della Corte Costituzionale), hanno manifestato la volontà di porre mano alla legge professionale perché ritenuta “un colabrodo che fa acqua da tutte le parti”, hanno ritenuto opportuno affrontare le questioni legate alla concorrenza e al mercato anche attraverso un’indagine sociologica sullo stato della professione.

Una grandissima soddisfazione per l’ANF, che si è spesa senza tentennamenti su tutti i temi toccati (anche grazie al ricorso all’autorità giudiziaria) e per un’idea di professione, e della sua organizzazione, che ha offerto ai colleghi, alle istituzioni forensi e alla politica, dapprima osteggiata in tutti i modi e oggi fatta propria da chi (e sono in molti), invece di dichiararsi (cor)responsabile delle difficoltà in cui ci imbattiamo, addirittura si presenta come il salvatore della patria.

E tutto questo, per ANF come per le altre associazioni, senza l’ausilio o l’alibi di una norma che spieghi cos’è l’attività sul territorio, in cosa consiste la rappresentanza dell’Avvocatura, chi o come deve battersi per un modello di professione radicata nella società e non arroccata su posizioni indifendibili.

Va bene così, cantiamo e portiamo la croce, ma se il futuro è quello che proviene dalle onde di una radio, ANF può ritenersi veramente soddisfatta per l’Avvocatura che verrà o, per essere prudenti e far tesoro delle esperienze passate, che potrebbe essere.

È tempo, dunque, che gli Avvocati si riconoscano esclusivamente nel loro Sindacato e che il Sindacato rivendichi la preminenza e la sua funzione, senza negare ad altri il diritto di procedere di conserva, ma negando a tutti il diritto di scavalcarlo e di pretermetterglisi nell’esplicazione di quei compiti che ontologicamente gli appartengono. E ciò, come ognuno avverte, non certo per autoritarismo o per esclusivismo o per fini reconditi o personali, bensì più semplicemente perché un sindacato non ha ragion d’essere che in prima linea nella difesa degli interessi della categoria rappresentata” (F. CIPRIANI).